mercoledì 30 agosto 2017

IL MARTIRIO DI BRAGADIN, EROE VENETO



Le Edizioni della Lanterna hanno in programma la ristampa di un ‘opera inedita dell ‘ 800 , scritta nella Repubblica Serenissima prima della sua caduta, che ripercorre le tappe del martirio di Bragadin, comandante militare valorosissimo, che ricongiunge nella sua figura il modello dell’ eroe militare e del martire cristiano. In questa ottica, nel mentre questo volume è in preparazione, proponiamo anche alla lettura il seguente ottimo articolo sul martirio di Bragadin, che ci appare di estrema attualità anche oggi. Il link con la fonte di questo studio è indicato in calce. I lettori che volesse partecipare con qualche scritto al volume che verrà ristampato a breve, possono inviarlo al nostro indirizzo.
Edizioni della Lanterna



Alla fine, Marcantonio Bragadin e Astorre Baglioni ottengono buone condizioni di resa, non prima di aver respinto molti altri attacchi generali dei Turchi.

Non appena il Bragadin, e gli altri di cui abbiamo detto, arrivarono alla tenda di Mustafà, fu loro ordinato di deporre le armi, e con gentilezza e benevolenza lo stesso Mustafà salutò tutti. Fu lui a farli entrare nella sua tenda e a sedere con loro, iniziando una tranquilla e piacevole discussione in cui lodava la loro capacità e la loro forza nel difendere la città.

Poco dopo però, improvvisamente furioso e con tono di minaccia, si rivolse al Bragadin:

«Che cosa hai fatto dei miei uomini che tenevi prigionieri nella fortezza?»

«Parte sono ancora nella fortezza, altri li ho mandati a Venezia» ,rispose il Bragadin.

Mustafà si fece rosso in volto. Con occhi truci, schiuma alla bocca e voce torbida disse:

«Hai ancora il coraggio di mentire dopo che li hai trucidati?»

«Ho detto la verità, puoi controllare»,rispose il Bragadin.

«Dov’è la polvere da sparo?», continuò Mustafà.

«La poca che avevo l’ho consegnata ai tuoi amministratori.»

«Dove sono finite le vettovaglie, il frumento, il vino, l’olio e l’aceto?»

«Abbiamo consumato tutto» ,disse il Bragadin.

Allora Mustafà, gridando come un animale e tremante d’ira, si alzò in piedi e, sguainata la spada, disse:

«Perché dunque, cane, facevi resistere la città pur non potendo difenderla in alcun modo? Perché non ti sei arreso subito, invece di trucidare tante migliaia dei miei uomini?»

Dette queste parole ad alta voce, ordinò che fossero tutti incatenati. Fu facile perché le armi dei cristiani erano rimaste fuori dalla tenda e quindi erano tutti disarmati.

Furioso, Mustafà iniziò la carneficina di propria mano. Tagliò l’orecchio destro del Bragadin e ordinò ai suoi uomini di tagliargli la sinistra. Preso dall’ira, comandò che tutti i cristiani che si trovavano nel campo fossero trucidati. Infiammata la rabbia dei turchi, subito furono uccisi trecento cristiani.

Poi, preso da una enorme perfidia, e per arrecare un dolore ancora maggiore al Bragadin, fece tagliare la testa ad Astorre Baglioni e a Luigi Martinengo appena fuori dalla tenda.





L’ultima lettera del Baglioni alla moglie.


In ODDI BAGLIONI A., Astorre II Baglioni. Guerriero e letterato, Perugia, Volumnia Editrice, 2009, è trascritta l’ultima lettera del comandante militare alla moglie:

«Vedermi diviso da voi, mi par d’essere come giorno senza sole, anzi corpo senza anima, poiché voi e io insieme siamo la vita di casa nostra… Vi prego, mitigate il tedio del mio stare assente con l’acquisto dell’onore che spero di conseguire nella difesa di Famagosta.»

Lo stesso Bragadin fu obbligato tre volte a porgere il collo come se volessero tagliargli la testa. Quegli scellerati lo insultarono, calpestarono, lo trascinarono per terra, gli sputarono in faccia. Il crudele Mustafà gli urlava:

«Dov’è il tuo Cristo, colui che dovrebbe liberarti dalle mie mani?»

L’occulto giudizio di Dio gli riserverà degni supplizi, poichè la sua mancanza di pietà merita di essere punita.
Mentre il comandante veniva torturato in ogni modo, tutto l’esercito turco si mosse verso la città per uccidere i cristiani e distruggere le loro abitazioni. Per quanto il saccheggio fosse stato proibito tramite un editto pubblico, molti entrarono in città sprezzanti del comando e, sparpagliatisi per le strade, pestavano, stupravano e maltrattavano tutti quelli che incontravano, senza distinzioni di ceto, sesso o età. Ne uccisero molti, affliggendo in modo atroce tutta la città. Passati poi al porto, rapinarono tutti i cristiani già sistemati nelle galee, li ridussero in catene e li frustarono con ferocia.

L’infame Mustafà ordinò poi di portare alla tenda le teste di tutti i decapitati, fra le quali c’erano quelle del castellano Andrea Bragadin e del patrizio veneto Giovanni Antonio Quirini, e di metterle insieme a quelle di Astorre Baglioni e di Luigi Martinengo. Nestore Martinengo, che per alcuni giorni si era nascosto, fu fatto prigioniero da alcuni dignitari turchi. Ercole Martinengo, uno degli ostaggi consegnati per la firma della resa, venne nascosto da un eunuco e salvato dall’ira di Mustafà.


L’ira di Mustafà.

Gli storici si affannano da secoli alla ricerca dei motivi che portarono Mustafà ad accanirsi in modo scellerato sul Bragadin e sugli altri ciprioti. Da un lato possiamo dare per certo, come riportato anche dal Riccoboni, che i turchi spesso mantenevano la parola data e, in alcuni casi (vedi Assedio di Rodi del 1522) tributavano anche i giusti onori agli sconfitti. Dall’altro dobbiamo considerare che Mustafà, specie dopo la caduta di Nicosia, aveva previsto di conquistare Cipro in poche settimane e con perdite minime. Alla fine invece riuscì a conseguire il risultato solo dopo un devastante dispendio di vite e risorse. Paolo Paruta, nella sua Storia della Guerra di Cipro, ci dice che Mustafà chiese al Bragadin di dargli un ostaggio come garanzia che, dopo averle utilizzate, i cristiani gli rendessero le navi. Il comandante veneziano si rifiutò però di concedergli Antonio Quirini, sostenendo che quanto preteso da Mustafà non era previsto dalle condizioni di resa e mandandolo quindi su tutte le furie. L’episodio, narrato, come detto, dal Paruta, è stato sviluppato in Storia dell’impero ottomano dalla sua fondazione sino alla pace di Jassy nel 1792. Con documenti ed una carta dell’impero ottomano, scritto da Charles-Marie d’Irumberry de Salaberry nel 1813 e tradotto da G. Barbieri nel 1821.

Nel secondo volume dell’opera infatti si legge: «il lussurioso Mustafà colpito dalla rara avvenenza del Quirini propone impudentemente questo partito. “Lasciami quel giovinetto: io te lo chiedo in ostaggio”. Ricusò, com’è da credersi, il probo Veneto, del che irritato il Mussulmano fece tosto caricar di catene e Baglione e Martinengo e Quirini, tutti tre alla sua presenza, e per suo ordine trucidati in quel medesimo istante.»

Oltre a queste speculazioni ottocentesche, per spiegare la rabbia di Mustafà bisogna considerare che egli, oltre all’elite dell’esercito, durante l’assedio aveva perso anche uno o due figli. Inoltre, non è da sottovalutare il colpo psicologico subito dal generale turco qualche anno prima, durante l’Assedio di Malta del 1565, quando le sue forze erano state quasi annientate dai pochi cavalieri del Gran Maestro La Vallette.

Questi, entrato in città il 4 settembre 1571, decise in modo crudelissimo della vita di Lorenzo Tiepolo e di Manolio Spilotto, capitano albanese. Furono condotti per la città, massacrati a calci e pugni e umiliati. Presi a sassate, vennero poi impiccati, squartati, fatti a pezzi e gettati in pasto ai cani.

Il giorno otto dello stesso mese, il Bragadin venne portato in tutti i luoghi decisi per il supplizio. Era già in gravi condizioni, con la testa putrefatta a causa dell’amputazione delle orecchie, che non erano state medicate. Fu costretto a portare terra e pietre avanti e indietro per tre, quattro volte, gettato in terra ed interrogato sulle cose più turpi, con il perfido Mustafà sempre presente.

Trascinato poi sulla trireme di Rapamato, fu legato a una tavola e tirato su, per umiliarlo e insultarlo, fino alla cima di un albero. Mentre lo innalzavano, Rapamato diceva:

«Non vedi, comandante, che la tua armata sta arrivando? Guarda, arriva l’aiuto! Non vedi le tue galere?».

A questo (mentre Mustafà rideva) il Bragadin rispose come poteva,  con voce moribonda:

«Perfido Turco, sono queste le promesse che mi hai giurato sulla tua testa, che hai firmato negli accordi di resa, scritte e ufficializzate con il sigillo imperiale del tuo Signore, e che hai confermato chiamando Dio a testimonianza della tua parola? Quale lode e gloria potrai vantare davanti al tuo Signore per non essere riuscito ad espugnare una città senza rinforzi, pur avendo a disposizione il tuo grande valore e un enorme numero di uomini e mezzi? Anzi, dopo averla ricevuta per resa, le hai inflitto tutte le torture possibili? Dio faccia che queste parole possano risuonare in tutto l’universo e che tutti conoscano la crudeltà dei turchi. Anche quello che non posso far conoscere, lo farà la fama, che porterà a tutti l’esempio della mia morte e di quella orribile toccata a tanti innocenti, umiliati da oscenità e insulti, affinché sia certo e documentato che non bisogna avere fede in quelli che non ne hanno e che sanno eccedere solo in crudeltà.»

Dopo averlo tenuto sospeso per mezz’ora, Rapamato ordinò di abbassare il Bragadin. A malapena riusciva a reggersi in piedi, ma continuò a subire maltrattamenti, frustate e spintoni. Mentre continuavano a trattarlo in modo così orribile, usò le parole di Anassarco:

«Straziate il mio corpo, ma non il mio coraggio. Potete fare a pezzi il mio corpo, ma non toglierete alcuna forza al mio spirito.»




Una citazione incompresa del Riccoboni.


Avrò commesso anche io degli errori, e lungi da me voler criticare la traduzione del 1842, che di certo ha molto semplificato il mio lavoro, ma l’imprecisione commessa dall’editore ottocentesco nel passo qui sopra è alquanto divertente.

L’originale del Riccoboni recita infatti «instar Anaxarchi dicebat», tradotto nel’800 con «fra i comandanti diceva» quando la traduzione letterale sarebbe «al modo di Anassarco / come Anassarco, diceva». Anassarco infatti, filosofo greco, pronunciò la famosa frase «Strazia, strazia il corpo di Anassarco, ma non potrai straziare Anassarco stesso» mentre Nicocreonte, tiranno di Cipro, lo faceva torturare. Una citazione erudita del Riccoboni che non fu colta dal suo estimatore di tre secoli dopo, probabilmente tratto in inganno dall’assonanza fra Anaxarchi ed ξαρχος (esarca), che a Bisanzio si usava per indicare, a partire dalla fine del VI secolo, un amministratore di alto grado.
Fu portato infine nella piazza principale di Salamina, nel luogo destinato all’ultimo supplizio, e, spogliato dei vestiti, venne legato alla colonna della bandiera. Il carnefice (che cosa indegna!) iniziò spellarlo vivo cominciando dalla schiena e dalle spalle, poi passò alle braccia e al collo, mentre quel tiranno lo scherniva: «Convertiti all’islam, se vuoi salva la vita.» Il resistente martire non rispose, ma innalzato il capo al cielo disse: «Gesù Cristo mio Signore, abbi misericordia di me. Nelle tue mani raccomando il mio spirito. Accogli, mio Dio, questa mia misera anima, e perdona questi, che non sanno quello che fanno.»

Strappata la pelle dal capo e dal petto, ed arrivati ormai all’ombelico, quell’uomo clemente e tenace, fermo nella fede in Gesù Cristo, volò a quest’ultimo, del quale aveva testimoniato la divinità con il suo santo martirio, colui del quale era stato il testimone più insigne con il suo sangue. Fuggì quindi da questi legami terreni, da questo carcere mortale e da quel corpo che aveva custodito il suo spirito con tanta gloria. E tutto questo per la scelleratezza sacrilega di Mustafà, per la sua palese violazione dei giuramenti e per le false accuse rivolte al Bragadin.

Il capo del comandante veneziano fu appeso a una forca nella piazza centrale, e il suo corpo diviso in quattro parti che furono esposte nei luoghi principali della città. Il cuore e le viscere furono messe in un quinto luogo.
La pelle fu riempita di paglia e vestita con il suo abbigliamento usuale. La testa fu coperta con un cappello rosso e adattata in modo da sembrare quella di una persona viva. Il fantoccio del Bragadin fu poi portato in giro per tutte le strade della città sopra un bue o una vacca, con due turchi che lo accompagnavano come fossero servitori, uno dei quali gli teneva addirittura l’ombrello sul volto. Per terrorizzare ancora di più il popolo, il fantoccio era accompagnato da un grande strepitio di tamburi e trombe e da queste parole, pronunciate a voce alta:

«Ecco il vostro signore: venite ad osservarlo, salutatelo, veneratelo, così che possa concedervi il premio per le  vostre molte fatiche e per la vostra fedeltà.»

Il cadavere impagliato, assieme alle insegne della città e alle teste di Astorre Baglioni, Luigi Martinengo e Andrea Bragadin, fu trasportato su una galera e, per ordine del feroce Mustafà, fatto vedere a tutte le genti di Siria, Cilicia e di altre province marittime.


La vendetta di Almorò Tiepolo.


Un anno dopo la carneficina di Salamina, Almorò Tiepolo fece prigioniero un corsaro turco molto famoso, tale Ricamatore. Ed essendo il ricordo di quanto avvenuto a Bragadin ancora caldo, decise di scorticarlo vivo e farlo a pezzi.

Ricorderò poi un fatto certamente prodigioso, ma confermato da molti e scritto da alcuni storici, non ultimo Pietro Giustiniani che lo riportò nelle sue memorie. Assicurano che la testa di Marcantonio Bragadin, infissa su una lunga picca e collocata su una forca, emise una fiamma lucente, simile ai raggi del sole, durante le tre notti in cui fu esposta, e che da essa proveniva un odore soave e meraviglioso.

I miseri resti di Bragadin, dopo il giro dell’Impero Ottomano, finirono nell’Arsenale di Costantinopoli. Nel 1580 però, il marinaio veneziano Girolamo Polidori, sfruttando le conoscenze di uno schiavo cristiano, riuscì a trafugare le spoglie del comandante veneziano e riportarle a Venezia, dove furono accolte in modo trionfale.

Il martire di Famagosta riposa oggi nella quiete della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, poco lontano dalla casa in cui nacque.

Quanto a Mustafà Pascià, bosniaco di nascita e turco di adozione, ebbe bisogno di un’altra campagna, questa volta contro la Georgia (1578), per ottenere il tanto desiderato titolo di gran vizir, solo a fine aprile 1580, ormai ottantenne. Morì tre mesi dopo.

Cipro, che a partire dal XIII secolo aveva conosciuto un incredibile sviluppo economico e sociale, sotto il dominio Turco conobbe un crollo demografico e commerciale da cui non si riprese mai più.



FONTE :





SPUNTI DI LETTURA :




leggere il volume “ Il vero volto dell’ islam” di Anonimo Pontino, edito dalla Lanterna, in cui si parla ancora del martirio di Bragadin, vero eroe veneto e martire cristiano :







martedì 29 agosto 2017

IL SEGRETO DEL GRAN KAHAL

L' unico testo disponibile in lingua italiana che svisceri  con ricchezza di fonti il segreto della rete di tribunali che la comunità ebraica della diaspora ha intrecciato su tutti i territori in cui si è diffusa nell' Occidente.

 Un tribunale segreto religioso ?

Un tribunale le cui sentenze si applicano anche ai " gentili" a loro insaputa e processati in contumacia ?

Un tribunale per rafforzare il dominio delle comunità ebraiche sul mondo ignaro che le ospita ?

Un testo che non dà facili risposte a questi quesiti che non tutti osano neppure pronunciare, ma che non ammannisce neppure edulcoranti risposte ispirate al " politically correct"... un testo che aiuta a pensare e offre la più ampia bibliografia esistente oggi sull' argomento.

Il libro è accompagnato da illustrazioni sul tema di ispirazione medievale che lo rendono unico e nel contempo aiutano ad affrontare il nodo rimosso  del potere nascosto del giudaismo nelle civiltà occidentali.


LINK UFFICIALE DEL LIBRO :


venerdì 25 agosto 2017

DA PARVUS A SOROS LA SOVVERSIONE DEI RE DI DENARI


Pochi conoscono oggi il nome di Parvus, la cui vera identità è Izrail' Lazarevič Gel'fand, colui che ha coniato il concetto di "rivoluzione permanente", poi attribuito a Trockij.

Parvus nacque da genitori ebrei a Berezino nel 1867, in Bielorussia; passò parte della gioventù a Odessa (nell'odierna Ucraina, dove si associò a circoli rivoluzionari ebraici del Bund).

Trasferitosi in Turchia e poi in Germania, svolse un ruolo importante con lo Stato Maggiore tedesco nel 1917 per fare rientrare Lenin in Russia sul "vagone piombato" che dalla Svizzera lo portò a San Pietroburgo, dove sotto la sua guida i bolscevichi fecero il famoso Colpo di Stato d'Ottobre (Oktjabr'skij perevorot, come lo chiamavano i russi dell'epoca).

Le due attività che Parvus svolse per tutta la vita furono lo speculatore internazionale e il rivoluzionario, specialità nelle quali eccelse al massimo grado. Il suo identikit attuale corrisponde in modo quasi perfetto con George Soros, che di nome fa György Schwartz, nato in Ungheria nel 1930 e anch'egli ebreo. Soros non solo ha tratto profitti stratosferici grazie alle sue attività di speculatore "illuminato" (nel 1992, per esempio, mise in ginocchio la sterlina inglese e la lira italiana), ma può essere considerato uno dei maggiori ideatori-finanziatori delle "rivoluzioni colorate" e "guerre umanitarie" che stanno mettendo a ferro e fuoco Medio Oriente ed Est Europa.

 È sempre lui che, dietro una spessa cortina fumogena di benefattore internazionale e filantropo, sostiene e foraggia l’esodo di immigrati (frutto delle guerre e del caos generato dall’Occidente) che sta scardinando il sistema sociale e l’identità dell’Europa. Speculatori e rivoluzionari al medesimo tempo, un apparente ossimoro che ricorre di continuo nella bimillenaria storia ebraica.

Reporter




PER SAPERNE DI PIU’….          



IL PESO INSOSTENIBILE DEL SAPERE




Sei mesi fa ero seduto su una comoda poltrona di pelle nello splendido salotto di un pezzo da novanta del mondo accademico italiano. Appese alle pareti c'erano le locandine giganti delle sue conferenze, sulle quali erano stampate le sue foto. Alcuni suoi libri erano stati collocati con fare sapiente sul grande tavolo di cristallo vicino alla poltrona, in modo da attirare l'attenzione degli ospiti.

Si parlava della Storia del Novecento e delle tesi revisioniste sostenute nel mio libro, che lui aveva letto in anteprima.

Il luminare scandisce con solennità le seguenti parole:

“La Rivoluzione d'Ottobre è il punto di incontro tra le esigenze delle masse lavoratrici sfruttate e la dottrina marxista. Non ci sono complotti, caro Montermini”.

A questo punto sbotto:

Ma ci sono le prove dei finanziamenti dei banchieri ebrei ai comunisti!”

Senza perdere il suo aplomb il luminare mi risponde:

Non è vero niente!”

“Come sarebbe a dire che non è vero?” - chiedo io meravigliato – “Lei conosce "Wall Street and the Bolshevik revolution" di Antony Sutton? Lì sono pubblicate le ricevute di pagamento dei banchieri che...”

“Non conosco Sutton e non mi interessa!" - Taglia corto lui.

Dopo questo commento così lapidario tra noi cadde il gelo.

Se vi dicessi il nome di questo luminare rimarreste tutti a bocca aperta, ma questo non è importante.

Ciò che conta è la serietà con la quale viene condotta la ricerca scientifica da parte degli storici italiani: "non conosco e non mi interessa!"


Enrico Montermini, 17/07/2017



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PROSSIMA FERMATA : BARATRO


Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale la società è progressivamente cambiata fino a diventare, con l’aiuto della modernità e di tutto ciò che da essa consegue, quella in cui oggi purtroppo siamo chiamati a vivere.

Chi pensa dunque che lo scenario odierno sia il frutto di una serie di casualità slegate tra loro, o crede che sia soltanto il risultato delle innovazioni tecnologiche piuttosto che del decadimento generale dell’essere umano, ormai immerso esclusivamente in questioni materiali e poco incline ad andare oltre l’apparenza delle cose, commette un clamoroso errore, che rischia di compromettere alla base l’effettuazione di un’analisi esaustiva tesa a fare una sorta di radiografia di questo pianeta ormai sempre più deteriorato.

Ciò con cui oggi ci troviamo a fare i conti non è altro se non l’epilogo di un percorso iniziato nel millenovecentoquarantacinque, che aveva lo scopo di portare le diverse nazioni al collasso, politico, sociale, economico, e anche morale, favorendo cosi la formazione di un unico governo trasnsnazionale.

E’ in questi quattro ambiti poco sopra elencati che il degrado generale ha preso il sopravvento, e ci ha consegnato oggi una situazione che è diventata insostenibile, la quale purtroppo, stando cosi le cose, può solamente trovare un peggioramento.

Si è scritto di un lato morale che assume un ruolo importante nella determinazione fattuale della crisi in cui siamo, perché è proprio la mancanza di moralità, di disciplina popolare non intesa come mero ordine in stile militaresco ma come il seguire una determinata scala valoriale e non prescindere mai da essa nelle scelte che poi determinano il futuro di una comunità nazionale, che fa si che siano gli stessi cittadini, lasciati allo sbando da istituzioni che non hanno per nulla a cuore i loro interessi, a determinare la loro situazione, aderendo più o meno convintamente alla truffa democratica che si concretizza per mezzo delle elezioni politiche.

Ciò che la parte sconfitta militarmente nel secondo conflitto mondiale aveva saputo dare ai popoli posti sotto la propria influenza era appunto una preparazione totale,  che permetteva a questi ultimi di non cadere nei tranelli che oggi il sistema vigente ci pone quotidianamente davanti.

Il popolo tedesco prima di tutto, per alcuni tratti quello italiano, e poi  anche se in tono minore tutti quelli posti sotto l’influenza dell’asse, conoscevano chi era il proprio nemico, e sapevano di poter contare su un governo che era intenzionato a combatterlo fino alla fine.

Oggi la situazione è completamente rovesciata, in quanto è quello stesso nemico che, prima più implicitamente e oggi sempre più alla luce del sole, governa le nostre vite.



Quell’avversario oggi detiene nelle sue mani un potere mondiale indiscutibile, e non lascia molte alternative a sé stesso, in quanto chi gli osa porsi contro, oltre ad essere il più delle volte un’entità geograficamente ristretta, viene ostacolato, combattuto e poi depredato, e la Siria di questo ne è solo l’ultimo esempio.

Questo capovolgimento che pone ai vertici di un’immaginaria piramide governativa i peggiori nemici dei popoli non può non determinare con essa una crisi valoriale indiscutibile.

Ciò accade principalmente perché occorre che i principi fondamentali che devono far parte di una più o meno vasta organizzazione comunitaria e devono determinarne un alto grado di coesione  siano fattori che  portino all’aggregazione.

Ci riferiamo quindi alla solidarietà popolare, al rinforzare il legame del presente con il passato, che si identifica in questo caso con la storia, al rispetto delle persone anziane non solamente in quanto individui ma più spiritualmente come occupanti del medesimo spazio e animatori di quel filo conduttore che porta le generazioni a succedersi l’una all’altra mantenendo la stessa identità, ma anche al rispetto delle donne in tutti i ruoli che sono chiamate a ricoprire nel ciclo dell’esistenza, quindi dall’essere persona all’essere generatrici di altre persone, vedendole perciò idealmente come il motore della vita e la garanzia del proseguimento della stessa.

Non a caso questi erano alcuni dei valori che il Nazionalsocialismo offriva al suo popolo, a se i tedeschi sono diventati negli anni in cui quell’esperienza politica ha avuto luogo compatti fieri e orgogliosi come mai forse lo erano stati nella propria storia lo si deve all’attuazione di quelle istanze sociali e solidaristiche, che determinavano il sentirsi non più mero individuo astratto, ma parte di un sistema poggiato sulla giustizia.

Il fatto che il potere ebraico, quello della massoneria, e in generale tutto l’apparato plutocratico e reazionario occidentale si sia posto contro quella che loro consideravano giustamente dal loro punto di vista essere una grave minaccia non deve essere visto, in maniera meramente materialista, solamente determinato  da un’opposizione alla politica economica portata avanti in Germania durante quegli anni.

Si è trattato di un’avversione totale a un modello di vita che rimetteva le cose troppo al loro posto e nel caso fosse stato attuato globalmente non avrebbe consentito più il perpetrarsi delle ingiustizie che oggi siamo quotidianamente costretti a vedere.

I padroni del mondo conoscono solo le regole del profitto e dell’arricchimento personale, non importa se esso sia a scapito del prossimo o, come sovente accade, di migliaia e migliaia di persone.
Per questo motivo l’azione del mondialismo, che esso può compiere con estrema facilità in quanto controlla attraverso i suoi accaniti fautori i maggiori organi di informazione, è quella essenzialmente di togliere certezze ai popoli.

Ecco che quindi la politica liberista di precarizzazione del lavoro non solo serve per aumentare i profitti dei grandi capitalisti, ma è congeniale anche a mandare il lavoratore allo sbando, togliendogli una base solida sulla quale sviluppare un progetto di vita che gli consenta di realizzare sé stesso all’interno della comunità a cui appartiene.

Vediamo come si passi facilmente dalla crisi valoriale, e quindi morale, a quella sociale, e ciò accentua più che mai l’ipotesi che non sia opportuno parlare del degrado sociale come di tanti settori disuniti tra loro, ma sarebbe più indicato farlo partendo dalla consapevolezza che ci troviamo davanti ad un blocco unico, in cui tutti gli elementi sono collegati.

Il lavoro porta con sé una crisi sociale dilagante. Dalla mancanza di un elemento base come questo dipende ad esempio la crisi delle nascite, in quanto tale precarietà determina l’impossibilità di mettere al mondo una nuova vita e poter garantire ad essa un avvenire certo e sicuro.

La non presenza di un sostentamento economico stabile è anche la causa per la quale molte coppie devono rinunciare ad andare a vivere insieme e costituire quindi un nuovo nucleo famigliare e da tale aspetto dipendono due elementi molto negativi: il primo è  uno smarrimento di prospettiva individuale delle persone coinvolte, il secondo è un danno alla collettività in senso comunitario, in quanto  il non costituirsi in soggetto sociale indebolisce il contesto territoriale nel quale ci si muove.

Appare essere indiscutibile perciò che la crisi della società che oggi siamo chiamati ad analizzare non debba essere scomposta, altrimenti se ne perderebbe in maniera irrimediabile il senso.

Abbiamo visto come la crisi morale sviluppatasi con il disorientamento dell’uomo, ( che avviene attraverso la messa in discussione del sistema dei principi base ai quali egli dovrebbe attenersi per condurre una vita dignitosa e soddisfacente), determini anche una crisi sociale ( mancanza di lavoro e quindi impossibilità di progettare un futuro) e una meramente economica (povertà).

Proprio alla crisi economica e di conseguenza a tutti gli altri aspetti precedentemente analizzati è legata a filo doppio quella che possiamo classificare come una crisi politica che sta raggiungendo in questi anni il suo apice.

Per crisi politica noi si intende, come farebbero i feticisti della democrazia, un momento parlamentare difficile nel quale risulta complesso trovare una maggioranza politica: noi diamo al termine politica un significato totale.

Il sistema politico mondiale che oggi ci governa è il risultato delle più rosee previsioni dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: il loro trionfo sta non solo nel poter muovere le nazioni come pedine su una scacchiera, ma nell’avere il totale appoggio dei popoli mentre questo accade.

Mentre infatti l’uomo è immerso nelle difficoltà giornaliere dovute alla situazione difficile in cui è costretto a vivere i grandi capitalisti giocano sul pianeta le partite fondamentali.

Durante le ore che passiamo ad essere sfruttati dentro un ufficio da altre parti del mondo si sganciano bombe su civili inermi, si cancellano vite, si distruggono intere nazioni.

Questo noi facciamo solo finta di non saperlo, trincerandoci dietro il fatto che i maggiori organi di informazione, collusi con il potere, non ne parlano o danno a ciò una motivazione errata del tutto confacente ai propri interessi, disinteressandoci quindi in definitiva a tutto ciò che accade lontano da noi, inconsapevoli del fatto che le conseguenze di ciò saremo proprio noi a subirle.

La pigrizia che  pervade la popolazione è un altro aspetto che ha portato a questa situazione di degrado sociale: la modernità, l’ossessiva avanzata della tecnologia, voluta e incoraggiata proprio dai governanti del mondo, ci ha tolto la voglia di indagare, di andare oltre l’apparenza, di affidarci a fonti alternative.



Oggi per leggere una notizia basta un secondo, ma l’articolo che viene messo cosi velocemente a disposizione del cittadino altro non è che il frutto di quello che il sistema vuole che si sappia, ovvero la realtà plagiata che  esso desidera inculcare nella mente delle persone.

Si fanno passare i messaggi più assurdi come assolutamente veri, quando basterebbe utilizzare la logica per accorgersi della loro falsità.

Si scambiano i buoni per i cattivi e viceversa, si dipingono come dittatori feroci coloro che tentano solo di non svendere la propria nazione ai mercanti e agli usurai mentre dall’altra parte vengono fatte lodi sperticate a fantomatiche culle di democrazia tacendo il fatto che da decenni esse costringono i popoli vicini alla fame e erigono muri dal sapore tutt’altro che libertario.

In questo desolante contesto la cosa  più utile da fare è cercare di portare il maggior  numero di persone possibile a ragionare lucidamente su chi davvero determina la loro condizione sociale, ovvero la dittatura bancaria, il potere ebraico e le organizzazioni massoniche, vale a dire il triangolo mondialista per eccellenza.


Daniele Proietti


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giovedì 24 agosto 2017

LIBRI DI FILIPPO GIANNINI



Filippo Giannini è uno storico controcorrente recentemente scomparso. 

Ha dedicato la sua vita a studi e ricerche sul periodo Fascista e in particolare sulla persona di Benito Mussolini per restituire  a questo grande statista e al periodo storico contrassegnato dal suo governo in Italia quella verità e qui meriti che la storiografia attossicata di sinistra non vuole riconoscere per mera faziosità ideologica, imponendo le sue menzogne ed omissioni a tutta la storiografia ufficiale su cui riesce a porre le proprie sgrinfie falsificatrici.

Memore della lezione storica di onestà e di puntigliosa ricerca storiografica impartita da Renzo de Felice ad una poco coraggiosa storiografia italica, Filippo Giannini ci ha lasciato una notevole serie di studi e libri tutti improntati alla ricerca delle verità storiche sul Fascismo e sui suoi meriti nella modernizzazione dell’ Italia.

Questa pagina è dedicata a quella parte del suoi libri pubblicata dalle Edizioni della Lanterna :



STORIA BEFFARDA

Nel 1966 Jack Kerouac, uno dei poeti della Beat Generation che poi divenne, nonostante lui, “Beat Generation”, presentò una sorta di programma politico-culturale ai sinistri e floreali presenti:

“La volontà che unisce i nostri gruppi e che ci fa comprendere che gli uomini e le donne devono apprendere il sentimento comunitario al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’odio di classe!“ -

Concludendo:

“Noi andiamo a vivere presto assieme  la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo“.

Il pubblico esultò  !

E lui splendidamente rispose: “Discorso pronunciato da Adolf Hitler al Reichstag nel 1937”.

Il pubblico gelò…

R.F.

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domenica 20 agosto 2017

PADRONI DEL MONDO


È insolito che i servizi di informazione non abbiamo mai prestato il dovuto interesse a una famiglia che decide più volte al giorno il destino del mondo. Per capire di chi stiamo parlando bisogna tornare indietro nel tempo, fino al 1743, a Francoforte. Lì si era stabilito un orafo tedesco, Amschel Moses, appassionato di finanziamenti e prestiti. La sua azienda ha un particolare emblema, uno scudo rosso in cui si stagna una maestosa aquila dalle ali spiegate, molto simile a quella americana (sarà un caso). Fu proprio per questo simbolo che l’azienda venne soprannominata “la ditta dello scudo rosso” cioè la Roten Schild in tedesco. 

Moses ebbe un figlio, Mayer Amschel. Quando la società del padre passò nelle sue mani decise di contrarre il nome Roten schild nel definitivo Rothschild. Fu proprio a questo punto che iniziò la loro leggendaria scalata al potere.

Mayer ebbe 5 figli, Amschel, Salomon, Nathan, Calmann e Jakob, tutti e 5 istruiti a dovere sull’attività economica e finanziaria.

Il primo genito Amschel rimase a Francoforte, Salomon a Vienna, Nathan a Londra, Jakob a Parigi e Calmann a Napoli. Distribuiti geograficamente a formare una sorte di pentacolo, crearono un nuovo emblema, cinque frecce incrociate (i 5 fratelli) il cui punto di intersezione rappresentava lo scopo stesso del loro operato: La convergenza del potere nelle mani della loro famiglia. Con  un riferimento ipocrita  al Salmo 127: “Come frecce nelle mani di un guerriero”.

Il principale artefice del successo della famiglia Rothschild, ovvero Nathan, inizialmente non seguì affatto gli obbiettivi dei fratelli, aprì un’azienda tessile a Manchester ma fallì miseramente. Una volta ritornato a Londra da buon figliol prodigo, decise di centuplicare prestigio e potere, sposando Hannah Barent Cohen, figlia di uno dei più ricchi mercanti ebrei del paese. Fu proprio Nathan a prestare al famoso Duca di Wellington, il denaro per pagare il suo esercito nella battaglia di Waterloo, la battaglia in cui venne sconfitto Napoleone Bonaparte. Anche gli alleati europei per ottenere i tributi spettanti loro, si servirono della banca di Nathan, e anche il perdente, ovvero la Francia, si servì del denaro di Nathan per sanare il vuoto creatosi nelle casse Nazionali.

I 5 fratelli portarono avanti la stessa tecnica, ovvero la riserva frazionale bancaria, questo significa ottenere autonomia e indipendenza in ogni paese dove si opera. Le guerre furono la fortuna di questi fratelli, al punto che con una piccola parte delle loro risorse economiche riuscirono da soli ad impedire il fallimento della banca d’Inghilterra. La crisi di liquidità del 1826, non affossò il governo britannico solo grazie ai Rothschild. Tutte le Nazionale Europee erano (e lo sono ancora) debitrici dei Rothschild. Inoltre, indovinate chi, nel settore pubblico, concesse finanziamenti alle reti ferroviarie in Italia, Austria e Francia, permettendo così l’acquisto delle miniere in Spagna, Sud America, Sud Africa e Africa occidentale, sempre loro! E il loro Oro. 

I Rothschild giunsero a possederne così tanto di oro che, dal 1919, le loro banche ne decidono il prezzo mondiale per ben due volte al giorno. Un vero impero, invisibile, inafferrabile, intoccabile ma potentissimo.



Sarà sicuramente “una coincidenza” ( guai a sostenere il contrario : la lobby che non esiste  potrebbe accusarti di antisemitismo e rovinarti, con la complicità di qualcuno dei numerosi magistrati sul loro libro paga...)  ma anche il termine della Prima Guerra Mondiale vede i Rothschild protagonisti assoluti della ricostruzione, diventando creditori di numerosi paesi fra cui Germania e Francia. Sempre per coincidenza, anche le fasi della guerra americana per l’abolizione della schiavitù, furono finanziate da questa famiglia. Nessuno, almeno secondo le fonti, è mai riuscito a saldare il debito con i Rothschild.

Perché i libri di storia e i servizi d’informazione non ne parlano? Se sono loro praticamente ad aver scritto la storia? Il concordare di tutte le testate giornalistiche nell’ignorare in modo assoluto, l’operato di persone che hanno tutte le carte in regola per essere i veri controllori delle sorti dell’umanità, dovrebbe spingervi quantomeno a riflettere. Chissà… che qualche autorità, voglia verificare se le società e le banche, delle nazioni protagonista della storia occidentale, pur cambiando di nome, facciano tutte capo agli stessi padroni…. ?


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