giovedì 27 agosto 2015

NOTIZIE DAL FRONTE DELL' INVASIONE



Observer.

Ennesima presa in giro del 'UE. Entro l'anno si dovrebbe predisporre un nuovo piano di distribuzione dei richiedenti asilo. E prima di allora che facciamo?

E soprattutto che ne sarà delle migliaia di clandestini che sono sbarcati nel nostro paese? L'Ue serve solo a scaricarci immigrati.

I numeri sono da esodo e il governo italiano ha mentito diffondendo dati errati. L'emergenza è cronica. Piuttosto che perdere tempo con pseudo piani che mai si faranno e con missioni che senza l'intervento Onu non servono a nulla, serve un deciso anche se rischioso intervento militare in Libia.

E invece il governo italiano firma comunicati stampa e si fa truffare dall'Europa. Incapaci totali di prendere iniziative serie e definitive e bravi solo ad alimentare i traffici dei criminali permettendo un vergognoso scafismo di Stato.

La Guardia costiera sta soccorrendo tremila clandestini. Ma stiamo scherzando? Qui si va oltre lo scafismo di Stato. Sembra un governo alla ‘Casamonica’. Molto meglio alla ‘ Casapound’….



Umiliati e beffati dall’Ue, usiamo le nostre forze per alimentare gli affari dei trafficanti e farci invadere.

Piena solidarietà alla nostra Guardia costiera e alla nostra Marina costrette da un governo di incapaci a sostenere un malaffare che pagheranno molto caro  gli Italiani, ma non chi ha architettato il collasso della nostra Nazione… vero, Madame Boldrina  ?


Observer

L' ASSALTO ALLA FORTEZZA EUROPA


Observer

Un biglietto aereo dalla Nigeria a Palermo costa dai 400 ai 450 Euro. Se gli immigrati possedessero cifre dai 5 ai 10 mila euro a testa (prezzo che pagano ad uno scafista islamico) non li userebbero certo per rischiare la vita, anzi non emigrerebbero neppure!

Chi paga queste cifre non sono gli immigrati.

Osservando da vicino queste ondate migratorie si nota subito che sono composte per l’80% da giovani uomini musulmani in forma di un’età tra 17-25 anni; vestiti all’ultima moda, con cuffie alle orecchie e smartphone di ultima generazione, che fanno l’occhiolino alle donne, che non parlano italiano a parte un infojato  ‘ciao bela’.

Li vedi andare in giro con aria baldanzosa: nei giardini pubblici, per le vie della statale, in tabaccheria a comprare stecche di sigarette o a giocare i numeri al lotto e di giorno e di notte a bivaccare per le vie della città. Ovviamente non nego che siano sbarcate pure famiglie fuggite da guerre o persecuzioni e che magari avrebbero pure il diritto ad un asilo politico, ma si tratta di una assai esigua minoranza.

Questa ”immigrazione” alla quale assistiamo è un fenomeno creato di proposito ai tavoli del potere, non si tratta di un fenomeno spontaneo; ciò che si vorrebbe far apparire come un frutto ineluttabile della storia è in realtà un piano studiato a tavolino e finanziato dagli ignari contribuenti occidentali, preparato da decenni per distruggere completamente il volto del Vecchio continente .

E’ un fenomeno le cui cause sono tutt’oggi abilmente celate dal Sistema. Chi fa propaganda multietnica si sforza falsamente di rappresentare il fenomeno come inevitabile.

La crescita demografica dei popoli europei è pari a solo 1.4.

Storicamente nessuna cultura con un tasso di natalità pari a 1.9 è mai riuscita a riprendersi.

Mentre una popolazione diminuisce sempre più allo stesso modo va svanendo una cultura. La storia della statistica ci dice che ormai e’ impossibile recuperare la situazione, è solo questione di anni e l’Europa così come la conosciamo adesso non esisterà più.

Tuttavia la popolazione in Europa non è in declino, come mai?

IMMIGRAZIONE soprattutto islamica. La crescita demografica islamica in Europa è pari a 8.1, quindi 7 volte superiore! E come mai i migranti islamici (clandestini e presunti profughi) non si dirigono o non vengono indirizzati verso le ricche nazioni di fede islamica come Arabia saudita ed Emirati arabi?

L’incitamento all’immigrazione di massa (anche se in questo caso si dovrebbe parlare di invasione) è anche alla base dei costanti inviti dell’ONU ad accogliere milioni di immigrati per compensare la bassa natalità europea (Ma perche? Solo i musulmani sanno fare figli?). Non è attraverso l’apporto di un patrimonio genetico diverso che si protegge il patrimonio genetico europeo, ma che così facendo se ne accelera la scomparsa.

È certo infatti che la bassa natalità europea di per sé potrebbe essere facilmente invertita con idonei provvedimenti di sostegno alle famiglie (un pò come sta cercando di fare Putin in Russia ad esempio) oppure creando condizioni più favorevoli per i giovani per poter loro permettere di formare una famiglia, anziché spingerli a stili di vita materialisti, frivoli e privi di qualsiasi morale; oppure sostenendo le giovani coppie o le famiglie numerose.  L’unico scopo delle misure che hanno messo in atto è quello di snaturare completamente un popolo, trasformarlo in un insieme di individui meticci senza più alcuna coesione etnica, storica e culturale.

Sotto la duplice spinta della disinformazione e del buonista rimbecillimento umanitario operato dai mezzi di comunicazione, traviamento e disinformazione di massa si è insegnato agli europei a rinnegare le proprie origini, la propria cultura e soprattutto il proprio Credo.

I sostenitori della globalizzazione si sforzano di convincerci che rinunciare alla nostra identità e cultura è un atto progressista e umanitario, che difendere la propria cultura ed etnia equivale ad essere “razzisti”, e no cari miei, il razzismo è ben altra cosa!

Se parliamo di Islam il termine ”razzista” è assolutamente improprio dal momento che non parliamo di una razza, MA DI UNA CULTURA E DI UNA JIHAD.

Sono tutti d’accordo nel puntare il dito contro le prescrizioni della Dottrina Cattolica , ma come la mettiamo con le leggi coraniche? …con la poligamia?

Con il fatto che le bambine debbano andare in spose all’età di 8 anni? …col principio che le donne debbano contare meno dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte per chi li beve? Come la mettiamo con la storia delle adultere lapidate o decapitate? Come la mettiamo con la storia dei ladri a cui in Arabia Saudita tagliano la mano, al primo furto la sinistra, al secondo la destra, al terzo chissaché? Anche questo sta nel sacro libro, sì o no?! E ancora come la mettiamo con Il verdetto emesso dalla Corte Suprema del Tribunale Islamico di Kabul?

«Tutte le statue pre-islamiche saranno abbattute. Tutti i simboli pre-islamici saranno spazzati via insieme agli idoli condannati dal Profeta…».

Secondo le loro prescrizioni quindi anche la Valle dei Templi, il Colosseo e tutti nostri monumenti ed opere d’arte della nostra civiltà pre-islam sarebbero blasfeme e quindi da abbattere come hanno fatto con le statue del museo di Mossul (Iraq).

Intanto alla stazione di piazzale Rosselli di Agrigento – dove decine e decine di figli di Allah si assiepano giorno e notte – hanno fatto a pezzi una Madonnina di Lourdes riempiendo la grotticella con sporcizie varie e residui alimentari .



Qualcuno a questo punto dirà: quindi i ‘burattinai dell’UE’ stanno promuovendo questa nuova Europa per farci indossare quel maledetto lenzuolo in testa (burkah)? No! Il modello della futura Europa secondo l’ideale delle élite di potere non sarà Islamico .

Ai figli di Allah basterà far scoppiare determinati punti strategici qui da noi creando panico e terrore e quindi per le élite sarà la volta buona per fomentare il caos e ”l’ultima guerra”!

L’immigrazione clandestina di massa e la jihad sono la chiave delle élite massoniche europee – statunitensi per poter stabilire il loro tanto studiato ”nuovo ordine mondiale”, esso prevede: UNIFORMAZIONE DELLE ETNIE, ANNULLAMENTO DI TUTTE LE DIFFERENZE SOCIALI, CULTURALI (Piano Kalergi), SESSUALI, UN UNICO GOVERNO MONDIALE, UN UNICO POPOLO METICCIO, UN’UNICA FALSA RELIGIONE, UN’UNICA VALUTA

Se ci fate caso è proprio tutto quello per la quale si battono i governi burattini, informazione, istruzione e purtroppo anche alcune lobbies corrotte del mondo cattolico,  ecc. …sarà il mondo stesso che lo chiederà a gran voce perché altrimenti tutto sarebbe travolto dal disordine e dal chaos! (Piano Dullas).

Fate attenzione perché il modello ”mondialista-massonico” che ha in mente l’asse USA-UE non è meno spregevole di quello islamico!

Siamo circondati: i piani delle élite di potere vanno avanti, l’Eurogruppo a Bruxelles, l’America ci comanda, l’Isis (creatura della CIA) ha già conquistato parte della Siria, dell’Iraq, della Libia e fra un pò anche la Tunisia, gli sbarchi di invasori non si contano e i kamikaze vanno nel loro aldilà a scoparsi le vergini Uri!

Guerre, rivolte (colorate o ‘primavere arabe’), IMMIGRAZIONE SELVAGGIA, Isis e terrorismo ‘false flag’ , la teoria gender, le pandemie nate nei laboratori, la depopolazione, la crisi economica truffa mondiale da signoraggio e salari da fame, una moneta unica privata, il caos artefatto, un’unica religione luciferina, controllo globale : Ordo ab Chao (“ordine dal caos”, motto massonico che implica la creazione del caos al fine di sgretolare un vecchio ordine sgradito e instaurare poi un ordine nuovo di impostazione massonica )  e instaurazione del Nuovo Ordine Mondiale controllato e diretto da una elite massonica transnazionale. Si ricordi che Pike, il capo della massoneria statunitense ai tempi della fondazione della Unione, aveva già preconizzato questo bel percorso, stabilendo che per la sua realizzazione sarebbe stato necessario ( !) far divampare tre guerre mondiali….

E noi? …noi continuiamo a fregarcene di tutto o a credere alle cosiddette ‘verità ufficiali‘ che ci passano i media buonisti e menzogneri, temendo di apparire razzisti e quindi politicamente scorretti, a vivere con frivolezza e a scazzottarci negli stadi. Quale futuro per i nostri figli?

Se l’Europa vorrà sopravvivere dovrà prendere coscienza di questa realtà; dovrà ritornare alle proprie origini e alla propria fede.

L’Europa apostata ha rinunciato alla propria civiltà, ha rinunciato alla propria identità, ha rinunciato a Gesù Cristo e alla propria cultura.

L’unica via da seguire è la strada che la Madonna già nel 1917 ci ha tracciato, ovvero: conversione vera e sincera, conversione di massa, ritorno alla preghiera, ritorno ai Sacramenti : ricordiamoci quello che disse San Giovanni Bosco: ”Se Dio è con noi siamo la maggioranza”!

La presenza di Dio nel suo popolo sconfiggerà da sola questo piano malefico , come già è successo nella Storia, basta pensare alla vittoria cristiana a Lepanto, contro le flotte islamiche che volevano invadere e conquistare il nostro continente, dopo innumerevoli scorrerie durate secoli .

“Tu parla loro, ascoltino o non ascoltino” (Ez. 2,1 seg.).


Observer


martedì 25 agosto 2015

RITORNO ALLA TRADIZIONE


 di: Anonimo Pontino

L’Occidente è avviato alla distruzione.

 Mentre la televisione ci mostra un mondo che non esiste, le famiglie vengono disgregate da un processo sempre crescente di preoccupazioni.

L’economia mondiale, o meglio lo schema Ponzi delle banche centrali, non può andare avanti per sempre…

Proviamo a ragionare. Nel mondo il totale dei debiti paganti interessi è approssimativamente 1,2 milioni di miliardi di dollari, il relativo INTERESSE (10%) è circa 100.000 miliardi l’anno. E il prodotto lordo mondiale? È  circa 70.000-74.000 miliardi di dollari. Quindi il profitto dei banchieri supera il prodotto lordo mondiale (…ora sapete una cosa in più rispetto a quelli che escono dalla Bocconi).

Tutto il sistema è un immenso schema Ponzi che si regge attraverso la continua espansione del debito necessaria per il pagamento degli interessi. Questa espansione è esponenziale. Il sistema del debito è pertanto una piramide capovolta svasata verso l’alto che si allarga esponenzialmente, fino a quando crolla. Infatti la storia finanziaria del mondo è una storia di piramidi che crollano.

Anche questa piramide è destinata a crollare.

Dopo il crollo si ricomincia daccapo con un nuovo entusiasmo che fa dimenticare la storia degli errori precedenti.

L’uomo moderno è divenuto una creatura dall’estremo comfort e dall’estrema ingratitudine. Si può solo immaginare come la gente reagirà quando arriverà il crollo. Sarà il caos. Questo caos sarà alimentato dai poteri forti, per fornire copertura a coloro che in realtà hanno causato il problema.

 Il male sarà scatenato non appena le persone si renderanno conto dell’ampiezza e della profondità incredibili della crisi, e trasformeranno le loro città in zone di violenza e di depravazione indicibili.

La popolazione senza Dio e morale si voterà alla sopravvivenza personale.

L’uomo dovrà affrontare la dura realtà della sua debolezza e della sua lontananza da Dio.

La gente è arrivata al punto che può fare qualsiasi cosa con un telefono cellulare, ma non è in grado di seminare una pianta di pomodori, montare un interruttore o costruire una semplice tubatura per l’irrigazione. Quando lo schema Ponzi crollerà, solo i mestieri specializzati avranno qualche speranza.

Le odierne Università corrotte, attualmente sostenute solo dal mercato del debito, saranno inutili. Anzi già lo sono. Una ricerca Confartigianato ha dimostrato che ben il 50% delle piccole imprese italiane fanno ricerca e sviluppo di prodotti e di processi: ma solo il 3% si è servita della collaborazione di università. Le altre fanno tutto all'interno, con il loro personale inserito nella produzione reale.

Le grosse aziende, come quella in cui lavoro, sono infarcite di «manager», di consigli d'amministrazione sempre pronti a scimmiottare la modernità efficientista. In realtà si sono perdute competenze operative e si è compiuto il passaggio dal lavoro umano, oggetto di tutele e rapportato alla persona, al fattore-lavoro neocapitalistico, che non può avere alcun diritto in quanto concepito come un qualsiasi bene e servizio del circuito produttivo. Un bene disgiunto dal suo prestatore, perché i lavoratori in quanto tali, diventano delle non-persone. Non-persone come lo furono gli schiavi del mondo antico.

La moneta debito nel moderno sistema produttivo ha determinato il passaggio da una schiavitù personale ad una schiavitù impersonale: nell’antica schiavitù non si era padroni della propria persona, oggi non si è padroni dei frutti del proprio lavoro in quanto debitori di tutta la moneta in circolazione. Debitori nei confronti del Sistema di Strozzinaggio Globale Bancario. Lo stesso Sistema che attraverso le “istituzioni” sovranazionali  controlla in modo ferreo l’Italia e l’Europa.

I mass-media fanno il loro lavoro. Trasformano la disperazione sociale di massa in un mero dramma individuale.

Occorre ritornare ai mestieri tradizionali, ai ruoli tradizionali, alla vita tradizionale, alla famiglia tradizionale, alla fede cattolica tradizionale.


lunedì 24 agosto 2015

LA GRANDE SERBIA DI RADOVAN KARADZIC

Un libro del giovane studioso revisionista Maurizio Rossetti che ripercorre ascesa e declino della ideologia della Grande Serbia di Radovan Karadzic, il medico psichiatra che è stato  l' ideologo del nazionalismo serbo.

Il libro ripercorre recenti pagine di Storia e in particolare tratteggia la fisionomia della ideologia nazionale serba espressa da Karadzic.

Ne individua i lineamenti nel paradigma nazionale espresso dai fascismi dell' Europa orientale ( in particolare della Legione di Codreanu) e nella direzione di una " rivoluzione conservatrice" volta a rinnovare l' epopea nazionale serba della lotta alla invasione religiosa islamica del Vecchio Continente, bloccando la nascita di una " dorsale verde" transbalcanica che porterebbe alla islamizzazione da est dell' Europa.

Un testo di evidente attualità.


Link ufficiale del libro :


venerdì 21 agosto 2015

BANKSTERS / PERCHE' IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO NON CALA MAI ?


Reporter

Che l’Italia riduca il debito non conviene a nessuno. Pagare 85 miliardi di euro di interessi all’anno (con proiezioni in crescita) è un ottimo affare per chi ha soldi da investire, molti soldi.

E quindi l’Italia, per loro, è un ottimo business.

Chi sono loro? Sono le banche italiane che detengono poco meno di un quarto del flottante dei titoli di stato. Sono le banche d’oltre confine, i fondi pensione italiani e esteri, i fondi comuni.

Ai risparmiatori italiani, che detengono poco meno di 200 miliardi di euro, nella migliore delle ipotesi, vanno interessi marginali rispetto al totale della spesa sostenuta.

Tutti urlano che occorrerebbe diminuire il debito pubblico al fine di abbattere la spesa per interessi. Ma il debito, più è ampio, più aumenta l’affare. Per prima cosa, più debito significa più interessi da incassare (e da pagare, per chi li paga).

In secondo luogo, quanto più grande è il debito, tanto più ampia è la forma di ricatto che possono esercitare gli investitori che, minacciando di mandare deserte le aste di collocamento, possono veicolare le scelte di politica economica dei governi.

C’è poi da considerare il fattore rischio. A quanto pare inesistente (almeno apparentemente), per chi compra il debito italiano. Altrimenti non si spiegherebbero le ragioni per le quali l’Italia riesca a collocare debito pubblico con i tassi ai minimi storici, nonostante l’evidente distruzione economica intervenuta in questi anni di crisi che, in condizioni di normalità, avrebbe dovuto incidere significativamente anche sulla capacità di collocare debito da parte dell’Italia, oggi assai più vulnerabile rispetto a quanto lo fosse qualche anno fa.
Il motivo è semplicissimo da comprendere: l’Italia è ricca. E il risparmio degli italiani è la migliore garanzia posta a tutela delle regioni dei creditori.

E’ sufficiente disporre di governi “compiacenti”, e il gioco é fatto. Che piaccia o meno, loro (i governi) grazie all’autorità conferitagli da quelle regole che loro stessi usano chiamare leggi, possono imporre tasse, confische, espropri di ogni genere e sorta e ripagare i creditori. In questo modo, il risparmiatore sarà stato derubato e il creditore soddisfatto.

Si è letto tempo fa di una proposta avanzata dal Fondo Monetario Internazionale, secondo la quale gli Stati fortemente indebitati (leggasi anche Italia) dovrebbero sospendere il pagamento degli interessi sui titoli di stato, in caso di aiuti da parte del FMI stesso. E’ una proposta che fa letteralmente sorridere, solo per usare un eufemismo. E ciò per diverse ragioni.

In primo luogo, come dicevamo, andrebbe ricordato che il pagamento degli interessi, in un certo qual modo, costituisce anche una forma di sussidio statale alle banche, che trovano conviene investire in titoli di stato (apparentemente privi di rischio), anziché assumersi il rischio di dover finanziare imprese che operano in un contesto di crisi, che potrebbe portare ad aggravare le condizioni già precarie di un numero non del tutto indifferente di banche alle prese con elevatissimi volumi di sofferenze.

In questo senso, incassare cospicue cedole è una componente (quasi essenziale) dei ricavi delle banche, che consente di mitigare l’impatto delle perdite che emergono per via dell’esplosione delle sofferenze.
Quindi, sospendere il pagamento delle cedole, rischierebbe anche di produrre uno shock sul segmento più fragile del comparto bancario che, a quel punto, vedrebbe scomparire una componente di reddito essenziale per mitigare le perdite.

In secondo luogo andrebbe anche ricordato che l’Italia, nonostante un robusto avanzo primario, ogni anno si trova a dover rinnovare mediamente 350/370 miliardi di titoli di stato in scadenza, oltre che finanziare il deficit di bilancio.

Chi mai acquisterebbe i bond pubblici di uno stato che non onora il debito? Chi lo facesse, pretenderebbe interessi di gran lunga maggiori a quelli odierni, annullando quasi subito i benefici derivanti dalla sospensione del pagamento delle cedole e facendo nuovamente aumentare il costo del debito in pochi anni.
Senza poi trascurare il fatto che, per arrivare ad una soluzione del genere, andrebbero anche contrastate le resistenze di quei paesi che hanno (più o meno direttamente) un forte interesse a mantenere l’Italia schiava del suo debito.

Il debito italiano è un ottimo affare per tutti, insomma. Tranne che per gli italiani.

Reporter


martedì 18 agosto 2015

FINIS ITALIAE


Reporter.

Tra 10 anni l’Italia non esisterà più, totalmente distrutta dall’euro e dalla UE.

“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. E peggiorerà”.

Così Roberto Orsi, professore italiano emigrato a Londra per lavorare presso la London School of Economics, prevede il prossimo futuro del Belpaese.

Il termometro più indicativo della crisi italiana, secondo Orsi, è lo smantellamento del sistema manufatturiero, vera peculiarità del made in Italy a tutti i livelli: “Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione”.

“L’Italia – prosegue lo studioso della prestigiosa London School of Economics – non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori. La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza, l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione un fatto certo”.



Quando si tratta di individuare le responsabilità, Orsi non ha dubbi nel puntare il dito contro la politica: “L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale. Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio dell’ex Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano”.

“L’interventismo dell’ex Presidente è stato particolarmente evidente – prosegue il professor Orsi –  nella creazione del governo Monti e dei due successivi esecutivi, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale. L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che solo Monti ha aggravato la già grave recessione. Chi lo ha sostituito ha seguito esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia”.

Reporter


LETTERA APERTA DI UN PADRE " FASCISTA" ALLA PROPRIA FIGLIA

Di : Marcello Veneziani

«Cara Federica, sei tornata da scuola sconcertata perché la professoressa d'italiano ti ha chiamato in disparte e ti ha detto: hanno scoperto che sei la figlia di..., ne hanno parlato in consiglio d'istituto.
Te la faranno pagare. Qui sono tutti dell'altra parrocchia. E l'anno prossimo che vai al liceo, mi raccomando, se ti chiedono se sei figlia di... nega, dì che è un caso di omonimia. Ti possono fare del male. Non dire ai professori né ai compagni di scuola chi è tuo padre... Cara Federica, non so se la tua professoressa abbia esagerato, soffra di mania di persecuzione oppure no. A me sembra impossibile che succedano oggi queste cose. Mi sembra impossibile che in una società liberale e indifferente, cinica e buonista, aperta a ogni diversità, che non crede praticamente in niente, ci sia qualcuno che crede ancora all'esistenza del diavolo di destra. Un male per giunta genetico, razziale, ereditario, se ricade su di te, ignara tredicenne, solo perché sei mia figlia.
Mi hai raccontato che un gruppo di tuoi compagni di scuola ti ha accolto una volta con canti e slogan antifascisti. E mi hai raccontato di un amico che è venuto a trovarti a casa e si è meravigliato di trovare così tanti libri in casa di un “fascista”, e per giunta molti libri su Che Guevara. Non conosceva gli altri autori, ma ce ne sono tanti di tanti diversi orientamenti. Ma a loro avevano raccontato che i fascisti leggono solo le massime di Hitler e in casa non hanno libri, solo manganelli. Per fortuna non hanno scoperto che tuo fratello è nato lo stesso giorno di Mussolini, un segno evidente di neo-fascismo ereditario.
No, Federica, non credere alla tua professoressa e nemmeno ai tuoi compagni. Non devi nascondere di essere mia figlia. Non devi vergognarti di tuo padre. Non solo perché non ci si vergogna mai dei propri padri, dei loro limiti, dei loro errori e della loro povertà. Ma anche perché non hai nulla di cui vergognarti. Devi sapere, Federica, che sarebbe stato assai tanto più facile per tuo padre professare altre idee. Avrebbe avuto la vita più facile se avesse scelto la via opposta. All'università, nei giornali, sui libri, nella vita.
Oggi a te chiedono di buttarla sull'omonimia; ieri a lui, e non solo a lui, chiedevano di firmare gli articoli con lo pseudonimo. Eppure tuo padre non ha mai ucciso, picchiato e minacciato nessuno. Non ha mai impedito a nessuno di esprimere le sue idee. Non ha mai derubato, corrotto e truffato nessuno, semmai ne è stato vittima. Non ha mai discriminato e rifiutato il dialogo con nessuno. Non ha nemmeno solo teorizzato di eliminare gli avversari né ha mai sottoscritto manifesti di cui debba vergognarsi. Non ha cambiato casacca, e nutre le stesse idee che aveva da ragazzo. Non è rimasto imbalsamato ma non è pentito di nulla, non ha dovuto rimangiarsi nulla e si professa “di destra”, per quel che può valere, oggi come allora.
Tuo padre ha creduto in idee che tu potrai liberamente accogliere o rifiutare, ma che hai il dovere di rispettare: perché sono idee e non mazzate, sono pensieri scontati sulla propria pelle e non su quella altrui. Un giorno capirai che l'amore aspro per la libertà, anche trasgressiva, era più dalla parte di tuo padre, “il fascista”, che dei suoi censori. Che gli negavano la libertà d'opinione nel nome della stessa. Alcuni lo fanno ancora adesso. No, Federica, non dire che è un caso di omonimia. Non ti chiedo di essere orgogliosa di tuo padre, ma di non nascondere le tue origini. Oltretutto un po' mi somigli, anche se la cosa ti fa inorridire. Non ci si deve vergognare dei propri padri».
Marcello Veneziani

OLOCAUSTI DIMENTICATI / LA STRAGE DI VERGAROLLA


Testo di  : Gabriele Bosazzi

Pola, 18 agosto 1946.
Sono passate da poco le ore 14 quando una fortissima esplosione scuote la città intera. La deflagrazione avviene sulla spiaggia di Vergarolla, poco fuori il centro cittadino, dove una manifestazione sportiva aveva attirato qualche centinaio di polesani, in buona parte giovani e famiglie. Si intuisce subito l’enorme portata della tragedia, che alla fine conterà oltre un centinaio di vittime, anche se quelle identificate furono 64. Come si sarebbe capito più tardi, si trattò solo dell’inizio di una lunga serie di ingiustizie, che continueranno a beffare e ad offendere anche la memoria di quei martiri innocenti.
In quell’estate del 1946 Pola era una città che, come tante altre in Italia, cercava di riprendersi dalle difficoltà, dai danni e dai lutti causati dalla guerra. Si stavano sgomberando le macerie degli edifici irreparabilmente distrutti dai bombardamenti alleati e si stavano ricostruendo le case ancora recuperabili. Persino la facciata del tempio di Augusto, uno dei simboli della città e delle sue radici, collocato nel Foro romano, era stata gravemente danneggiata dalle bombe venute dal cielo; se oggi migliaia di turisti ignari della storia di queste terre possono ammirarlo, il merito è anche dei polesani di allora che vollero ripararlo tempestivamente e della soprintendenza ai monumenti di Trieste che portò avanti i lavori.
Ma quell’estate del ’46, a differenza della gran parte d’Italia, era vissuta dai polesani nell’incertezza sul proprio futuro, in bilico tra Italia e Jugoslavia, nell’impotenza di dover attendere delle decisioni prese altrove, da grandi potenze probabilmente poco propense ad ascoltare le ragioni di un paese sconfitto. La città, infatti, dopo essere stata da sempre legata al territorio istriano e dopo esserne stata a lungo la capitale, era ridotta ad un enclave occupata dalle truppe alleate, dopo che, il 16 giugno del 1945, l’esercito jugoslavo era stato costretto a ritirarsi momentaneamente da Pola, Trieste e Gorizia, mentre permaneva l’occupazione titina in tutto il resto dell’Istria, a Fiume e a Zara.
In città il clima era sempre più pesante, le massicce manifestazioni popolari che cercavano di dimostrare l’italianità di Pola erano sfociate in scontri con la più esigua fazione che invece, arrivando prevalentemente da fuori città, sosteneva l’annessione alla Jugoslavia di Tito. La conferenza di Parigi era in corso e già si delineava come una dura punizione per l’Italia, il cui scotto sarebbe stato pagato proprio dalle popolazioni del confine orientale. In questa prospettiva, la schiacciante maggioranza dei polesani si era già espressa: attraverso il CLN dell’Istria, circa 28.000 su 31.000 abitanti aveva dichiarato di voler abbandonare la città in caso di annessione alla Jugoslavia.

Nonostante quel pesante clima di contrapposizione, di paura ed incertezza, i cittadini di Pola, soprattutto le famiglie, cercavano di riprendere una vita normale, di dare serenità ai propri figli. Anche in quest’ottica, il 18 agosto molti erano accorsi, sulla spiaggia di Vergarolla, alla “coppa Scarioni”, una competizione di nuoto organizzata dalla società nautica Pietas Julia, sodalizio sorto nel 1886 e da sempre impegnato in campo patriottico oltre che sportivo, tanto da essere stato preso di mira dalle autorità asburgiche. Si trattava di un sereno pomeriggio di mare per tante famiglie, nella convinzione di poter trovare uno scampolo di normalità, di poter dimenticare per qualche ora l’incertezza sul proprio futuro. Un pomeriggio sereno che fu interrotto da un boato assordante che sconquassò i vetri di mezza città.
Le scene riportate dai testimoni sono terribili: urla strazianti, corpi mutilati ovunque, arti e brandelli di carne che galleggiavano sul mare, divenendo preda dei gabbiani che gridavano come impazziti. In città si diffuse subito la notizia che lo scoppio era avvenuto in quella spiaggia mentre una colonna di fumo nero si alzava verso il cielo a conferma dei timori. Molti sapevano che i propri cari si erano recati proprio a quella manifestazione e corsero a cercare notizie. All’ospedale cittadino arrivavano decine di feriti ed il chirurgo Geppino Micheletti continuò strenuamente per due giorni ad operare i sopravvissuti, anche dopo aver appreso che per i suoi due figli non c’era stato nulla da fare, anch'essi vittime della sciagura. Si contarono 64 morti ufficiali, i cui nomi furono pubblicati sul quotidiano L’Arena di Pola già il giorno successivo; le vittime furono molte di più, in quanto altri perirono in ospedale i giorni successivi ed alcuni non furono riconosciuti, in quanto arrivati da fuori città, dalle zone occupate dagli jugoslavi; oggi si parla di 116 vittime, ma le varie fonti non sono concordi sulla cifra esatta. Ma cos’era successo in quel maledetto pomeriggio? Quel che è stato certo fin dall’inizio è che la deflagrazione è partita da un ammassamento di vecchie mine di profondità, 28 mine che erano state pescate e bonificate dai marinai italiani del Comando Marina di Venezia. Erano rimaste lì accatastate sulla spiaggia fino a quel momento, terribili ordigni bellici ormai guardati con indifferenza persino dai bagnanti, nell’abitudine di dover convivere con la guerra e i suoi strumenti, ma soprattutto con la convinzione che si trattasse ormai di un innocuo e triste residuato.
Secondo le testimonianze ed alcune immagini, alcuni persino vi appoggiavano vestiti e vivande o riposavano alla loro ombra. Com’è possibile che esplodano delle mine disinnescate da un corpo di specialisti? Il Capitano della Marina Raiola, testimoniò come la squadra al suo comando, incaricata della bonifica delle mine, si fosse divisa in tre gruppi: il primo provvedeva a togliere il pericoloso innesco, il secondo controllava la correttezza del lavoro del primo ed il terzo gruppo eseguiva un ulteriore controllo su ogni ordigno. Dunque l'innesco era stato rimosso, ma le mine contenevano ancora tritolo; lo stesso Raiola affermò che, senza il collegamento di un nuovo innesco, l'esplosione sarebbe stata impossibile. Anche volendo ammettere un errore umano, pare assai strano che la deflagrazione sia avvenuta proprio in una giornata simile, dopo che le mine erano rimaste inerti ed abbandonate per tanti mesi. Il primo pensiero che assalì i cittadini di Pola, ma anche le autorità, fu quello dell’attentato. Il vescovo di Parenzo e Pola mons. Radossi, persona equilibrata e suo malgrado avvezza alle tragedie dell’epoca, pur senza sbilanciarsi in denunce ed accuse che non trovavano riscontri certi, affermò nell’omelia durante i funerali: “Non scendo nell’esame delle cause prossime che hanno determinato un simile macello, io rimetto tutto al giudizio di Dio (...), al quale nessuno potrà sfuggire nell’applicazione tremenda della sua inesorabile giustizia”. Appare ovvio che anche nel suo pensiero si era fatto strada qualcosa di più di un dubbio.
Molti altri parlarono da subito di un vile atto di intimidazione, ma in ogni caso la tragedia ebbe l’effetto di far tracollare definitivamente le speranze della gente di Pola e di dare la definitiva spinta al massiccio e rapidissimo esodo dell’anno successivo, convincendo anche gli indecisi. Non si può negare che la strage di Vergarolla accelerò clamorosamente quel processo decisionale, convinse quasi tutti che il destino di libertà, quando non addirittura la sopravvivenza, erano per loro incompatibili con l’avvento della Jugoslavia di Tito.




Fu forse anche per effetto di quell’esplosione che 28.000 polesani se ne andarono in pochi giorni appena diffusa la notizia della firma del Trattato di Pace, senza aspettare di poter regolarmente esercitare il diritto di opzione come previsto dal trattato stesso, il che avrebbe voluto dire aspettarne l’entrata in vigore (15 settembre), quindi tornare ad esporsi all’occupazione delle truppe jugoslave. Per i cittadini di Pola quell'episodio fu l'apice di un clima di paura che si era diffuso in tutta la Venezia Giulia fin dal settembre del ’43, quando la guerra prima lontana era venuta a bussare alle porte di tutti e si presentò come una guerra fratricida. La Pola del 1946 seguiva con trepidazione le trattative di pace di Parigi sperando di rimanere italiana, non solo per la salvaguardia della propria identità nazionale, ma anche per pura e semplice paura del ritorno a un incubo già recentemente sperimentato. La parola “foiba” era entrata come uno spettro nell’immaginario collettivo nel settembre del ’43, con la prima ondata di terrore che causò in Istria le prime centinaia di vittime innocenti da parte dei partigiani di Tito; il centro di Pola ne era rimasto immune grazie alla presenza di un forte contingente tedesco, ma così purtroppo non fu per frazioni e comuni circostanti che pagarono un caro prezzo di vite umane.
Dopo la ripresa del controllo da parte dei tedeschi ed un altro anno e mezzo di logorante guerra civile, con attentati partigiani e rappresaglie tedesche come altrove, il terrore era tornato a vestire la bustina con la stella rossa: dal 2 maggio al 16 giugno del ’45, i polesani avevano visto portar via dalle loro case alcune centinaia di persone, con accuse ignote o alquanto vaghe e pretestuose. Dopo la creazione della zona A occupata dagli anglo-americani, in cui era compresa anche Pola, in attesa del trattato di pace, la città fu temporaneamente restituita alla normalità, ma si trovò umiliata nel suo ruolo di enclave circondata dalla zona di occupazione jugoslava, tagliata fuori dal suo storico retroterra, dal quale arrivavano gli echi del perdurare di soprusi e delitti da parte dei titini.
Dopo i solenni funerali delle vittime, cui partecipò commossa tutta Pola, si capì che le beffe del destino, in spregio alla memoria di quelle vittime, non erano che all’inizio. Per tanti anni, ufficialmente, non fu identificato alcun colpevole, che fosse stato per dolo o per imperizia. Le autorità di occupazione anglo-americane aprirono un’inchiesta, che fu ben presto ufficialmente abbandonata con la stipula del “diktat” di Parigi ed il conseguente abbandono di Pola da parte delle truppe alleate.
Eppure quelle indagini ufficialmente senza sbocco ed apparentemente inconcludenti, se non a delle prove inconfutabili erano arrivate almeno a delle precise conclusioni supportate da dati attendibili, ma mai divulgate. Un tanto è emerso all'opinione pubblica appena pochi anni fa, dopo 62 anni dalla vicenda, quando dei documenti riguardanti Vergarolla sono stati trovati presso gli archivi dei servizi segreti inglesi di Kew Garden, a Londra, da due giornalisti triestini che pubblicarono quanto scoperto in un dossier.
I rapporti del servizio segreto inglese venuti alla luce citano come fonte – definendola attendibile - il controspionaggio italiano denominato “CS”, identificato nell'808° Battaglione, gestito da Carabinieri, dipendente dal Servizio segreto militare SIM e fin dall’8 settembre del ’43 in stretta collaborazione coi servizi inglesi.
Il primo documento, datato 19 dicembre 1946 ed intitolato significativamente “sabotage in Pola”, afferma che fonti attendibili davano per certa la matrice terroristica dell’esplosione, come opera dell’OZNA, la famigerata polizia segreta jugoslava che triestini, fiumani ed istriani conoscevano già bene come protagonista di arbitrari arresti e deportazioni, fin dall’immediato dopoguerra. Il documento va addirittura oltre, facendo il nome di uno dei “sabotatori” che avrebbero innescato le mine e che sarebbe scomparso successivamente al fatto. Si tratterebbe di tale Giuseppe Kovacich, fiumano, già indicato come un agente dell’OZNA “molto attivo nel perseguire gli italiani” da un altro documento dei servizi segreti italiani del 6 luglio del ’46, quindi precedentemente alla strage. Un’ulteriore informativa fornita dall’intelligence italiana a quella inglese aveva segnalato inoltre, sempre nel mese di luglio, dei movimenti sospetti alla periferia di Pola, con protagonista un esponente comunista italiano, che avrebbe distribuito delle armi ad altre persone e che in seguito, ricercato della polizia, sarebbe fuggito oltre la linea di occupazione alleata, stabilendosi a Fasana. Va detto che alcune testimonianze del giorno della strage riferirono di aver visto un uomo allontanarsi da Pola in barca proprio verso Fasana; va ricordato anche che altri testimoni parlarono di un uomo che si era aggirato con fare sospetto vicino alle mine poco prima dell’esplosione, tracciandone una descrizione fisica molto vicina a quella fatta relativamente al Kovacich dai servizi segreti.
Dunque pochi mesi dopo la terribile strage i servizi inglesi e italiani parlavano chiaramente di “sabotaggio” ed avevano pochi dubbi sul fatto che si fosse trattato di un attentato con il quale la polizia segreta jugoslava intendeva intimidire gli Italiani di Pola e non solo. Appare grave il fatto che anche le autorità italiane, attraverso i servizi segreti, avevano ben più che un indizio in merito alla vicenda, eppure non fecero niente per approfondire le indagini, non cercarono di perseguire i responsabili, non denunciarono la cosa alla comunità internazionale, che peraltro stava decidendo le sorti del confine orientale. Insomma più di qualcuno sapeva, tutti tacquero e lasciarono che la vicenda finisse dimenticata in fondo ai cuori dei polesani. La giustizia, come spesso accade in tutto il mondo, non ha fatto il suo corso.
Diversi anni prima che uscissero queste notizie, alcune verità erano comunque emerse grazie alle silenziose ricerche di alcuni volenterosi, tra cui l'esule polesano Lino Vivoda, che nella strage perse il fratello Sergio di soli 8 anni. Vivoda attesta che poco dopo la strage, Bepi Nider, (celebre esule rovignese e polesano d'adozione, autore di scritti e toccanti poesie) assieme ad un ufficiale inglese, trovò in una cava prossima alla spiaggia di Vergarolla tracce di un innesco, identico a quelli usati allora nelle miniere dell'Arsa (a pochi chilometri da Pola); proprio nella vicina cittadina di Albona, aveva un delle sue più importanti sedi istriane l'OZNA, che aveva già terrorizzato Pola durante l’occupazione dell'anno precedente.
Dopo aver scritto in merito vari articoli sulla stampa degli esuli ed aver rilasciato interviste anche a giornali, Vivoda entrò in contatto con un giornalista del quotidiano croato Glas Istre, che nel 1999 aveva scritto vari articoli su Vergarolla, rivelando un fatto inedito: un ex partigiano jugoslavo, suicidatosi anni prima, aveva lasciato una lettera in cui si diceva schiacciato dal rimorso, per aver fatto parte del gruppo che organizzò la strage, su incarico dell'OZNA; il biglietto manoscritto, che il giornalista croato dice di aver visto personalmente, non è stato però recuperato. Nel suo ultimo recentissimo libro autobiografico “In Istria prima dell'esodo”, Lino Vivoda riporta il nome del suicida: Ivan (Nini) Brljafa, che da ulteriori ricerche risulta essere stato uno dei primi membri del partito comunista croato clandestino di Pola, durante la guerra un “gappista” responsabile di un attentato contro una mensa di ufficiali tedeschi, nonché in seguito membro dell'OZNA, attivo tra Fasana e Peroi, nell'agro polesano.
Tutto questo, a già oltre quarant'anni dalla strage, emerse solo nella stampa triestina e croata. Per decenni, quindi, il destino ha continuato a beffare le vittime di Vergarolla, con la lunga e strisciante offesa data dall’oblio; l’Italia dimenticò subito quelle vittime innocenti e perlopiù giovanissime e mai un governo italiano cercò di aprire un’indagine o chiese alle autorità alleate, (da considerarsi responsabili dell’accertamento della verità visto che occupavano Pola in quei tristi giorni), di rendere pubbliche le risultanze dell’inchiesta. Nessuno storico di rilievo nazionale esaminò la vicenda, nessun rappresentante dello stato italiano rese mai omaggio a quegli Italiani, nessuna delle odierne trasmissioni che trattano le cosiddette stragi di stato irrisolte, si arrischia ad accennare alla vicenda della spiaggia polesana. Persino nella memorialistica editoriale delle associazioni degli esuli, la strage di Vergarolla ha occupato per tanti anni uno spazio inspiegabilmente modesto.
Oggi finalmente si è ricominciato a parlarne, anche se perlopiù a livello locale e nell’ambito dell’ambiente della diaspora giuliano-dalmata. Alcuni storici hanno iniziato a trattare l’argomento, compresi naturalmente quegli illuminati che, senza neanche approfondire troppo la vicenda, la liquidano come un incidente, frutto dell’irresponsabilità di chi organizzò la manifestazione su una spiaggia con delle mine, incidente secondo loro montato ad arte da vecchi e nuovi nazionalisti ed imperialisti italiani.
Il doloroso evento che scosse Pola italiana nei suoi ultimi giorni viene ricordato da una “timida” pietra a lato del duomo di Pola, che non osa neanche far riferimento a delle vittime ne tanto meno al contesto in cui esse morirono, che non lascia neanche minimamente capire all’ignaro forestiero che la vede a che cosa si riferisca, ma che forse è già qualcosa di importante, trovandosi in un contesto non facile, ancora refrattario ad una lettura serena e veritiera della storia istriana. Il medico Micheletti, che salvò tante vite accantonando il dolore per la perdita dei due figli, ha anche lui il suo piccolo cippo sul sagrato del duomo di Pola ed un degno monumento a Trieste, sua città d’origine, in piazzale Rosmini. Due anni fa, in cima al colle di San Giusto, è stata eretta una grande lapide, con incisi i nomi delle 64 vittime riconosciute. Da diversi anni, presso il cippo a lato del Duomo di Pola, la ricorrenza viene celebrata dalla locale rappresentanza dei “rimasti” (Comunità degli Italiani di Pola), assieme ad una delegazione di esuli (Libero Comune di Pola e Circolo Istria). Chi non si trova d'accordo con il riavvicinamento ai “rimasti”, commemora separatamente la ricorrenza del 18 agosto a Trieste, presso il cippo di San Giusto. Insomma, anche nel ricordo di una così terribile strage, prevalgono divisioni e rancori da ambo le parti.
Forse è proprio questo che ci chiedono quelle giovani anime: ricordarle ed onorarle, insieme a tutte le vittime giuliane, fiumane e dalmate di quella triste stagione; ricordarle però accantonando gelosie, personalismi, antipatie, protagonismi, divisioni ideologiche e di partito. Tutte cose che, insieme ai fiori, hanno donato l’ultima beffa anche ai morti di Vergarolla."

lunedì 17 agosto 2015

L' INVASIONE EXTRACOMUNITARIA FINANZIATA DAGLI USA ?


Sarebbero gli Stati Uniti a finanziare il traffico di migranti africani dalla Libia verso l’Italia.

Lo afferma l’austriaco InfoDirekt, che dice di averlo appreso da un rapporto interno dello ’Österreichischen Abwehramts (i servizi d’intelligence militari di Vienna): ed InfoDirekt è un periodico notoriamente vicino alle forze armate.

Il titolo dice: “Un Insider: gli Stati Uniti pagano i trafficanti (di immigrati) in Europa”. Il testo non dice molto di più. Dice che i servizi austriaci valutano il costo per ogni persona che arriva in Europa molto più dei 3 mila dollari o euro di cui parlano i media.

“I responsabili della tratta chiedono cifre esorbitanti per portare i profughi in Europa” Si va dai 7 ai 14 mila euro, secondo le aree di partenza e le diverse organizzazioni di trafficanti; e i fuggiaschi sono per lo più troppo poveri per poter pagare simili cifre. La polizia austriaca che tratta i richiedenti asilo sa questi dati da tempo; ma nessuno è disposto a parlare e fare dichiarazioni su questo tema, nemmeno sotto anonimato.

Da parte dei servizi, “Si è intuito che organizzazioni provenienti dagli Stati Uniti hanno creato un modello di co-finanziamento e contribuiscono a gran parte dei costi dei trafficanti”. Sarebbero “le stesse organizzazioni che, con il loro lavoro incendiario, hanno gettato nel caos l’Ucraina un anno fa”. Chiara allusione alle “organizzazioni non governative” americane, cosiddette “umanitarie” e per i “diritti civili”, bracci del Dipartimento di Stato o di Georges Soros.

L’articolo termina con un appello “a giornalisti, funzionari di polizia e di intelligence” perché “partecipino attivamente nella ricerca di dati a sostegno delle accuse qui espresse. L’attuale situazione è estremamente pericolosa e il lavoro informativo può prevenire l’intensificarsi della crisi”.



In un successivo articolo, il giornale austriaco rivela che “anche in Austria c’è il “Business dei profughi”, Una “azienda per i richiedenti asilo” ha ottenuto dallo stato 21 milioni  per assissterli nelle pratiche e nutrirli. E’ una vera e propria azienda a scopo di lucroi,   con sede in Svizzera, la ORS Service AG, ed è posseduta da una finanziaria, la British Equistone Partners Europa ( PEE) , che fa’ capo a Barclays Bank:  ossia alla potentissima multinazionale finanziaria nota anche come “La corazzata Rotschild”, che ha come principali azionisti la banca privata NM Rotschild e la loro finanziaria satelletite Lazard Brothers. “Presidente di Barclays è stato per anni il figlio Marcus Agius Rothschild . Questi ha sposato la figlia di Edmund de Rothschild : Katherine Juliette. Di conseguenza, ha il controllo anche della British Broadcasting Corporation (BBC), ed uno dei tre amministratori del comitato direttivo del gruppo Bilderberg”. I Rotschild non disdegnano nessun affare: e quello degli immigrati da “accogliere” e curare con denaro pubblico è certo l’industria di cui hanno previsto ( sanno) che crescerà in modo esponenziale.


Thierry Meyssan (Reseau Voltaire) rilancia l’informazione perché vi trova confermato un suo lungo e complesso articolo da lui postato quattro mesi fa, in cui fra l’altro sosteneva che l’ondata di rifugiati in Europa non è l’effetto collaterale accidentale dei conflitti in Medio Oriente, ma un obiettivo strategico degli Stati Uniti. Meyssan chiamava la strategia Usa “la teoria del Caos”, e la faceva risalire a Leo Strauss (1899-1973), il filosofo padre e guru dei neocon annidati nel potere istituzionale Usa.

“Il principio di questa dottrina strategica può essere così riassunto: il modo più semplice per saccheggiare le risorse naturali di un Paese sul lungo periodo non è occuparlo, ma distruggere lo Stato. Senza Stato, niente esercito. Senza esercito nemico, nessun rischio di sconfitta. Da quel momento, l’obiettivo strategico delle forze armate USA e dell’alleanza che esse guidano, la NATO, consiste esclusivamente nel distruggere Stati. Ciò che accade alle popolazioni coinvolte non è un problema di Washington”.

“Le migrazioni nel Mediterraneo, che per il momento sono soltanto un problema umanitario (200.000 persone nel 2014), continueranno a crescere fino a divenire un grave problema economico. Le recenti decisioni della UE (…) non serviranno a bloccare le migrazioni, ma a giustificare nuove operazioni militari per mantenere il caos in Libia (e non per risolverlo)”.


E’ proprio così: la strategia americana sembra effettivamente quella di trascinare gli europei in avventure militari in Libia come in Siria e in Ucraina; una volta impantanati fino al collo in quelle paludi del caos, per cui non abbiamo alcuna preparazione militare, dovremo implorare l’aiuto della sola superpotenza rimasta, a cui ci legheremo più che mai perché “ci difende dal caos”.

Una sola ultima considerazione: la sinistra dell’accoglienza, come sempre la sinistra, “fa l’interesse del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”: Ad essa s’è aggiunta la Chiesa di Galantino.


FONTE :