martedì 26 settembre 2017

POVERTA' : UNA VORAGINE IN AUMENTO



 Centinaia di migliaia di  famiglie, che insieme raggruppano il numero spaventoso di quattro milioni di individui, oggi vivono in Italia in povertà assoluta, espressione con la quale si intende la condizione per cui non si è  in grado di acquistare beni e servizi ritenuti necessari per condurre uno stile di vita degno e accettabile.

A questa cifra va aggiunta quella ben più grande, superiore alle otto milioni di unità, di coloro che trascorrono la vita in una situazione di povertà relativa, ovvero quella in cui una famiglia o un individuo singolo possono spendere meno della metà di quanto dovrebbero per garantirsi un’esistenza decorosa.
I dati sono in costante aumento anno dopo anno e la tendenza non è certo quella di un’evoluzione positiva della questione.

Se ciò non bastasse ci sono poi da analizzare due fatti fondamentali, che aiutano meglio ad identificare le radici di un problema ormai diventato atavico: per prima cosa c’è da dire che le famiglie più povere sono quelle più larghe, ovvero quelle che hanno deciso di mettere al mondo più figli; in secondo ordine è da osservare come ad essere in stato di indigenza sia la fascia giovane della nostra nazione, infatti, come dimostrano le statistiche, il tasso di povertà diminuisce con l’aumentare dell’età del campione di persone preso in esame.

Da queste due considerazioni ne discendono svariate altre: cominciamo analizzando il perché è la gioventù ad essere maggiormente colpita.

Domandarselo finisce per sfiorare il retorico se si conosce l’involuzione degli ultimi anni sul tema del lavoro e della tutela stessa dei lavoratori.

In sintesi il giovane è più povero perché è precario, il che significa che guadagna denaro, che spesso sarebbe comunque insufficiente nella sua quantità, ad intermittenza, e ci sono dei mesi nei quali è costretto a fare di necessità virtù.

La persona adulta o anziana invece è economicamente più sicura, in quanto o protetta da contratti stipulati in tempi nei quali, pur vigendo il capitalismo, non si era ancora giunti ai livelli attuali, o al sicuro grazie ad una pensione ottenuta prima che riforme assurde e radicalmente padronali ne posticipassero il termine per poterne avere diritto fino a livelli ridicoli.

Gli effetti di tutto ciò sono un mercato del lavoro stagnante, dove non c’è ricambio in quanto da un lato chi è più avanti con l’età non rinuncia al proprio accordo aziendale e quindi al suo  stipendio e aspetta fino all’ultimo che scattino i termini per essere pensionato, visto che sa che la pensione ha una consistenza economica di molto inferiore rispetto ad un’ordinaria mensilità lavorativa, dall’altro l’azienda, nelle persone del datore di lavoro e degli altri azionisti se essa è quotata in borsa, è ben felice di questo gioco, in quanto non è costretta a rinnovare l’organico con assunzioni a tempo indeterminato e può avvalersi di collaborazioni saltuarie retribuite di tanto in tanto.

La situazione non migliorerà di certo, anzi tutto il contrario, se i governi continueranno, per mezzo di provvedimenti scellerati e privi di ogni logica che non sia quella del profitto, l’unica che il capitalismo ha dimostrato negli anni di seguire, a far salire l’età pensionabile, avvalendosi della patetica scusa costituita dall’allungamento dell’aspettativa di vita.

Più si seguirà questa perversa logica meno posti di lavoro si sbloccheranno e meno giovani avranno la possibilità sia di realizzarsi personalmente facendo esperienza in un contesto sociale che sia diverso da quello domestico e li ponga a contatto diretto col mondo esterno e le dinamiche che gli appartengono, sia di avere le possibilità finanziarie per costruire un nucleo familiare se possibile ampio, che dia nuova linfa ad una comunità nazionale ormai ridotta ai minimi termini come quella italiana.

Se ciò è vero, se cioè della nostra comunità è rimasto ben poco lo si deve a un sistema onnivoro e ad uno Stato che, rappresentandolo degnamente, si disinteressa totalmente della prosperità non solo morale, valoriale o economica del popolo che è chiamato ad amministrare, ma anche solo semplicemente numerica.
Torniamo allora alla seconda considerazione espressa nella fase iniziale dell’articolo, che consisteva nel prendere confidenza con il fatto che il grado di povertà aumenti a dismisura con l’aumentare dei componenti di una famiglia.

La motivazione per cui questo accade risiede nella conseguenza di quanto espresso poche righe sopra: se il giovane non riesce ad entrare nel mondo del lavoro in pianta stabile si vede sensibilmente ostacolato nel perseguire lo scopo di costruire una famiglia.

Ovviamente se questo già è difficile figuriamoci cosa accade se i figli da sfamare sono più di due, si va incontro a situazioni ai limiti della disperazione sociale.

Durante il corso delle legislature i diversi esecutivi che si sono avvicendati hanno tutti fatto promesse riguardo all’introduzione di agevolazioni per le famiglie numerose e cose simili.

La realtà è che nella maggior parte dei casi degli aiuti promessi non si è vista nemmeno l’ombra, mentre quando sono arrivati essi si sono limitati a provvedimenti dalla scarsa utilità concreta, in quanto non davano di certo un aiuto determinante che avesse riscontro nella vita quotidiana di una famiglia chiamata al compito di occuparsi di più bambini, ma offrivano nel migliore dei casi una soluzione limitatissima nel tempo e di scarsa consistenza.

Se questo accade è perché non c’è nessun tipo di volontà da parte di chi ci governa di agevolare la crescita del popolo italiano, sotto qualsiasi forma il termine crescita possa essere utilizzato.



Al contrario c’è invece quello di assecondare il disegno capitalista che vede nell’immigrazione la soluzione anche al problema delle nascite, concetto espresso più volte dalla nostra classe politica do governo durante i tanti inviti all’accoglienza incondizionata di cui si è resa protagonista.

E’ chiaro infatti che un progetto capitalista come quello che stanno attuando sulla nostra pelle prescinde da ogni considerazione di ordine valoriale che vada oltre la più strisciante materialità.

In questo senso non viene guardato per nulla il modo nel quale vengono raggiunti determinati obiettivi, l’unico aspetto sul quale viene riposta attenzione è quello finanziario.

Ne consegue che anche la disintegrazione di una nazione sotto ogni sua forma per la logica liberista non solo arriva ad essere  comprensibile, ma addirittura necessaria se preclude all’avanzare del mondialismo, approdo ultimo di chi oggi detiene il potere sul nostro pianeta.

Se a tutto questo servisse un’ennesima conferma è il calendario dei lavori delle nostre due aule parlamentari a fornircela:  il governo infatti si è proposto di approvare in fretta e furia il decreto con il quale si impegna a salvare le banche venete, insomma, non proprio una priorità degli italiani, che preferirebbero di gran lunga vedere i loro organi istituzionali, peraltro nemmeno eletti, occupati a discutere su come migliorare la condizione economica di un popolo ormai martoriato.

Dobbiamo renderci conto che le nostre priorità non coincidono affatto con quelle che ha chi amministra purtroppo il nostro destino, che è assai più impegnato ad aiutare una cerchia di poche personalità grazie al sostegno delle quali tuttavia esso si garantisce l’esistenza e la durata.

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi è come mai ogni giorno chiudono piccole attività, schiacciate dalla concorrenza sleale e dalla tassazione elevata, e non ricevono nessun aiuto dallo Stato nei momenti di difficoltà proprio perché si tratta di aziende private, mentre per gli istituti bancari questo discorso non vale?
Per questi ultimi infatti la logica è che i profitti li intascano i privati, mentre se c’è da fare un’operazione di salvataggio viene invocata la collettività, solo ed esclusivamente per preservare le posizioni personali di pochi giganti capitalisti e non quella dei correntisti, esposti giornalmente agli sbalzi di umore propri di un sistema instabile come quello capitalista.


E’ passato poco tempo da quando è stato chiesto a questo governo di intervenire per risolvere la questione di Alitalia, nella quale c’erano in ballo molti posti di lavoro, e con essi il futuro di altrettante famiglie, e la risposta fu negativa, argomentata con il fatto che non c’erano i fondi necessari e dovevano pensarci solo ed esclusivamente gli azionisti.

La copertura economica per salvare una o più banche però stranamente si trova sempre, magari togliendo fondi agli ambiti strutturali cardine del paese come ad esempio l’istruzione o la sanità, oppure attraverso il nuovo ente pubblico economico Agenzia delle Entrate- Riscossione, che dal mese di luglio sostituirà Equitalia mantenendone al cento per cento gli intenti e le caratteristiche.

Evidentemente siamo entrati in campagna elettorali, e porta più consensi far scrivere ai giornalisti amici titoli come:” Sparisce Equitalia” tranne non fare menzione della costituzione di questo nuovo soggetto, che di diverso rispetto a Equitalia  ha solo il logo e la modulistica piuttosto che spiegare bene le cose in tutti i loro aspetti.

Continueremo ad essere invasi da cartelle figlie di questo sistema che rasenta l’usura, e seguiteremo a dover fare i conti con la povertà fino a quando il sistema non cambierà i suoi principi generali e tutto il suo impianto, ma nessuno, tranne voci libere come le nostre, ve lo dirà.

D’altronde, come recitava il testo di una celebre canzone riferendosi agli organi di informazione dietro a cui si celano i grandi gruppi finanziari: “Il giornalismo insegna, quando serve non spiega”.

Daniele Proietti






DELLO STESSO AUTORE : “ DITTATURA INVISIBILE” , EDIZIONI DELLA LANTERNA :