sabato 22 ottobre 2016

QUANDO MR OBOMBA VA IN GIAPPONE




Non avranno di certo la forza distruttiva che hanno due bombe atomiche lanciate a distanza di tre giorni sul suolo della medesima nazione, ma certe frasi non dette, colpe non ammesse, moralmente uccidono per la seconda volta: dopo aver deciso di andare a visitare Hiroshima, il luogo che fu teatro di tanta morte, il Presidente degli Stati Uniti Obama non ha utilizzato alcun termine finalizzato a chiedere scusa al popolo giapponese, che da decenni convive con questa macchia indelebile. Solo il Giappone infatti ha sperimentato gli effetti dell'atomica, e questo non per una necessità bellica che ne giustificasse l'uso da parte dei suoi avversari, ma per la necessità, da parte degli americani, di dar luogo ad una sorta di esperimento conoscitivo, e, allo stesso tempo, di incutere timore ai russi, che sarebbero stati, una volta sconfitti definitivamente i fascismi europei, i futuri avversari da battere.

Gli Stati Uniti infatti, che si erano dotati di ordigni cosi potenti tramite il Progetto Manhattan, messo in piedi al fine di anticipare i tedeschi nella costruzione di mezzi di tale portata, avevano bisogno di sperimentarne gli effetti potenziali e verificarne il grado di forza. L'idea iniziale era quella di sganciare l'atomica su Berlino, per umiliare definitivamente il Nazionalsocialismo e “punire” i tedeschi. Poi però si ragionò in altro modo: la guerra stava per finire in maniera vittoriosa per le potenze plutocratiche, e una Berlino distrutta non avrebbe giovato a nessuno, prima di tutto per la posizione geografica che occupa la capitale tedesca, e inoltre perché era già deciso nei piani che proprio Berlino dovesse essere la città simbolo della divisione ideologica del mondo tra comunismo e capitalismo.

Per questa ragione si decise di optare per un terreno meno strategico, e da un certo punto di vista meno “politicamente importante”. L'entrata del Giappone nella contesa avvenuta nel 1941,  e la tenacia con la quale questo popolo orgoglioso combatteva, indirizzarono definitivamente le mire di coloro che volevano sapere quale potesse essere davvero il livello distruttivo di simili bombe. Nel mese di luglio del 1945 le forze capitaliste conquistarono Okinawa, provocando tra i giapponesi centocinquantamila morti, molti dei quali civili. Era il colpo di grazia per gli asiatici, che ormai, insieme all'asse, non avevano più alcuna speranza di rovesciare le sorti del confronto a loro favore. Ma come fecero a Norimberga con i tedeschi, allo stesso modo con i giapponesi gli usurai padroni del mondo non si accontentarono di conseguire un successo, ma vollero umiliare il proprio nemico, calpestando la sua dignità. Proprio questo era il fine del documento redatto a Potsdam da rappresentanti delle democrazie reazionarie che si apprestavano da li a poco a dirigere le sorti del mondo: si trattava di una dichiarazione di resa che il Giappone avrebbe dovuto siglare, i cui termini politici e militari erano a dir poco offensivi. Ravvisatone il carattere teso a mortificare la dignità della propria nazione, a questa proposta di resa segui un netto rifiuto, che fu usato come pretesto da parte statunitense per attuare un piano criminale, che sarebbe culminato con l'atto più atroce che il mondo abbia mai visto.

La mattina del sei agosto 1945  l'ordigno nominato Little Boy viene sganciato sulla città di Hiroshima, provocando centinaia di migliaia di morti ed effetti di vario tipo di cui in piccola parte ancora oggi vediamo purtroppo le conseguenze. Lo scalpore fu totale: era la prima volta che una bomba simile veniva utilizzata, peraltro per risolvere definitivamente un conflitto il cui esito in quel periodo era già scontato. Una nazione dotata di un minimo di umanità e rispetto dopo aver provocato un disastro dalle proporzioni tanto immani si sarebbe fermata li, ma gli Stati Uniti, come la storia ha dimostrato più volte e anche il presente conferma, queste caratteristiche non le annoverano tra i loro requisiti. Per questo nei due giorni successivi a quel tragico sei agosto pensarono solamente a speculare sulla paura per costringere i giapponesi ad accettare la resa nei termini delineati a Potsnam.

Il popolo asiatico, ancora incredulo davanti a ciò che aveva visto solo poche ore prima, non rispose in maniera affermativa a tale richiesta, e subì ancora l'ira degli americani, che intanto erano compiaciuti dall'aver potuto verificare la potenza di cui è portatrice l'atomica. Con assoluta leggerezza e disinteresse per quella che sarebbe stata la sorte di un popolo che si andava a colpire in modo tanto violento e spregiudicato si decise, davanti all'eroica e fiera resistenza giapponese, di dare l'assenso al lancio di una seconda bomba atomica. Il nove agosto pertanto fu lanciato sul suolo giapponese un secondo ordigno nucleare chiamato “Fat Man”, che colpi Nagasaki.




Una nuova mazzata fu inferta ad uno stato che ancora era stordito dalla prima, e che il quindici agosto decise, vista l’insostenibilità della situazione e il caos che ormai regnava all’interno dei propri confini nazionali, di arrendersi al nemico.

Il bilancio finale, anche se mitigato dalle fonti di informazione da sempre prone al potere usuraio e capitalista, è spaventoso: si parla di circa duecentomila morti, anche se è impossibile stabilire la cifra esatta. Oltre i morti ci furono migliaia di feriti, menomati, invalidi permanenti. E’ da considerare poi il fatto che alle morti dirette, ovvero quelle causate concretamente dalle esplosioni, vanno sommate le tante negli anni, che non fanno parte del bilancio ufficiale delle vittime ma devono essere assolutamente ascritte agli eventi in questione. Le esplosioni infatti lasciarono radiazioni residue nel suolo per un lungo periodo.

Perciò, molti tra quelli che entrarono nelle città colpite alla ricerca di un parente o anche per aiutare chi era riuscito a salvarsi di fatto andarono incontro alla morte. Negli anni successivi aumentarono a dismisura i casi di leucemia, cancro al seno e ai polmoni, che condussero tante altre vite umane verso l’epilogo. Come se non bastasse, le donne che al momento dei fatti vivevano una gravidanza misero al mondo bambini con problemi fisici e/o mentali di vario tipo e molti uomini rimasero sterili. Bambini malformati ne continuarono a nascere per decenni, considerando il fatto che anche al genitore più sano, bastava bere dell’acqua che era diventata contaminata per contrarre una malattia. A tutt’oggi nascono bambini non sani, segno evidente del fatto che a settantuno anni di distanza ancora sono palpabili gli effetti di un evento tanto drammatico. Dal canto loro gli Stati Uniti, per evitare il diffondersi dei risultati della loro azione criminale, si offrirono di aiutare i giapponesi nella ricerca e analisi sugli effetti sul corpo umano delle radiazioni.

In realtà non era altro che un modo per evitare che il governo giapponese potesse condurre proprie ricerche indipendenti e arrivare a determinate conclusioni, per poi svelarle e porre gli Stati Uniti in una condizione di estremo imbarazzo. Per far si che tutto ciò non accadesse, i ritrovamenti sugli effetti delle radiazioni furono classificati segreti atomici, e gli scienziati americani, che addirittura dirigevano tali enti di ricerca, nascondevano sistematicamente preziose informazioni ai colleghi asiatici, informazioni che magari, se rivelate, avrebbero potuto salvare numerose vite, in quanto lo scopo di queste ricerche non era solo capire il perché delle morti, ma anche se c’era un modo per evitarne altre. Venivano sequestrati rapporti su autopsie, esemplari di organi e altri dati biologici ricavati dai corpi  dei giapponesi deceduti, e venivano inviati negli Stati Uniti al fine di essere analizzati. Ai giapponesi era preclusa la possibilità di pubblicare o discutere i risultati delle analisi da loro effettuate. Imporre questo divieto  era possibile grazie al fatto che il Giappone si trovava dopo la guerra in uno stato di occupazione, e, come detto, gli Stati Uniti avevano preso di fatto in mano ogni possibile ricerca inerente agli effetti provocati dai bombardamenti. Proprio la sudditanza che lo stato orientale ha mostrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nei confronti della nazione americana ha impedito la possibilità di rivendicare quello che a tutti gli effetti si configura come un crimine di guerra, il più brutale che il mondo abbia mai visto. Con il passare dei decenni nessun governo nipponico ha riproposto la questione a livello internazionale, chiedendo magari un risarcimento agli Stati Uniti, che di certo sarebbe stato difficilmente quantificabile viste le proporzioni degli eventi in questione, ma sarebbe stato sicuramente un atto dovuto nei confronti non solo di un popolo, ma, più in generale, della storia.

La superbia statunitense, l’omertà dei maggiori mezzi di informazione e infine l’assenza di pressione da parte giapponese sono stati i tre elementi chiave che hanno contribuito a far entrare quanto accaduto il sei e il nove agosto 1945  in un ingiustificabile dimenticatoio, e ha contribuito a porre nella memoria storica collettiva il doppio attacco atomico sulla stessa lunghezza d’onda di altre azioni di guerra, spogliandolo quindi del suo carattere altamente criminale. Proprio il clima disteso instauratosi  dopo la fine della guerra e consolidatosi nel corso dei decenni  tra i due stati una volta belligeranti ha permesso dopo oltre settant’anni al Presidente degli Stati Uniti Obama di visitare la città di Hiroshima, mettendo piede, accompagnato dal premier giapponese Shinzo Abe, all’interno del Memoriale della Pace, che oggi  risulta essere a tutti gli effetti un sito appartenente alla lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco, nonostante nel 1996, si registrarono resistenze ad inserire questo luogo nella lista in questione sia da parte della Cina, storicamente nemica del Giappone, sia anche dagli stessi Stati Uniti, e questo conferma ancora una volta come, alle soglie del terzo millennio, la volontà da parte statunitense fosse, cosi come oggi, quella di cancellare dalla storia la morte di centinaia di migliaia di persone.

Durante la propria visita Obama non ha chiesto minimamente scusa per conto della nazione che rappresenta, anzi, ha rivendicato la scelta operata dall’allora Presidente Truman definendola necessaria al fine di conseguire la vittoria nella guerra, un successo che, come si è detto in precedenza, nell’agosto del 1945  era, purtroppo, già deciso. A colpire di più, oltre alla  sfrontatezza con la quale il capo degli Usa si è recato nel luogo simbolo di quella che è la violenza guerrafondaia di cui dalla loro nascita sono portatori gli Stati Uniti d’America è  inoltre l’atteggiamento benevolo non solo del governo, ma anche del popolo, o almeno di larga parte del popolo giapponese nei suoi confronti. Basti pensare che il Presidente dell’Associazione dei Sopravvissuti di Hiroshima Sunao Tsuboi ha esplicitamente dichiarato: ”non voglio le scuse di Obama, solo stringergli la mano, senza odio”, mentre un dirigente di un importante azienda automobilistica giapponese ha detto:” E’ un giorno storico non solo per Hiroshima, ma per tutto il Giappone. Siamo felici che Obama sia qui, siamo la nuova generazione e vogliamo guardare al futuro”. Le frasi riportate sono emblematiche di come quel processo iniziato alla fine della guerra volto a cancellare ogni residuo di patriottismo nei popoli abbia raggiunto i propri scopi.

Non è un caso che, secondo un’indagine recente, siano proprio le nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale quelle in cui l’identitarismo risulta essere più sopito. Questo è perché tali stati, dove erano sorti dei movimenti nazionalisti che richiamavano le radici dei popoli, come il Nazionalsocialismo in Germania, e il Fascismo in Italia, hanno costituito  la prova di come un sentimento comunitario sia la chiave di volta giusta per scardinare il sistema capitalista e usuraio e hanno perciò rappresentato una seria minaccia. Proprio per tale ragione per primi i popoli in questione subirono  gli effetti della dittatura mondialista. Il Giappone e la Germania all’indomani della sconfitta militare subita  vennero fisicamente occupate per anni, l’Italia venne occupata di fatto.

Obama a Hiroshima ha dichiarato di volere un mondo senza nucleare, di auspicare la pace, ma è ben consapevole che lo stato che rappresenta è il primo a non desiderare il persistere di una situazione pacifica, in quanto è da sempre dedito a minare la sovranità nazionale altrui per assecondare lo svilupparsi di quel progetto mondialista di cui si diceva prima. Siamo sicuri che Obama, come qualsiasi altro Presidente degli Stati Uniti prima e dopo di lui, non si farebbe scrupoli a dare la stessa autorizzazione che diede decenni fa Truman se qualcuno gli dicesse che la sua nazione potesse trarre il minimo beneficio da ciò, e siamo altrettanto certi che  settant’anni dopo nessuno chiederebbe scusa. Pur vivendo in un sistema che dal 1945  ha tentato a più riprese, attraverso l'oscurantismo mediatico, di sminuire quanto accaduto in Giappone, oppure di giustificarlo agli occhi dei popoli come un atto necessario ad affermare la libertà facendo diventare quindi i carnefici vittime e viceversa, il compito di chi si prefigge lo scopo di raccontare la storia in maniera oggettiva rimane quello di attenersi strettamente ai fatti.

 Occorre perciò ricordare ognuna delle centinaia di migliaia di vittime che macchiarono con il loro sangue la terra giapponese sia in quei giorni di agosto sia, colte degli effetti causati dalle esplosioni, negli anni successivi. Bisogna collocare avvenimenti tanto catastrofici come quelli di Hiroshima e Nagasaki nel contesto storico in cui si sono verificati al fine di constatare l'assoluta inutilità di tali gesti. La consapevolezza della malvagità con cui si è affermato il dominio capitalista e usuraio sul mondo rende se possibile ancora più convinta la nostra collocazione morale, politica e spirituale in quella che per molti, ma non per tutti, rappresenta la parte sbagliata, ben consci del fatto che da quell’infausto 1945 il mondo per molti aspetti è cambiato, ma le fonti dei mali che lo affliggono sono sempre le stesse, e contro quelle bisogna combattere.


Aquila  Nera






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