lunedì 7 novembre 2016

LA POLVERIERA STA PER SALTARE...



Ancora centinaia di feriti, ancora decine di morti, ancora la stessa regia dietro tutto, nemmeno poi ormai tanto occulta. E’ il ventotto giugno quando il terrore, quello messo in piedi con grande accuratezza dai vari governi occidentali, decide che è giunto il momento di forzare la mano, forse per accelerare quel percorso intrapreso ormai da tempo che culminerà con la guerra di civiltà tanto voluta dalle grandi potenze mondiali.
Ad essere colpita stavolta non è l’Europa nelle sue nazioni simbolo come successo in passato, ma la Turchia, ovvero lo stato aderente alla Nato più vicino all’oriente. Teatro dell’attentato è l’aeroporto Ataturk, dove tre Kamikaze prima hanno sparato, e poi si sono fatti saltare in area. Insieme a loro erano presenti altre quattro persone, una delle quali è stata arrestata, mentre le altre tre sono riuscite a fuggire. Ancora una volta, come accaduto nel mese di marzo in Belgio, i terroristi o presunti tali riescono ad entrare in aeroporti sorvegliatissimi in una maniera tanto semplice quanto sospetta. Questo episodio giunge a pochi giorni di distanza da un altro attacco bomba verificatosi proprio nella stessa città turca, per la precisione nei pressi dell’università statale, rivendicato però da un gruppo estremista curdo. Stavolta tutti non hanno dubbi: si tratta di Isis.

Fa indubbiamente riflettere il fatto che dopo una qualsiasi azione di questo tipo solitamente si avviano delle indagini per scoprire chi siano gli autori, e si attende una rivendicazione, che, quando si ha a che fare con organizzazioni sulla cui autenticità non ci sono dubbi, non tarda ad arrivare, mentre quando si tratta di Isis alle investigazioni quasi non viene dato inizio, e arriva prima l’annuncio da parte di chi l’attentato l’ha subito piuttosto che la dichiarazione di chi lo ha compiuto. Già dopo pochi minuti dall’episodio infatti, il primo ministro turco Binali Yildirim non nutriva alcun dubbio rispetto a di chi fosse la firma su quanto accaduto. Eppure la Turchia, anche grazie alla politica estera che ha deciso di intraprendere, ha molti nemici: perché dunque escludere da subito altre piste possibili? Non è la prima volta che questo accade: a gennaio  dodici tedeschi persero la vita a causa di un attentato presso il centro turistico di Sultanamhet, mentre nel mese di marzo quattro turisti morirono per un’azione terroristica messa in atto nella via dei negozi Istiklal.

Di questi due fatti fu dichiarata dal governo turco come responsabile l’Isis, senza che ci sia stata alcuna rivendicazione a riguardo, e in totale assenza di indagini volte ad accertare la verità su quanto accaduto. Appare chiaro come il governo turco sappia bene quando il proprio suolo sarà colpito, e sa anche bene poi come organizzare, attraverso campagne di stampa finalizzate a ciò, una reazione mediatica che induca i cittadini a volere a tutti i costi quello scontro frontale con i paesi arabi che in realtà non può portare ai turchi nulla di buono. Nelle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali campeggiano infatti immagini cruente di quanto è accaduto, e l’appello quasi ossessivo ad intraprendere una lotta comune con i paesi occidentali contro il terrorismo.



Dal canto loro le nazioni dell’occidente hanno inviato compatte messaggi di solidarietà alla Turchia, confermando a quest’ ultima una vicinanza non solo morale ma anche e soprattutto politica. Ancora una volta quindi il sistema non si fa alcuno scrupolo a determinare la morte di decine di persone pur di far crescere nelle popolazioni un sentimento di vendetta che in ultima analisi non farà altro se non il gioco della grande finanza internazionale. I turchi non si rendono conto oggi di quanto in realtà saranno i primi a fare le spese di tutto ciò. Grazie alla loro posizione geografica infatti essi rappresentano il primo avamposto occidentale. Inoltre già nella crisi diplomatica avuta con la Russia di Putin, risolta definitivamente solo pochi giorni fa, gli Stati Uniti e in generale la Nato hanno dimostrato quanto per loro la Turchia rappresenti solamente una pedina a livello internazionale, una specie di esca. Infatti mentre Erdogan e il governo turco chiedevano il sostegno occidentale rifacendosi al principio secondo il quale se viene attaccato un paese tutti gli aderenti al patto devono accorrere in suo sostegno, Obama rispondeva che non si sarebbe immischiato nella cosa, lasciando la Turchia di fatto sola. Facendo un paragone di carattere storico la Turchia oggi somiglia alla Polonia del 1939, quando i polacchi furono lasciati liberi di provocare i tedeschi in tutti i modi, addirittura di perpetrare un genocidio nei confronti della minoranza germanica presente sul loro territorio, con la promessa che se la Germania avesse giustamente risposto, come poi ha in maniera più che legittima fatto, avrebbero ricevuto il sostegno delle grandi plutocrazie. Cosi non fu, e la Polonia venne invasa. Allo stesso modo Erdogan e il governo turco stanno portando avanti una politica molto pericolosa, sicuri del fatto che se succederà qualcosa saranno sostenuti da ovest, ma sappiamo bene che la Turchia viene usata dalle grandi potenze solo al fine di accendere la miccia, e non si  avrà nessun problema una volta iniziate le danze a sacrificarla. In questo senso l’attentato di Istanbul rappresenta una tappa importante. I messaggi di vicinanza arrivati al governo nei quali si chiede a quest’ultimo di proseguire la sua lotta contro il terrorismo hanno tutta l’aria di un’esortazione ad aprire i giochi, e le dichiarazioni dei maggiori rappresentanti politici turchi sembrano, almeno, per ora, a parole, assecondare questo desiderio.

Questo episodio poi è servito ad avere il totale appoggio del popolo, che comunque aveva già espresso una sostanziale approvazione per la linea tenuta in politica estera dal proprio paese. Non sono solo i parenti delle vittime ad invocare vendetta, ma è un desiderio di tutti quelli che hanno visto foto, video, e quanto altro, in cui veniva mostrata con crudezza la crudeltà di quanto accaduto. La spettacolarizzazione di un evento tanto drammatico oltre ad avere il fine psicologico evidente di non far dimenticare alle persone ciò che è successo e far salire un sentimento di rabbia, è irrispettosa per la vita di quelle persone per cui oggi si chiede in maniera tanto violenta giustizia, in quanto non è di certo fotografandole morenti che gli si rende onore. Questa prassi è stata ereditata dagli Stati Uniti e trasmessa in Europa. La tecnologia poi oggi fa il resto. In sintesi ogni evento di cui il sistema ha deciso dovesse rimanere una memoria perpetua, vero o falso che sia, è stato spettacolarizzato.

 Anche nel caso turco, come accaduto sia per l’attentato di Parigi, sia per quello successivo di Bruxelles, l’attacco era stato previsto. Infatti ad avvisare Turchia e resto del mondo ci aveva pensato l’”Institute for the Study of War”, fondato nel 2007 da Kimberly Kagan a Washington. Non solo era stato previsto questo attentato, ma ne sono stati previsti altri in futuro sempre sul territorio turco. Ricapitolando la situazione abbiamo un attentato riuscito alla perfezione in un aeroporto che a detta di chi ci lavora si avvale dei migliori sistemi di sicurezza, la cui matrice è stata individuata circa venti minuti dopo rispetto all’ora in cui è avvenuto. Su sette terroristi ben tre sono in fuga sui quattro che sono rimasti vivi. Inoltre si scopre che era tutto già stato ampiamente previsto e nonostante questo nessuno ha impedito che centinaia di persone restassero uccise o ferite.




Per finire, ci si vuole far credere che un’organizzazione terroristica colpisca volontariamente lo stato che la arma e che costituisca una minaccia reale per questo stato, un vero e proprio insulto all’intelligenza. E’ risaputo infatti che è dalla Turchia che l’Isis, creatura occidentale, riceve armi, munizioni, e tutto quanto occorre per spargere il proprio terrore a comando. Annotiamo poi che, come succede sempre, quando l’Isis colpisce, o meglio nel momento in cui le viene chiesto di farlo, non vengono mai presi di mira centri nevralgici nel potere politico ed economico dello stato in cui si verifica l’episodio terroristico. Come in Francia e poi in Belgio infatti anche questa volta ad essere colpiti non sono stati luoghi rappresentativi del potere locale, ma località nelle quali si, c’era un’alta concentrazione di persone, ma prive di ogni valenza specifica che indichi un segnale chiaro della volontà di contrapporsi a quel sistema occidentale che a parole l’Isis contesta ma da cui, di fatto, dipende. Non è infatti prendendo di mira un aeroporto che si marca la distanza rispetto ad una piattaforma valoriale che si giudica errata nei principi, ma lo si farebbe senz’altro meglio colpendo i simboli del potere usuraio che costituisce il cancro della nostra società. Tutto ciò fa capire bene come non sia l’Isis l’arma per mezzo della quale scardinare in maniera radicale e definitiva l’impostazione di società voluta e attuata dalle grandi potenze mondiali, e perseguita costantemente tramite l’imperialismo, ma al contrario fa comprendere come per perseguire questo intento occorra rivolgersi e guardare con assoluto interesse a quel mondo islamico puro negli intenti e che ha saputo non scendere a compromessi, rappresentato egregiamente da formazioni come Hezbollah o da stati come l’Iran, che combattono l’Isis sul campo, e non a parole, avendone compreso da subito la natura e i reali obiettivi. 

Proprio la Turchia infatti rappresenta al meglio quella parte di Islam che è sceso a patti con il nemico diventandone servitore, quell’Islam di marca sunnita che oggi costituisce un vero e proprio cavallo di troia, una mina vagante pericolosa per mezzo della quale l’occidente ha assunto il controllo e l’influenza su molte zone orientali. Non a caso in questi giorni si parla insistentemente di un’alleanza tra la Turchia e l’Arabia Saudita. Il ventisette maggio scorso c’è stata una visita di Re Salman in Turchia, proprio per porre le basi di un rapporto sempre più amichevole, caratterizzato dalla comunanza di interessi, che sono quelli di aiutare la Nato in Siria determinando la caduta di  Bashar al-Assad, contribuendo cosi alla fine di un governo anticapitalista e sciita.

Dietro questa alleanza ci sono ovviamente gli Stati Uniti, che da sempre mirano a destabilizzare gli equilibri della zona compattando i paesi sunniti contro l’Iran sciita. Durante l’ultima conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, il presidente iraniano Hassan Rohani ha accusato infatti in maniera diretta Re Salman di attuare, su ordine degli Stati Uniti una politica finalizzata, tramite la compattazione del blocco sunnita, all’isolamento dell’Iran, che dal canto suo ha sempre sostenuto, e continua a farlo, il governo di Assad.


Aquila Nera