venerdì 23 giugno 2017

QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI



di Enrico Montermini.

Di tanto in tanto qualcuno mi sbatte in  faccia questa verità che noi razzisti non vogliamo sentire, perchè siamo  in malafede, o non conosciamo, perchè siamo ignoranti. Purtroppo  conosco bene la storia di "quando siamo scappati noi dalla miseria"! Tra  quelli che scappavano c'era mio nonno Emilio, che emigrò in Belgio con  mia nonna e mia madre ancora bambina.

Partirono tutti e tre con  un treno e le famose valigie di cartone assieme a migliaia di  connazionali. Avevano sostenuto le visite mediche prima di partire,  perché le autorità belghe non volevano epidemie. Mio nonno, come tutti  gli uomini, aveva già un contratto di lavoro prima di partire: c'erano  già abbastanza ladri, mendicanti e assassini in Belgio senza bisogno di  importarne altri dall'estero. Era razzismo quello delle autorità belghe?  No, era sano buon senso.

La sanità ha un costo per la  collettività: chi non contribuisce, perché abita all'estero, non ha  diritto a usufruirne; se però uno lavora in Belgio, paga le tasse e si  ammala, ha diritto all'assistenza sanitaria come tutti quelli che  lavorano e pagano le tasse.

Quanto ai ladri e ai mascalzoni, non ne  facciamo una questione di razzismo: chi non può mantenersi con un  lavoro onesto o ruba o muore di fame, non ci sono alternative. Un  italiano senza lavoro, pur senza aver commesso reati, veniva  immediatamente rimpatriato.

Torniamo a mio nonno. Emilio faceva  il minatore in una miniera di carbone: niente pocket money, niente  cellulare, niente wi-fi! Lui non parlava di razzismo e di diritti umani:  lavorava come un negro - lui, sì, aveva il diritto di dirlo! Per un puro  caso non era a Marcinelle quando la miniera è crollata: c'erano i suoi  amici morti sotto le macerie della miniera. Lui e i suoi amici facevano i  lavori che i belgi non volevano più fare: non stavano in pensione a  lamentarsi che il cibo fa schifo e il wi-fi non funziona bene!

In  Belgio non si faceva politica: si lavorava sodo e si teneva la testa  bassa. C'erano bar, ristoranti e negozi in cui era vietato l'ingresso  agli italiani. Erano atti crudeli, ma nessuno se ne lamentava: chi è  ospite in casa degli altri non può pretendere di cambiare le abitudini  del padrone di casa; però può uscire dalla porta con dignità se vuole - e  questo vale soprattutto per l'ospite che non è stato invitato!

Chi  faceva caciara perché aveva alzato troppo il gomito e chi rubacchiava  lo spedivano in Italia entro 24 ore e in Belgio non rimetteva più piede:  giusto così, altro che fogli di via e procedimenti giudiziari infiniti  con avvocati d'ufficio e giudici filantropi!

Cacciati via i farabutti, quelli che rimasero si guadagnarono il rispetto dei Belgi col duro lavoro. E' così che si fa!

Mio nonno è morto a 40 anni per una forma fulminante di tumore ai  polmoni: l'aveva presa respirando il grisù, il micidiale gas che  uccideva i minatori. E' morto lasciando una donna vedova, due bambini  piccoli (nel frattempo era nato anche mio zio) e una montagna di debiti!

Quando vedo ragazzoni neri di vent'anni girare col cappellino della  Nike e il cellulare di ultimo modello infischiandosene delle leggi di  questo Paese e gridando "stronzi razzisti" a noi italiani che lo  manteniamo in albergo ripenso ai sacrifici di mio nonno. E mi domando  per chi ha fatti tanti sacrifici. Questo splendido Paese in cui viviamo  l'hanno costruito generazioni di eroi come mio nonno Emilio, che per  tutta la vita non hanno fatto altro che lavorare e soffrire: non la  gente come Laura Boldrini, che sono il cancro della nostra società.



I LIBRI DELLA “ LANTERNA” SULL’ INVASIONE :