lunedì 31 ottobre 2016

TERREMOTO DEL VULTURE, ITALIA DEL SUD , 1930.



Terremoto del Vulture, 1930.

Il capo del Governo, Mussolini, appena conosciuta notizia del disastro convocò l'allora Ministro dei Lavori Pubblici, l'on. Araldo di Crollalanza e gli affidò l'opera di soccorso e ricostruzione. Araldo di Crollalanza, in base alle disposizioni ricevute e giovandosi del RDL del 9 dicembre 1926 e alle successive norme tecniche del 13 marzo 1927, norme che prevedevano la concentrazione di tutte le competenze operative, nei casi di catastrofe, nel Ministero dei lavori pubblici, fece effettuare nel giro di pochissime ore il trasferimento di tutti gli uffici del Genio Civile, del personale tecnico, nella zona sinistrata, così come era previsto dal piano di intervento e dalle tabelle di mobilitazione che venivano periodicamente aggiornate.

Secondo le disposizioni di legge, sopra ricordate, nella stazione di Roma, su un binario morto, era sempre in sosta un treno speciale, completo di materiale di pronto intervento, munito di apparecchiature per demolizioni e quant'altro necessario per provvedere alle prime esigenze di soccorso e di assistenza alle popolazioni sinistrate.

Sul treno presero posto il Ministro, i tecnici e tutto il personale necessario. Destinazione: l'epicentro della catastrofe.

Naturalmente, come era uso in quei tempi, per tutto il periodo della ricostruzione, Araldo di Crollalanza non si allontanò mai dalla zona sinistrata, adattandosi a dormire in una vettura del treno speciale che si spostava, con il relativo ufficio tecnico da una stazione all'altra per seguire direttamente le opere di ricostruzione. I lavori iniziarono immediatamente.

Dopo aver assicurato gli attendamenti e la prima opera di assistenza, si provvide al tempestivo arrivo sul posto, con treni che avevano la precedenza assoluta di laterizi e di quant'altro necessario per la ricostruzioni. Furono incaricate numerose imprese edili che prontamente conversero sul posto, con tutta l'attrezzatura. Lavorando su schemi di progetti standard si poté dare inizio alla costruzione di casette a pian terreno di due o tre stanze anti-sismiche, particolarmente idonee a rischio. Contemporaneamente fu disposta anche la riparazione di migliaia di abitazioni ristrutturabili, in modo da riconsegnarle ai sinistrati prima dell'arrivo dell'inverno.

A soli tre mesi dal catastrofico sisma, e precisamente il 28 ottobre 1930, le prime case vennero consegnate alle popolazioni della Campania, della Lucania e della Puglia. Furono costruite 3.746 case e riparate 5.190 abitazioni. Mussolini salutò il suo Ministro dei Lavori Pubblici al termine della sua opera con queste parole:"Eccellenza Di Crollalanza, lo Stato italiano La ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi perché era Suo preciso dovere, ma la ringrazia per aver fatto risparmiare all'erario 500 mila lire.".

L'intervento complessivo, difatti era venuto anche a costare meno del previsto. Nonostante il breve tempo impiegato nel costruirle e nonostante i mezzi tecnologici relativamente antiquati di cui poteva disporre l'Italia del 1930, le palazzine edificate in questo periodo resistettero ad un altro importante terremoto che colpì la stessa area 50 anni dopo.

Roberto Libero Bianchi







PER SAPERNE DI PIU’………..

Leggi “ L’ uomo della provvidenza” di Filippo Giannini. E’ un libro della Lanterna : 




sabato 22 ottobre 2016

QUANDO MR OBOMBA VA IN GIAPPONE




Non avranno di certo la forza distruttiva che hanno due bombe atomiche lanciate a distanza di tre giorni sul suolo della medesima nazione, ma certe frasi non dette, colpe non ammesse, moralmente uccidono per la seconda volta: dopo aver deciso di andare a visitare Hiroshima, il luogo che fu teatro di tanta morte, il Presidente degli Stati Uniti Obama non ha utilizzato alcun termine finalizzato a chiedere scusa al popolo giapponese, che da decenni convive con questa macchia indelebile. Solo il Giappone infatti ha sperimentato gli effetti dell'atomica, e questo non per una necessità bellica che ne giustificasse l'uso da parte dei suoi avversari, ma per la necessità, da parte degli americani, di dar luogo ad una sorta di esperimento conoscitivo, e, allo stesso tempo, di incutere timore ai russi, che sarebbero stati, una volta sconfitti definitivamente i fascismi europei, i futuri avversari da battere.

Gli Stati Uniti infatti, che si erano dotati di ordigni cosi potenti tramite il Progetto Manhattan, messo in piedi al fine di anticipare i tedeschi nella costruzione di mezzi di tale portata, avevano bisogno di sperimentarne gli effetti potenziali e verificarne il grado di forza. L'idea iniziale era quella di sganciare l'atomica su Berlino, per umiliare definitivamente il Nazionalsocialismo e “punire” i tedeschi. Poi però si ragionò in altro modo: la guerra stava per finire in maniera vittoriosa per le potenze plutocratiche, e una Berlino distrutta non avrebbe giovato a nessuno, prima di tutto per la posizione geografica che occupa la capitale tedesca, e inoltre perché era già deciso nei piani che proprio Berlino dovesse essere la città simbolo della divisione ideologica del mondo tra comunismo e capitalismo.

Per questa ragione si decise di optare per un terreno meno strategico, e da un certo punto di vista meno “politicamente importante”. L'entrata del Giappone nella contesa avvenuta nel 1941,  e la tenacia con la quale questo popolo orgoglioso combatteva, indirizzarono definitivamente le mire di coloro che volevano sapere quale potesse essere davvero il livello distruttivo di simili bombe. Nel mese di luglio del 1945 le forze capitaliste conquistarono Okinawa, provocando tra i giapponesi centocinquantamila morti, molti dei quali civili. Era il colpo di grazia per gli asiatici, che ormai, insieme all'asse, non avevano più alcuna speranza di rovesciare le sorti del confronto a loro favore. Ma come fecero a Norimberga con i tedeschi, allo stesso modo con i giapponesi gli usurai padroni del mondo non si accontentarono di conseguire un successo, ma vollero umiliare il proprio nemico, calpestando la sua dignità. Proprio questo era il fine del documento redatto a Potsdam da rappresentanti delle democrazie reazionarie che si apprestavano da li a poco a dirigere le sorti del mondo: si trattava di una dichiarazione di resa che il Giappone avrebbe dovuto siglare, i cui termini politici e militari erano a dir poco offensivi. Ravvisatone il carattere teso a mortificare la dignità della propria nazione, a questa proposta di resa segui un netto rifiuto, che fu usato come pretesto da parte statunitense per attuare un piano criminale, che sarebbe culminato con l'atto più atroce che il mondo abbia mai visto.

La mattina del sei agosto 1945  l'ordigno nominato Little Boy viene sganciato sulla città di Hiroshima, provocando centinaia di migliaia di morti ed effetti di vario tipo di cui in piccola parte ancora oggi vediamo purtroppo le conseguenze. Lo scalpore fu totale: era la prima volta che una bomba simile veniva utilizzata, peraltro per risolvere definitivamente un conflitto il cui esito in quel periodo era già scontato. Una nazione dotata di un minimo di umanità e rispetto dopo aver provocato un disastro dalle proporzioni tanto immani si sarebbe fermata li, ma gli Stati Uniti, come la storia ha dimostrato più volte e anche il presente conferma, queste caratteristiche non le annoverano tra i loro requisiti. Per questo nei due giorni successivi a quel tragico sei agosto pensarono solamente a speculare sulla paura per costringere i giapponesi ad accettare la resa nei termini delineati a Potsnam.

Il popolo asiatico, ancora incredulo davanti a ciò che aveva visto solo poche ore prima, non rispose in maniera affermativa a tale richiesta, e subì ancora l'ira degli americani, che intanto erano compiaciuti dall'aver potuto verificare la potenza di cui è portatrice l'atomica. Con assoluta leggerezza e disinteresse per quella che sarebbe stata la sorte di un popolo che si andava a colpire in modo tanto violento e spregiudicato si decise, davanti all'eroica e fiera resistenza giapponese, di dare l'assenso al lancio di una seconda bomba atomica. Il nove agosto pertanto fu lanciato sul suolo giapponese un secondo ordigno nucleare chiamato “Fat Man”, che colpi Nagasaki.




Una nuova mazzata fu inferta ad uno stato che ancora era stordito dalla prima, e che il quindici agosto decise, vista l’insostenibilità della situazione e il caos che ormai regnava all’interno dei propri confini nazionali, di arrendersi al nemico.

Il bilancio finale, anche se mitigato dalle fonti di informazione da sempre prone al potere usuraio e capitalista, è spaventoso: si parla di circa duecentomila morti, anche se è impossibile stabilire la cifra esatta. Oltre i morti ci furono migliaia di feriti, menomati, invalidi permanenti. E’ da considerare poi il fatto che alle morti dirette, ovvero quelle causate concretamente dalle esplosioni, vanno sommate le tante negli anni, che non fanno parte del bilancio ufficiale delle vittime ma devono essere assolutamente ascritte agli eventi in questione. Le esplosioni infatti lasciarono radiazioni residue nel suolo per un lungo periodo.

Perciò, molti tra quelli che entrarono nelle città colpite alla ricerca di un parente o anche per aiutare chi era riuscito a salvarsi di fatto andarono incontro alla morte. Negli anni successivi aumentarono a dismisura i casi di leucemia, cancro al seno e ai polmoni, che condussero tante altre vite umane verso l’epilogo. Come se non bastasse, le donne che al momento dei fatti vivevano una gravidanza misero al mondo bambini con problemi fisici e/o mentali di vario tipo e molti uomini rimasero sterili. Bambini malformati ne continuarono a nascere per decenni, considerando il fatto che anche al genitore più sano, bastava bere dell’acqua che era diventata contaminata per contrarre una malattia. A tutt’oggi nascono bambini non sani, segno evidente del fatto che a settantuno anni di distanza ancora sono palpabili gli effetti di un evento tanto drammatico. Dal canto loro gli Stati Uniti, per evitare il diffondersi dei risultati della loro azione criminale, si offrirono di aiutare i giapponesi nella ricerca e analisi sugli effetti sul corpo umano delle radiazioni.

In realtà non era altro che un modo per evitare che il governo giapponese potesse condurre proprie ricerche indipendenti e arrivare a determinate conclusioni, per poi svelarle e porre gli Stati Uniti in una condizione di estremo imbarazzo. Per far si che tutto ciò non accadesse, i ritrovamenti sugli effetti delle radiazioni furono classificati segreti atomici, e gli scienziati americani, che addirittura dirigevano tali enti di ricerca, nascondevano sistematicamente preziose informazioni ai colleghi asiatici, informazioni che magari, se rivelate, avrebbero potuto salvare numerose vite, in quanto lo scopo di queste ricerche non era solo capire il perché delle morti, ma anche se c’era un modo per evitarne altre. Venivano sequestrati rapporti su autopsie, esemplari di organi e altri dati biologici ricavati dai corpi  dei giapponesi deceduti, e venivano inviati negli Stati Uniti al fine di essere analizzati. Ai giapponesi era preclusa la possibilità di pubblicare o discutere i risultati delle analisi da loro effettuate. Imporre questo divieto  era possibile grazie al fatto che il Giappone si trovava dopo la guerra in uno stato di occupazione, e, come detto, gli Stati Uniti avevano preso di fatto in mano ogni possibile ricerca inerente agli effetti provocati dai bombardamenti. Proprio la sudditanza che lo stato orientale ha mostrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nei confronti della nazione americana ha impedito la possibilità di rivendicare quello che a tutti gli effetti si configura come un crimine di guerra, il più brutale che il mondo abbia mai visto. Con il passare dei decenni nessun governo nipponico ha riproposto la questione a livello internazionale, chiedendo magari un risarcimento agli Stati Uniti, che di certo sarebbe stato difficilmente quantificabile viste le proporzioni degli eventi in questione, ma sarebbe stato sicuramente un atto dovuto nei confronti non solo di un popolo, ma, più in generale, della storia.

La superbia statunitense, l’omertà dei maggiori mezzi di informazione e infine l’assenza di pressione da parte giapponese sono stati i tre elementi chiave che hanno contribuito a far entrare quanto accaduto il sei e il nove agosto 1945  in un ingiustificabile dimenticatoio, e ha contribuito a porre nella memoria storica collettiva il doppio attacco atomico sulla stessa lunghezza d’onda di altre azioni di guerra, spogliandolo quindi del suo carattere altamente criminale. Proprio il clima disteso instauratosi  dopo la fine della guerra e consolidatosi nel corso dei decenni  tra i due stati una volta belligeranti ha permesso dopo oltre settant’anni al Presidente degli Stati Uniti Obama di visitare la città di Hiroshima, mettendo piede, accompagnato dal premier giapponese Shinzo Abe, all’interno del Memoriale della Pace, che oggi  risulta essere a tutti gli effetti un sito appartenente alla lista dei Patrimoni dell’umanità dell’Unesco, nonostante nel 1996, si registrarono resistenze ad inserire questo luogo nella lista in questione sia da parte della Cina, storicamente nemica del Giappone, sia anche dagli stessi Stati Uniti, e questo conferma ancora una volta come, alle soglie del terzo millennio, la volontà da parte statunitense fosse, cosi come oggi, quella di cancellare dalla storia la morte di centinaia di migliaia di persone.

Durante la propria visita Obama non ha chiesto minimamente scusa per conto della nazione che rappresenta, anzi, ha rivendicato la scelta operata dall’allora Presidente Truman definendola necessaria al fine di conseguire la vittoria nella guerra, un successo che, come si è detto in precedenza, nell’agosto del 1945  era, purtroppo, già deciso. A colpire di più, oltre alla  sfrontatezza con la quale il capo degli Usa si è recato nel luogo simbolo di quella che è la violenza guerrafondaia di cui dalla loro nascita sono portatori gli Stati Uniti d’America è  inoltre l’atteggiamento benevolo non solo del governo, ma anche del popolo, o almeno di larga parte del popolo giapponese nei suoi confronti. Basti pensare che il Presidente dell’Associazione dei Sopravvissuti di Hiroshima Sunao Tsuboi ha esplicitamente dichiarato: ”non voglio le scuse di Obama, solo stringergli la mano, senza odio”, mentre un dirigente di un importante azienda automobilistica giapponese ha detto:” E’ un giorno storico non solo per Hiroshima, ma per tutto il Giappone. Siamo felici che Obama sia qui, siamo la nuova generazione e vogliamo guardare al futuro”. Le frasi riportate sono emblematiche di come quel processo iniziato alla fine della guerra volto a cancellare ogni residuo di patriottismo nei popoli abbia raggiunto i propri scopi.

Non è un caso che, secondo un’indagine recente, siano proprio le nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale quelle in cui l’identitarismo risulta essere più sopito. Questo è perché tali stati, dove erano sorti dei movimenti nazionalisti che richiamavano le radici dei popoli, come il Nazionalsocialismo in Germania, e il Fascismo in Italia, hanno costituito  la prova di come un sentimento comunitario sia la chiave di volta giusta per scardinare il sistema capitalista e usuraio e hanno perciò rappresentato una seria minaccia. Proprio per tale ragione per primi i popoli in questione subirono  gli effetti della dittatura mondialista. Il Giappone e la Germania all’indomani della sconfitta militare subita  vennero fisicamente occupate per anni, l’Italia venne occupata di fatto.

Obama a Hiroshima ha dichiarato di volere un mondo senza nucleare, di auspicare la pace, ma è ben consapevole che lo stato che rappresenta è il primo a non desiderare il persistere di una situazione pacifica, in quanto è da sempre dedito a minare la sovranità nazionale altrui per assecondare lo svilupparsi di quel progetto mondialista di cui si diceva prima. Siamo sicuri che Obama, come qualsiasi altro Presidente degli Stati Uniti prima e dopo di lui, non si farebbe scrupoli a dare la stessa autorizzazione che diede decenni fa Truman se qualcuno gli dicesse che la sua nazione potesse trarre il minimo beneficio da ciò, e siamo altrettanto certi che  settant’anni dopo nessuno chiederebbe scusa. Pur vivendo in un sistema che dal 1945  ha tentato a più riprese, attraverso l'oscurantismo mediatico, di sminuire quanto accaduto in Giappone, oppure di giustificarlo agli occhi dei popoli come un atto necessario ad affermare la libertà facendo diventare quindi i carnefici vittime e viceversa, il compito di chi si prefigge lo scopo di raccontare la storia in maniera oggettiva rimane quello di attenersi strettamente ai fatti.

 Occorre perciò ricordare ognuna delle centinaia di migliaia di vittime che macchiarono con il loro sangue la terra giapponese sia in quei giorni di agosto sia, colte degli effetti causati dalle esplosioni, negli anni successivi. Bisogna collocare avvenimenti tanto catastrofici come quelli di Hiroshima e Nagasaki nel contesto storico in cui si sono verificati al fine di constatare l'assoluta inutilità di tali gesti. La consapevolezza della malvagità con cui si è affermato il dominio capitalista e usuraio sul mondo rende se possibile ancora più convinta la nostra collocazione morale, politica e spirituale in quella che per molti, ma non per tutti, rappresenta la parte sbagliata, ben consci del fatto che da quell’infausto 1945 il mondo per molti aspetti è cambiato, ma le fonti dei mali che lo affliggono sono sempre le stesse, e contro quelle bisogna combattere.


Aquila  Nera






Per saperne di più, leggi i libri della Lanterna :


mercoledì 19 ottobre 2016

BANKSTERS / L' ASSALTO FINALE AI RISPARMIATORI




E’ tutto truccato

. Il sistema finanziario è marcio e rischiamo di essere sull’orlo di un suo nuovo collasso. La conferma viene dalle rivelazione del Financial Times di martedì 11 ottobre. Il quotidiano inglese ha infatti rivelato che nel corso degli ultimi stress test la Banca centrale europea (Bce) ha concesso a Deutsche Bank di inserire nel suo bilancio 4 miliardi di dollari dovuti alla vendita della sua partecipazione nella banca cinese Hua Xia. Si tratta di una transazione che a tutt’oggi non è stata ancora conclusa. Il trattamento speciale concesso a Deutsche Bank, che è esplicitato in una nota a piè di pagina degli stessi stress test, non è stato accordato alle altre 49 banche, alcune delle quali avevano concordati affari simili che però non erano stati completati entro la fine del 2015. Questo trucco ha rassicurato investitori sempre più inquieti sull’adeguatezza dei mezzi propri di Deutsche Bank. Insomma, a beneficio dei puristi, è servito per fornire informazioni false e per distorcere l’andamento sia delle azioni sia delle obbligazioni emesse dal principale istituto germanico.

Questa notizia conferma che il sistema è truccato e che la priorità numero uno delle banche centrali è fare di tutto per tenere in piedi un sistema finanziario di nuovo a rischio di collasso. E se nel 2008 è stata la Lehman Brothers ad innescare la crisi, oggi il principale candidato a svolgere questo ruolo è la Deutsche Bank. L’istituto è nell’occhio del ciclone e la sua credibilità è ai minimi soprattutto dopo la minaccia degli Stati Uniti di appiopparli una multa di 14 miliardi di dollari a causa del ruolo svolto nella crisi dei mutui subprime


Questa sanzione è motivata politicamente ed è una ritorsione contro la decisione di Bruxelles di punire l’americana Apple per elusione fiscale e di costringerla a versare proprio 14 miliardi ai Paesi europei. La multa di Washington, nettamente superiore a quelle inflitte alle banche americane per reati analoghi, è anche un avvertimento a Berlino a non proseguire nelle trattative con Mosca volte a realizzare un secondo gasdotto sotto il Mar Baltico, che aggirerebbe Ucraina e Polonia, e che segnerebbe un netto miglioramento dei rapporti tra i due Paesi, che potrebbe preludere anche all’opposizione del Governo tedesco ad un rinnovo delle sanzioni europee contro la Russia. Questi aspetti li abbiamo affrontati nel blog della settimana scorsa, ora vogliamo concentrarci sul “pericolo” Deutsche Bank e sui rischi che pone all’intero sistema (http://www.ticinonews.ch/tuor-blog/318694/berlino-e-washington-ai-ferri-corti ).

La crisi dell’istituto tedesco non è dovuta, diversamente dalle banche italiane, al suo portafoglio crediti e quindi alle sofferenze, ma alle sue attività speculative. Infatti Deutsche Bank ha 985 miliardi di euro impegnati in operazioni sui mercati finanziari. In particolare è uno dei principali attori internazionali sul mercato dei derivati e di altri sofisticati strumenti finanziari. Questa somma deve essere relativizzata: il rischio vero per la banca (se le controparti non falliscono) è nettamente inferiore ed è stato calcolato che ammonti a 41 miliardi. Il grande problema di Deutsche Bank, oltre alla vertenza con gli Stati Uniti, è costituito da 28,8 miliardi di euro, che sono iscritti a bilancio sotto la pota “livello 3”. Sotto questa posta di bilancio vi sono attivi illiquidi e che non hanno un prezzo di mercato. Si tratta dei titoli tossici, diventati famosi durante l’ultima crisi finanziaria. Essi sono titoli tossici, poiché lo stato di salute della controparte è precario, poiché la scommessa della banca è contraria alla direzione dei mercati, ecc. In pratica, si tratta di una bomba ad orologeria in un bilancio che dovrebbe essere coperta da adeguati mezzi propri. Ed è questo il punto: la Deutsche Bank non ha questi soldi e non è in grado di varare un aumento di capitale, poiché la sua credibilità è ai minimi, come dimostra il fatto che sua capitalizzazione (circa 16 miliardi di euro) è inferiore di ben 35 miliardi rispetto alle attività tangibili possedute dalla banca. Il Governo tedesco è letteralmente terrorizzato e sta chiedendo alle grandi società tedesche di fare uno sforzo a favore della nazione sottoscrivendo un forte aumento di capitale per evitare il collasso di Deutsche Bank.

Ma torniamo alla notizia iniziale: la situazione è talmente grave e pericolosa da aver spinto la Bce a truccare il risultato dello stress test dell’istituto. Ma perché questa paura? Il motivo principale è che in questi anni di tassi di interesse a zero e spesso anche negativi e di continua stampa di moneta da parte delle banche centrali si è creata un’enorme bolla speculativa. I soldi sono finiti in minima parte nell’economia reale, come dimostrano sia un’economia stagnante sia la continua diminuzione della crescita degli investimenti, la più parte di questi soldi è finita in attività a forte rischio, da cui l’uscita è difficile e in molti casi addirittura impossibile. Questo fenomeno ha indotto la Bank of America ad evidenziare che paradossalmente un’inversione dell’andamento dei mercati finanziari metterebbe paradossalmente in luce che questa enorme liquidità non c’è, è sparita e si è trasformata in una “liquidità fantasma”. Dunque, ed è questo il segnale che deve essere ricordato, la crisi di Deutsche Bank è solo la punta dell’iceberg contro il quale il sistema finanziario sta andando a cozzare e a collassare. Insomma, rischiamo di essere costretti a scoprire quanto alto sarà il prezzo di non aver tagliato le unghie alla finanza speculativa. E non a caso, alcuni economisti di regime già indicano la possibile soluzione un vero e proprio esproprio dei risparmiatori attraverso l’eliminazione delle banconote e tassi ancor più negativi di quelli odierni. In pratica si sta studiando il modo per evitare che si possa sottrarre alla tassa dei tassi negativi indispensabile per salvare un sistema finanziario di nuovo sull’orlo del collasso. Si sta dunque preparando una vera tosatura dei risparmi per pagare i danni di Wall Street e dei loro accoliti europei.



FONTE :



PER SAPERNE DI PIU’ :







martedì 18 ottobre 2016

LO STROZZINO


Lo strozzino: nella scala della perversità umana, lo strozzino occupa un livello ancor più basso dello speculatore.

Egli è il corvo che segue i cadaveri della società borghese, è la iena che li dissotterra per spogliarli.

Qualche volta ha la suprema ipocrisia di piangere davanti alle innumerevoli vittime che egli spinge al suicidio - ma non credete alle sue lacrime : lo fa per ingannare voi, noi tutti, il codice, la giustizia, l'umanità".

Benito Mussolini,

su l'Avvenire del Lavoratore n. 12 del primo Maggio 1909, a Trento .


LEGGI I LIBRI DELLA LANTERNA SULLO " STROZZINAGGIO IN ITALIA " :




OLOCAUSTI DIMENTICATI

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TUTTO PER L' ORO

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martedì 11 ottobre 2016

FESTA SULLA NAVE DEI FOLLI





In questo 2.016 la parte finale del mese di Aprile ha riservato molti giorni festosi per la classe dirigente politica italiana per molti cittadini. Partiamo nel descriverli in ordine cronologico: il ventitre Aprile si è commemorata   la Pasqua ebraica, ricorrenza che ha visto la partecipazione emotiva di tutti i capi dei maggiori partiti italiani, parlamentari e non. Su molte questioni infatti assistiamo a liti furiose nei vari salotti televisivi,  ma quando si tratta di rendere omaggio al popolo giudeo l’arco parlamentare si unisce compatto e dimentica tutte le divisioni.

Ecco quindi che  un coro unanime accompagna gli ebrei nei loro festeggiamenti, fatti svolgere in alcune circostanze, come ad esempio nella città laziale di Fiuggi, presso   alberghi  lussuosi dove, temendo che oltre centinaia di abbracci potessero celarsi pericolosi antisemiti, sono stati impiegati decine di agenti dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e addirittura della Forestale, sottraendoli al loro compito di difesa del territorio nazionale italiano nei loro ambiti di competenza.

Ogni anno in Italia questo è il quadro che si registra in corrispondenza della data in cui cade la Pasqua ebraica, col presidente della Repubblica di turno, in questo caso Mattarella, che compie le solite dichiarazioni ormai rituali, cosi come tutto il resto delle maggiori cariche istituzionali.

 Quest’anno però si assiste alla concretizzazione di un preoccupante ma purtroppo alquanto prevedibile scenario. Se il servilismo del mondo politico e in senso più ampio dirigenziale di questa Italia   è talmente reiterato da non suscitare più in noi alcun sentimento di meraviglia, appare oggi chiaro che bisogna fare i conti, oltre che con un sostegno che possiamo definire per comodità di linguaggio di tipo “ideologico-spirituale” di una parte consistente del popolo italiano verso il complesso mondo ebraico, con una vera e propria voglia di conoscenza che giunge nei casi più estremi a livelli di immedesimazione ed idolatria.

Si pensi in questo senso che la prima edizione del Talmud edito in italiano è andata esaurita in soli tre giorni.( sullo sperpero dei soldi degli Italiani per questo atto di vassallaggio ad Israele, si legga :  http://edoardolongo.blogspot.it/2016/04/il-popolo-non-ha-pane-dategli-talmud.html ).

 Questo è un segno lampante del fatto che la propaganda decennale a cui siamo stati sottoposti dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale sta dando i suoi frutti.

Nel momento in cui infatti una stirpe che a stento nella migliore delle ipotesi o per nulla nella sua maggioranza conosce la propria storia  non solo non dimostra alcun interesse nel farlo ma mostra il desiderio di conoscere quella di altri sperando di trovare in essa la propria identità, c’è un problema che va oltre l’ignoranza propriamente detta e riguarda più in generale la coscienza storica del popolo di sé, del proprio passato e della propria missione futura sullo scenario politico internazionale.



Ma come si è scritto all’inizio di questo testo la fine del mese di Aprile presenta per la colonia Italia un’altra festa. Giusto il tempo di  utilizzare il giorno ventiquattro al fine di riprendersi dalla Pasqua e riposare la schiena dopo i soliti inchini davanti ai padroni giudei e immediatamente di corsa a commemorare quella che comunemente ed erroneamente viene chiamata liberazione.

In realtà le nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale sono le uniche a festeggiare una sconfitta militare e politica. Ma anche in questo caso, quando si tratta di un qualcosa di antinazionale l’Italia arriva prima delle altre. Il 25 aprile infatti il paese si ferma, certo, non che quando si muova le cose vadano meglio verrebbe da dire ironicamente ma non troppo, e ogni anno le bugie propagandate durante la giornata in questione aumentano la loro grandezza.

Col passare dei decenni infatti diventa sempre più difficile sostenere un castello di menzogne che, malgrado censure e leggi liberticide vogliano impedirlo, rischia di sgretolarsi alla luce dei soli fatti presenti, e quindi è necessario per i contraffattori della storia rinforzare le falsità aggiungendone altre. Per dare a chi legge un idea dello scarsissimo spessore umano e politico di chi oggi detiene potere nel nostro paese riportiamo solo a tale scopo le parole utilizzate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per commemorare questa ricorrenza: “La libertà del popolo italiano si fonda sulla resistenza, è sempre tempo di resistenza, ovunque sia tirannia vanno affermati valori di Resistenza, perché esistono ancora guerre ai confini d’Europa, in Medio Oriente”.

Prendiamo ad esempio queste dichiarazioni: La prima frase è completamente priva di ogni verità in quanto la libertà del popolo italiano semmai è stata tolta da una resistenza eterodiretta e avente scopi del tutto contrari all’interesse nazionale, e tale disinteresse per le allora prospettive avveniristiche  dell’Italia è stato concretamente manifestato dal fatto che il primo provvedimento adottato lo stesso venticinque aprile dal comitato nazionale di “liberazione”, che comprendeva tutti i partiti antifascisti, fu quello di abrogare la legge sulla socializzazione delle imprese varata dal governo della Repubblica Sociale Italiana.

La seconda parte del suddetto pensiero invece sembra, se per un attimo fingessimo di non sapere chi ha proferito tali parole e ci limitassimo ad analizzare le stesse in quanto tali, essere un attestato di stima nei confronti dei palestinesi  in quanto tra le due parti in causa sono proprio loro quelli che stoicamente resistono contro le angherie israeliane, quindi suggeriamo sommessamente a Mattarella di non utilizzare il termine resistenza in relazione all’annosa questione medio-orientale, in quanto si potrebbe cadere in doppi sensi pericolosi, specialmente per lui visto la posizione che occupa nella gerarchia istituzionale e politica italiana .


[ la famiglia Adams con una nuova Mummia for president ] 

Come in occasione della pasqua ebraica anche in questo caso oltre al Presidente della Repubblica non sono ovviamente tardati ad arrivare gli interventi colmi di ringraziamenti all’indirizzo dei “liberatori” da parte dell’intero arco politico, e se non desta scalpore il fatto che questi attestati di stima  possano provenire rispettivamente da una sinistra estrema che ancora oggi si ostina a sventolare una bandiera rossa resa immobile dallo sgretolarsi del marxismo-leninismo  e da un centro-sinistra e un centro destra liberali che hanno per anni illuso il popolo facendo riferimento al un modello Statunitense, continua a meravigliare i più disattenti  che atteggiamenti parimenti ossequiosi ci siano da parte di una destra che si definisce sociale e neofascista la quale è ben rappresentata da chi da una parte si rende  protagonista di operazioni nostalgiche quando si avvicina il periodo elettorale, ma  dall’altra  non esita poi a tornare sul carro “vincente” nei giorni cruciali, forse per paura di essere escluso dal gioco politico nazionale. In realtà si tratta di una strategia che va avanti da anni.

L’area in questione infatti usa il fascismo come una carta da giocare in determinati momenti ma di cui subito disfarsi in altri. Non devono quindi stupire affatto le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha trascorso il suo venticinque aprile in quel di Auschwitz, e da quel luogo ha lanciato un monito contro le violenze perpetrate dai Nazionalsocialisti e ha rimarcato il suo affetto per la democrazia, giustificato forse, aggiungiamo noi, dal lauto stipendio che percepisce. Proprio il diverso modo di approcciarsi alla Resistenza di cui prima si scriveva provoca contrasti anche all’interno di cortei che dovrebbero essere finalizzati al festeggiamento. Da una parte infatti coloro culturalmente più ancorati alla sinistra rimarcano la matrice comunista della lotta partigiana contro i Fascismi europei, dall’altra i giudei e i liberali di ogni sorta esaltano il contributo di inglesi, americani e appunto ebrei, che trovano rappresentanza, all’interno del variegato mondo di coloro che si contendono il titolo di “liberatori”, per mezzo della Brigata Ebraica.

Le tensioni registratesi in alcune delle manifestazioni messe in scena nelle più importanti città italiane, sfociate in alcuni casi dalle parole ai fatti e che hanno costretto a dare luogo a eventi separati per evitare il contatto ci pongono politicamente socialmente e storicamente tre punti da analizzare.

Il primo è quanto, anche tra chi ne esalta le gesta, le dinamiche interne al movimento partigiano risultino essere sconosciute, e questo è evidente dal continuo maturare di posizioni diverse riguardanti il medesimo periodo storico, a sentire i fautori tutte ugualmente plausibili e quindi presumibilmente errate allo stesso modo.  Il secondo consiste nel dover constatare ancora una volta l’opprimente influenza ebraica in Italia, se è vero che un numero cosi ristretto di uomini ha oggi il potere mediatico e istituzionale per sottrarre virtualmente una festa nazionale, per quanto essa sia errata in tutto e per tutto, all’Italia e prendersene la completa paternità. Il terzo e più squisitamente politico sta nel riscontrare  il carattere patetico di una sinistra che si sforza di dichiararsi antisionista per ottenere facili consensi a livello giovanile ma sa bene che facendo cosi contravviene a quella che è stata una storia di complicità assoluta col giudaismo nella sua totalità, come dimostra il fatto che molti dei protagonisti della “rivoluzione” bolscevica erano giudei,(senza contare che di razza ebraica era lo stesso Karl Marx), e con il sionismo in particolare, come comprovato dal voto favorevole dell’Urss e degli altri suoi stati satelliti aventi diritto in occasione della risoluzione Onu con la quale di fatto Israele venne creata.


Aquila Nera


PER SAPERNE DI PIU', LEGGI I LIBRI  DI STORIA DELLA LANTERNA :




venerdì 7 ottobre 2016

LA LUNGA LOTTA DI VENEZIA CONTRO I TURCHI




Le tre battaglie di Lepanto  - la Lunga guerra della Repubblica di Venezia contro i Turchi.


Prima Battaglia di Lepanto (1499).

La Battaglia di Zonchio (nota anche come la battaglia della sapienza o lla prima battaglia di Lepanto) ebbe luogo in quattro giorni diversi: 12, 20, 22, 25 agosto 1499. Fu la prima battaglia navale della storia con cannoni a bordo di navi.
Nel gennaio 1499 Kemal Reis partì da Istanbul con una forza di dieci galere ed altri quattro tipi di navi e nel luglio del 1499 si congiunse con il grosso della flotta ottomana inviatagli da Davud Pasha, assumendone il comando per una guerra su larga scala con Venezia. La flotta ottomana era composta da 67 galere, 20 galeoni e 200 vascelli di dimensioni minori.
Dopo aver raggiunto il capo Zonchio nel mar Ionio nell'agosto 1499, Kemal Reis sconfisse la flotta di Venezia di 47 galere, 17 galeoni e 100 vascelli minori al comando di Antonio Grimani; fu questo un evento delle guerre ottomane-veneziane. Durante la battaglia si distinsero Andrea Loredan e Alban d'Armer. Grimani venne arrestato il 29 settembre e successivamente rilasciato (sarebbe diventato doge nel 1521). Turchi e Veneziani si sarebbero affrontati un'altra volta presso Lepanto nella battaglia di Modone nel 1500, con gli ottomani ancora vincitori con l'ammiraglio Kemal Reis.


Seconda Battaglia di Lepanto (1500).

La seconda battaglia di Lepanto, nota anche come Battaglia di Modone si svolse nel 1500, come parte della guerra turco-veneziana del 1499-1503, tra l'Impero Ottomano e la Repubblica di Venezia. Gli ottomani, che avevano vinto la prima battaglia di Lepanto, furono nuovamente vittoriosi, guidati dall'ammiraglio Kemal Re'is.



La terza e finale Battaglia di Lepanto (1571).

 La battaglia di Lepanto - detta anche delle Echinadi o delle Curzolari (in turco İnebahtı, corruzione di Naupakatos, località sul Golfo di Corinto dove essa avvenne, chiamata Epaktos dagli abitanti e Lepanto dai veneziani) - è uno storico scontro avvenuto il 7 ottobre 1571 tra le flotte dell'Impero Ottomano e della cristiana Lega Santa: che riuniva forze navali di Venezia, della Spagna, del Papato, di Genova, dei Cavalieri di Malta e di Savoia.

La battaglia, terza in ordine di tempo e la maggiore svoltasi a Lepanto, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Mehmet Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.


Prodromi.

La coalizione cristiana era stata promossa da Papa Pio V per soccorrere la veneziana città di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos), sull'isola di Cipro, assediata dai Turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale.

La flotta della lega aveva lasciato Messina, riunendo 150 navi veneziane tra galee, navi da carico, imbarcazioni minori e 6 potenti galeazze), 79 galee della Spagna, compresi i domini di Napoli e Sicilia e l'aiuto dei Savoia, appartenenti all'impero, 12 galee toscane noleggiate dal Papa, 28 galee genovesi e le forze maltesi degli Ospitalieri.

Il 5 ottobre, giungendo in cerca di riparo dalla nebbia e dal forte vento nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio, la flotta cristiana fu raggiunta dalla notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza. Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l'assicurazione di poter lasciare indenni l'isola di Cipro, ma Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini nell'assedio, non aveva mantenuto la parola e i veneziani erano stati imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche. Venerdì 17 agosto Bragadin era stato scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti e la sua pelle, conciata e riempita di paglia, era stata innalzata come un manichino sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macabri trofei erano poi stati inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi. C'era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Nonostante il maltempo le navi della Lega presero il mare verso Cefalonia, sostandovi brevemente, e giungendo, il 6 ottobre davanti al golfo di Patrasso, nella speranza di intercettare la potente flotta che i cristiani sapevano essergli stata parata davanti dagli Ottomani.

Il 7 ottobre, Domenica, Don Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata,deciso a dar battaglia: non più di 150 metri separavano le galee.




La Battaglia.

Il centro dello schieramento cristiano si componeva di 28 galee e 2 galeazze veneziane, 16 galee spagnole e napoletane, 8 galee genovesi, 7 pontificie, 3 maltesi, per un totale di 62 galee e 2 galeazze. Lo comandava Don Giovanni d'Austria comandante generale dell'imponente flotta cristiana: ventiseienne figlio illegittimo del defunto Imperatore Carlo V e fratellastro del regnante Filippo II era tra i più abili condottieri dell'epoca. Affiancavano per ragioni di prestigio la sua galea Real spagnola: la capitana di Sebastiano Venier, settantacinquenne Capitano Generale veneziano, la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, trentaseienne ammiraglio pontificio, la capitana di Ettore Spinola, Capitano Generale genovese, la capitana di Andrea Provana di Leyni, Capitano Generale piemontese, l'ammiraglia Vittoria del priore Piero Giustiniani, Capitano Generale dei Cavalieri di Malta.

Il corno sinistro si componeva di 40 galee e 2 galeazze veneziane, 10 galee spagnole e napoletane, 2 pontificie e 1 genovese, per un totale di 53 galee e 2 galeazze al comando del provveditore generale Agostino Barbarigo, ammiraglio veneziano.

Il corno destro era invece composto di 25 galee e 2 galeazze veneziane, 14 galee genovesi, 10 galee spagnole e siciliane e 2 pontificie, 2 sabaude, per un totale di 53 galee e 2 galeazze, tenute dal genovese Gianandrea Doria.

Le spalle dello schieramento erano coperte dalle 30 galee di Alvaro de Bazan di Santa Cruz: 13 spagnole e napoletane, 12 veneziane, 3 pontificie, 2 genovesi. L'avanguardia, guidata da Juan de Cardona si componeva di 8 galee: 4 siciliane e 4 veneziane.

In totale la flotta cristiana si componeva di 6 galeazze, 206 galee, 30 navi da carico, circa 13000 marinai, circa 44000 rematori, circa 28000 soldati con circa 1800 cannoni.


La flotta ottomana.

I Turchi schieravano l'ammiraglio Mehmet Shoraq (detto Scirocco) all'ala destra con 55 galee, il comandante supremo Mehmet Alì Pascià (detto il Sultano) al centro con 90 galee conduceva la flotta a bordo della sua ammiraglia Sultana, su cui sventolava il vessillo verde sul quale era stato scritto 28.900 volte a caratteri d'oro il nome di Allah. In fine l'ammiraglio, considerato il migliore comandante ottomano, Uluč Alì (Giovanni Dionigi Galeni), un abiurato di origini calabresi convertito all'Islam (detto Occhiali), presiedeva all'ala sinistra con 90 galee; nelle retrovie schieravano 10 galee e 60 navi minori comandate da Amurat Dragut (figlio di un noto e temutissimo corsaro).


L'Esca.

Per cominciare Don Giovanni decide di lasciare isolate come esca le poche ma fortissime galeazze veneziane al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo, camuffandole da navi da carico, le quali all'avvicinarsi dei Turchi ignari, gli scaricano cannonate con una potenza di fuoco probabilmente mai vista prima al mondo fino a quel giorno. Le linee ottomane subiscono molte perdite ma Alì Pascià in preda a furore bellico supera di slancio le galeazze senza impegnarle in battaglia e scaglia tutta la sua flotta in uno scontro frontale; mirano unicamente all'abbordaggio della nave di Don Giovanni per provare ad ucciderlo subito, ed essendo in superiorità numerica (167-235) tentano di circondarla utilizzando la tattica navale classica; pur se nell'ambito di diversi comandanti turchi non poche voci si erano espresse in senso contrario, il temperamento ed il carisma del Sultano Alì Pascià spinge i Turchi, in favore di vento, a scatenare la battaglia.


Lo Scontro.

Per i cristiani gli scontri all'inizio coinvolgono pesantemente il veneziano Barbarigo, che è alla guida dell'ala sinistra e posizionato sotto costa; deve parare il colpo di Scirocco, impedire che il nemico possa insinuarsi tra le sue navi e la spiaggia per accerchiare la flotta cristiana. La manovra ha solo un parziale successo e lo scontro si accende subito violento. La stessa galea di Barbarigo diventa teatro di un epica battaglia nella battaglia con almeno due capovolgimenti di fronte. Ferito gravemente alla testa, Barbarigo muore e le retrovie devono correre in soccorso dei veneziani per scongiurare la disfatta: con l'arrivo della riserva del Marchese di Santa Cruz le sorti si riequilibrano ed anche Scirocco viene catturato, ucciso e decapitato.

Al centro degli schieramenti Alì Pascià cerca e trova la galea di Don Giovanni d'Austria la cui cattura risolverebbe definitivamente lo scontro. Contemporaneamente altre galee impegnano Venier e Marcantonio Colonna. Molti sono gli episodi di eroismo: l'equipaggio della galera Fiorenza dell'Ordine di Santo Stefano viene tutto ucciso salvo il suo comandante Tommaso de' Medici con quindici uomini. Sulla galea di Don Giovanni invece si ripete lo scontro a cui ha partecipato Barbarigo, e la battaglia frontale si fa' cruenta. Con un rumore assordante i Turchi iniziano l'assalto alle navi di Don Giovanni suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento è a loro favore. La flotta di Don Giovanni è nel più assoluto silenzio. Quando i legni giungono a tiro di cannone i cristiani ammainano tutte le loro bandiere e Don Giovanni innalza lo Stendardo di Lepanto con l'immagine del Redentore Crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevono l'assoluzione secondo l'indulgenza concessa da Pio V per la crociata. Il vento improvvisamente cambia direzione. Le vele dei Turchi si afflosciano e quelle dei cristiani si gonfiano. Don Giovanni d'Austria punta diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna dà l'arrembaggio alla nave turca che diviene il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivano a poppa. Don Giovanni viene ferito ad una gamba. Più volte le navi avanzano e si ritirano, Venier e Colonna devono disimpegnarsi per accorrere in aiuto a Don Giovanni che sembra avere la peggio assieme all'onnipresente Marchese di Santa Cruz.

A sinistra, al largo, la situazione è meno cruenta ma un po' più complicata. Giovanni Andrea Doria disponeva dello stesso numero di galee del Barbarigo ma davanti a sé trova 90 galee, quasi il doppio dei nemici fronteggiati dai veneziani ed oltretutto in un'area molto più ampia di mare aperto; per questo pensa ad una soluzione diversa dallo, scontato negli esiti, scontro diretto. Giovanni Andrea Doria infatti, ad un certo momento della battaglia si sgancia con le sue navi genovesi facendo vela apparentemente verso il mare aperto. Non è chiaro il motivo di questa manovra, fatto sta che, tornato sui suoi passi, egli piomba alle spalle dello schieramento ottomano e pur trovandosi di fronte ad un numero doppio di navi avversarie le dissesta totalmente.


Gli eventi del corno destro.

Il ruolo di Gianandrea Doria è sempre stato oggetto di disputa da parte degli storici veneziani: gli antagonisti dei genovesi insinuarono che lui si fosse defilato per preservare il proprio naviglio ma, rientrando prepotentemente in battaglia, colpendo, del tutto inatteso, un fianco della flotta ottomana e decidendone le sorti, i suoi difensori ne affermano l'intenzione studiata e attuata: in realtà nonostante avesse avuto l'ordine, ugualmente al Barbarigo, di difendere e proteggere il fianco della flotta di Don Giovanni per impedire l'accerchiamento delle sue navi che si trovavano sotto un violento attacco frontale, inaspettatamente spaccò il lato destro dello schieramento cristiano anche se alcune galee veneziane sotto il suo comando si sarebbero rifiutate di seguirlo preferendo puntare sul centro della battaglia; a quel punto Uluc Ali si insinua tra la flottiglia genovese pensando fosse in fuga attaccando il fianco destro dello schieramento di Don Giovanni e procurandogli forti perdite; Uluc Alì, con il vento in poppa, aggredisce da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La Capitana viene circondata da sette galee. Uluc Alì cattura il vessillo dei Cavalieri di Malta, fà prigioniero Giustiniani, che era stato eroicamente ferito sette volte, e prende a rimorchio la Capitana. a quel punto Doria con un'abile manovra, aggirando lo schieramento ottomano, si contrappone all'incredulo Uluc Ali. Dopo un'ora di cruenta battaglia, Uluc con le poche galee rimastegli è in fuga verso Costantinopoli.


L'Epilogo.

Al centro, il comandante in capo ottomano Alì Pascià, già ferito, cade (forse ucciso da una rivolta di rematori cristiani o abbattuto da un'archibugiata) o forse si suicida per evitare l'umiliante cattura. La nave ammiraglia ottomana è abbordata e, contro il volere di Don Giovanni, il cadavere dell'ammiraglio ottomano Alì Pascià è decollato e la testa esposta sull'albero maestro dell'ammiraglia spagnola. La visione del condottiero Ottomano decapitato contribuì enormemente a demolire il morale dei Turchi. Di lì a poco, infatti, alle quattro del pomeriggio, le navi ottomane rimaste, abbandonavano il campo, ritirandosi definitivamente. Il teatro della battaglia si presenta come uno spettacolo apocalittico: relitti in fiamme, galee ricoperte di sangue, morti o uomini agonizzanti. Erano trascorse quasi cinque ore quando la battaglia ebbe termine con la vittoria cristiana.

Don Giovanni d'Austria riorganizzò la flotta per proteggerla dalla tempesta che minacciava la zona e inviò galee in tutte le capitali della lega per annunciare la clamorosa vittoria: i Turchi avevano perso 80 galee affondate, 117 catturate, 27 galeotte affondate e 13 catturate, 30.000 uomini tra morti e feriti, altri 8.000 prigionieri e 15.000 cristiani liberati dalla schiavitù ai banchi dei remi. Gli Ottomani avevano a stento salvato un terzo (circa 80) delle loro navi e se tatticamente si trattò di una decisiva vittoria cristiana, la vittoria strategica lo fu ancor di più perché segnò l'inizio del declino della potenza navale ottomana nel Mediterraneo.
Nelle città d'occidente la notizia venne accolta in un tripudio di feste e gioia popolare che durarono giorni; a Roma e Venezia vennero innalzati solenni Te Deum di ringraziamento.

Ancora oggi non sono chiari e probabilmente mai lo saranno, i meccanismi che hanno condotto alla vittoria della flotta cristiana, e i meriti, o le colpe, o le casualità, o le provvidenze (l’intervento della Beata Vergine Maria, ndr). Ma la bandiera della nave ammiraglia Turca di Mehmet Alì Pascià, presa da due navi Pisane, la "Capitana" e la "Grifona", si trova, e ognuno può vederla, a Pisa, nella chiesa dei Cavalieri dell'Ordine Cavalleresco Sacro Militare Marittimo di Santo Stefano Papa e Martire, fondato da Cosimo I de' Medici granduca di Toscana.




[ Sebastiano veniero, il duce delle navi della Repubblica Serenissima, acclamato come eroe dal Doge al ritorno vittorioso a Venezia ] 

Armamenti.

Sicuramente lo schieramento cristiano vinse anche grazie alla superiorità schiacciante delle inabbordabili e potentemente armate galeazze e al superiore armamento individuale: infatti i suoi soldati potevano contare sugli archibugi, mentre quelli turchi erano ancora armati con archi e dardi. Il vascello più importante dello schieramento cristiano, era la galeazza veneziana. Al contrario della galea comune, questa è sovradimensionata, con ponte a coprire i banchi dei rematori, parzialmente corazzata e pesantemente armata non solo a prua e a poppa ma anche sulle fiancate. Le linee in realtà possono trarre in inganno chi non le conosce confondendole con vascelli da carico, cosa che tra l'altro accadde ai turchi. Solo sei di queste unità rinforzano lo schieramento cristiano ma saranno tanto devastanti sulle galee nemiche quanto sul morale dei loro equipaggi. Per assurdo, con la galeazza si raggiunge l'apice dell'evoluzione della galea, ma nel contempo rappresenta il canto del cigno. Le galee con la loro propulsione a remi verranno progressivamente sostituite da velieri e quindi abbandonate. Le artiglierie pesanti utilizzate all'epoca sui vascelli possedevano un buon rapporto gittata-efficacia fin quasi al chilometro se puntate su schieramenti compatti. Naturalmente quel rapporto peggiorava notevolmente puntando il pezzo su singole galee con ampia libertà di manovra. Per quel che riguarda le armi di piccolo calibro, all'importanza della gittata è lecito pensare che si debba sostituire la capacità di penetrazione delle protezioni individuali nemiche, l'abilità nella mira e la velocità di ricarica del soldato.

I cristiani naturalmente attribuirono la loro vittoria soprattutto alla protezione della Vergine Maria, tanto che nell'anniversario della battaglia fu fissata la festa della Madonna del Rosario.


Conseguenze.

Questa battaglia fu la prima grande vittoria di un'armata o flotta cristiana occidentale contro l'Impero Ottomano e, quindi, ebbe anche un'importanza psicologica dato che fino a quel momento i Turchi avevano vinto tutte le 8 principali precedenti battaglie contro i cristiani. Nonostante la devastante sconfitta turca, la scarsa coesione tra i vincitori impedì alle forze alleate di sfruttare appieno la loro vittoria ed ottenere una supremazia duratura sugli Ottomani.
L'Impero Ottomano, infatti (che pure aveva risentito duramente del colpo, tanto da far perdere il sonno per tre interi giorni al Sultano quando fu informato della disfatta), iniziò subito una poderosa opera di ricostruzione della flotta, che si concluse in 6 mesi e a seguito della quale, pur riacquistando la supremazia numerica nei confronti della coalizione cristiana, perse comunque il controllo completo dei mari, specialmente del Mediterraneo occidentale. La sconfitta, però, non permise all'esercito cristiano di riconquistare l'isola di Cipro che era caduta da appena due mesi in possesso ottomano.

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