lunedì 4 maggio 2015

IL TRIBUNALE DI PORDENONE : UN TRIBUNALE CHE NON GARANTISCE UN GIUSTO PROCESSO




Redazione di Dissonanze.

Ha suscitato un vivace dibattito a livello nazionale una sentenza della Corte di Cassazione a seguito di un ricorso per trasferimento di un processo a suo carico per incompatibilità ambientale giudiziaria del tribunale di Pordenone,  proposto dall’ avvocato Edoardo Longo, in un procedimento che vedeva come giudice monocratico la dott.ssa Monica Biasutti, del medesimo tribunale. 

La sentenza della Corte di Cassazione ha lo stomachevole sapore di una sentenza corporativa e di casta che, a costo di violare legge e giustizia, tenta di proteggere giudici colpevoli di gravi condotte dalle conseguenze del loro fio.

I termini del dibattito più intelligenti e moralmente onesti sono quelli elaborati da Il Giornale.it al seguente link :


Su questa sentenza corporativa ed incompatibile con uno stato di diritti e che celebra i fasti autoreferenziale di una magistratura che, anzichè essere al servizio della legge , della legge se ne serve per proclamare la propria impunità , ritorneremo sulle pagine di questo blog dedicate alla malagiustizia italiana.

Ritorneremo con i commenti dell’ avvocato Longo, che anche recentemente da dedicato un libro ( “ la giustizia negata”[1] ) sul golpe giudiziario volto a caducare il principio del giusto processo e il diritto ad un giudice terzo.

Al momento, riteniamo interessante proporre alla lettura di tutti il testo del ricorso su cui la casta giudiziaria si è scatenata, sentendo da esso incrinata la loro tirannica volontà di potenza e di impunità assoluta.

Il ricorso è stato pubblicato integralmente, salvo alcuni tagli a tutela della privacy di altre persone.le fotografie a corredo di questo post, sono state ovviamente aggiunte nella sua versione web .

L’ antefatto di questa vicenda giudiziaria – una operazione di “ pulizia etnica” contro lo scomodo avvocato Longo che ha subito negli anni una aggressione giudiziaria insensata e ingiusta  di oltre 50 procedimenti penali da cui è stato sempre assolto – è esposto nel seguente post, uno dei dieci più letti in assoluto di questo blog dal 2011 ad oggi :


Ecco il ricorso. Chiunque volesse farci giungere i suoi commenti, li pubblicheremo. Inviare i testi e gli scritti a questa mail :



Redazione di Dissonanze.



Oggetto e motivi dell' istanza di trasferimento del processo ad altra sede , diversa dal tribunale di Pordenone.


Incompatibilità ambientale della sede giudiziaria di Pordenone  per motivi  risarcitori civili  nei confronti dei magistrati Eugenio Pergola, Monica Biasutti, Roberta Bolzoni, in servizio presso il tribunale penale di Pordenone  .




N
el maggio del 2010 il ricorrente venne investito da violentissime misure giudiziarie che non trovavano supporto logico – giuridico – probatorio alcuno. Queste misure furono gli arresti domiciliari ( subito annullati dal tribunale distrettuale di Trieste) e l’ abnorme sequestro dell’ intiero studio legale sito in Pordenone, peraltro in contitolarità con altro professionista ( l’ avvocato Sandra Cisilino del Foro di Udine).

Ripercorrere le premesse storico – giuridiche di codesta aggressione sarebbe troppo lungo, per cui si fa espresso rinvio al Memoriale  redatto dall’ avvocato Edoardo Longo , e qui allegato,[2] che ripercorre anche le più vistose violazioni alla legalità portate avanti dagli uffici giudiziari di Pordenone in questo contesto di aggressione giudiziaria illegale ed illegittima.

Per concludere codesto excursus su una vicenda giudiziaria che non getta alcuna luce di onore e di merito alla magistratura della città di Pordenone , si  soggiungerà  anche che il contiguo potere forense, non estraneo agli interessi poco apprezzabili e molto illegittimi giuridicamente   che hanno mosso l’ aggressione al sottoscritto, si è visto annullare una illegale misura di sospensione cautelare professionale, con l’ allegata sentenza nr. 247-10 RG del Consiglio Nazionale Forense emessa in data 27.01.2011. [3]

Tale misura era stata irrogata con estrema superficialità e notevole prevenzione soggettiva nei confronti del ricorrente cagionandogli notevoli danni all’ avviamento professionale , , ancor oggi non riassorbiti ed anzi acuiti per il perdurare della crisi economica generale.

Nei confronti di codesti galantuomini[4] pende azione risarcitoria  inoltrata dal ricorrente  , per i danni inferti  con oltre sei mesi di illegale sospensione dal lavoro.

L’ oggetto precipuo di questa istanza volta al trasferimento ad altra sede del presente procedimento è la posizione di incompatibilità e conflitto di interessi nei confronti del sottoscritto e in capo ai magistrati della locale sezione penale.

Infatti, pende azione civile  di risarcimento per danni giudiziari infertimi, che  ha per oggetto preciso un  atto illegale pronunciato in odio e disprezzo dell’ avvocato Longo : si tratta della   ordinanza del tribunale di Pordenone che, su mio ricorso per l’ annullamento del sequestro del mio studio, in data rigettava della mia istanza ritenendo legittimo il sequestro illegittimo posto in esecuzione .

L’ ordinanza – allegata – portava la firma dei seguenti magistrati del tribunale di Pordenone :

dott. Eugenio Pergola
dott. Monica Biasutti
dott. ssa Roberta Bolzoni .

In data 24.05.2010 i pubblici ministeri Sorti e Delpino della procura di Pordenone chiedevano al GIP l’ autorizzazione alla perquisizione e relativo sequestro, autorizzazione che veniva concessa, ovviamente entro i limiti di legge.

Il tutto trovava illegale esecuzione con l’ atto di sequestro successivo qui allegato.

Avverso a questo atto, l’ avvocato Longo, l’ avvocato Cisilino ( contitolare dello studio legale di cui si era appropriata con destrezza e illegalità la procura di Pordenone) e altro indagato, il sig. E. C. , interponevano la impugnazione del caso al tribunale di Pordenone.

Il tribunale di Pordenone, con ordinanza  qui allegata, in data 11.06.2010 , avvallava illegalmente il decreto di sequestro fuori legge.

Successivamente l’ avvocato Longo  ricorreva alla Suprema Corte di Cassazione nei confronti della citata ordinanza.

In data 10 dicembre 2010  , con decisione qui allegata, la Suprema Corte accoglieva il  ricorso, annullava l’ ordinanza impugnata del tribunale di Pordenone, dichiarava illegittimo il sequestro del mio Studio Legale e rimetteva gli atti ex novo al tribunale di Pordenone perchè, in diversa composizione collegiale, recependo il richiamo alla legalità ribadito dalla Suprema Corte, accogliesse il  ricorso e dichiarasse nullo l’ abnorme sequestro di tutti i miei beni e della mia possibilità di lavorare.

La Cassazione rilevava la assoluta inammissibilità dell’ impugnato sequestro, perché fuori da ogni canone di legalità, in quanto finalizzato ad obiettivi non ammessi dalla legge ed estranei ad ogni ipotesi legittima di sequestro penale probatorio.

La notizia veniva ripresa dagli organi di informazione, senza che ciò abbia potuto, ovviamente, compensare il danno dalle notizie in precedenza strillate a mezzo stampa ed inerenti il sequestro dello Studio legale.
Di seguito riproduciamo l’ articolo che Il Messaggero Veneto dedicò al dissequestro :




In data 28.02.2011  si teneva il secondo riesame avanti al tribunale di Pordenone.

Ed è sul contenuto della decisione presa ivi, su rinvio della Suprema Corte , che intendo appuntare la attenzione.

Si noti, innanzi tutto, che a presiedere il secondo collegio troviamo di nuovo il giudice dott. Eugenio Pergola, presidente anche nel collegio che emise la aberrante decisione cassata dalla Suprema Corte.

E’ evidente che costui, in ossequio alle generali norme sui rinvii dalla Suprema Corte, giammai avrebbe potuto presiedere anche il secondo collegio, poichè il rinvio presuppone che a pronunciarsi sia sì il medesimo tribunale, ma in composizione diversa rispetto a quella della decisione cassata…

Questo atto del dott. Pergola, di certo non rispettoso della legalità e sia detto, anche vagamente sopra le righe  ed inopportuno per il prestigio e rispettabilità dell’ ordine giudiziario, si è risolto, sia pure non certo per volontà del Pergola, in una confessione di sua responsabilità e di responsabilità del primo collegio  per negligenza grave ed inescusabile nel primo giudizio ( quello cassato).

Si legga infatti la ordinanza con cui il secondo riesame accoglieva il disposto di annullamento ordinato dalla Suprema Corte.

Dopo oltre sei pagine fitte fitte di elucubrazioni senza senso e irrilevanti, il cui unico fine è quello di gettare fango sull’ indagato avvocato Edoardo Longo, al fine evidente di eludere la propria responsabilità giudiziaria per aver avvallato ( con raro compiacimento ed arroganza, non dimenticandosi neppure di infliggere ritorsive sanzioni per cassa ammende per aver proposto il primo ricorso, ritenuto da tali luminari del diritto inammissibile e infondato , ma accolto de plano dalla Cassazione ) un sequestro illegale, alla fine il tribunale di Pordenone si degna di recepire il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte.

Attenzione, però  : il tribunale di Pordenone tenta anche, spudoratamente, una difesa di ufficio della propria ordinanza aberrante..


Scrive che “ si deve osservare che errando, [5]aveva compreso che la perquisizione fosse iniziata di mattina e si fosse arrestata a tarda sera senza essere stata completata..”


Più sotto la excusatio non petita : “ una più attenta lettura del verbale di perquisizione e sequestro invece fa emergere che le att6ività di perquisizione e sequestro iniziarono alel ore 10,30 del 25.05.2010 e terminarono alle successive ore 12,10, con il rinvenimento e sequestro del materiale informatico..” ( pagina 7 seconda ordinanza riesame )

A parte i successivi e penosi tentativi di giustificare comunque, oltre ogni decenza, l’ operato della procura pordenonese , questa affermazione fa ritenere oltre ogni dubbio che sia evidente e macroscopica la responsabilità civile dei tre magistrati autori della prima ordinanza.

Infatti, come scrivono nella  seconda ordinanza di riesame [6] , sottoscrivendola, ben due dei tre giudici responsabili della prima ed abietta ordinanza ( i giudici Pergola e Biasutti ) , essi avrebbero sbagliato per non aver letto   il decreto di perquisizione/sequestro impugnato avanti a loro !

La legge punisce l’ errore giudiziario in sede civile sia per dolo che per colpa grave.

A parte il fondato sospetto di dolo – che per  il ricorrente è certezza, alla luce dell’ aggressione giudiziaria patita per anni da questi soggetti dell’ ordinamento giudiziario di Pordenone – è evidente che l’ ipotesi di colpa grave sia macroscopica ed evidente, certificata dalla stessa confessione resa nella seconda ordinanza da ben due dei tre giudici che firmarono la prima ordinanza cassata.

Non è infatti ammissibile che un giudice sbagli perché “ non ha letto l’ atto oggetto di impugnazione”.

Non c’è alcuna persona dotata di senso morale che possa esentare un magistrato dal rispondere, quanto meno in sede civile, dalla responsabilità per danni per aver “ letto male” l’ atto impugnato avanti a lui.

Si badi bene : questi soggetti hanno ammesso di aver “ letto male gli atti”.

La scusa addotta per giustificare la propria illegalità è alquanto penosa ( peraltro non richiesta)  : anziché effondersi in logorroiche argomentazioni , avrebbero semplicemente dovuto accogliere il principio esposto dalla cassazione e procedere annullando il sequestro illegale e restituendo al ricorrente, all’ avv. Cisilino e al sig. C.  i beni a loro sottratti con artifizio illegale ed è una vera e propria confessione di colpevole, grave ed inescusabile negligenza, che ha cagionato al ricorrente – e agli altri soggetti dianzi indicati – una enorme mole di danni .

Di essa debbono rispondere.

A margine, alcune  considerazioni circa la gravità di quanto da loro stessi asseriti.

Si considerino anche queste circostanze, che fanno ritenere ancor più grave la loro confessione di negligenza inescusabile.

Loro affermano di non essersi accorti dalla lettura del verbale che il sequestro non si è concluso in poche ore, ma si è protratto per oltre due mesi  :


1.
Il verbale era di poche righe , circa due sole pagine, e non richiedeva grande fatica a leggerlo e a capirlo.

2.


La circostanza che il sequestro fosse perdurante era ben nota, perché di essa la stampa se ne era ampiamente occupata ed è difficile pensare che costoro, in una realtà  piccola come Pordenone non ne fossero informati : del resto, la circostanza riguardava un avvocato che esercitava presso il foro di Pordenone e non è pensabile che ne fossero all’ oscuro.

3.
Agli atti del riesame vi era tutto il fascicolo della procura , acquisito per legge, e la circostanza del sequestro permanente era ampiamente ripetuta negli atti.

4.
La circostanza era ben descritta nel ricorso per riesame e non era possibile fraintenderla. Evidentemente costoro non hanno neppur letto il ricorso di riesame, benche non si siano fatti scrupolo alcuno nel sanzionare con multe i ricorrenti.

5.
Sul punto si erano ampiamente diffusi i due difensori del ricorrente in udienza . Bisogna pensare che i giudici in udienza dormissero o addirittura abbiano emesso ordinanza aberrante apposta ?

6.
Alla loro attenzione non vi era solo il ricorso dell’ avvocato Longo, ma anche quello dell’ avv. Cisilino e del sig. E. C., tutti fondati sulla sottrazione dei loro beni, perdurante anche oltre il giorno della udienza del primo riesame. Non si erano accorti neanche di questi ricorsi ? ( eppure li hanno pure sanzionati, oltre che respinti..).

In tutta evidenza la responsabilità civile dei magistrati in oggetto è macroscopica.

Tale   azione civile concerne l’ operato dei magistrati, in servizio attuale presso il tribunale penale di Pordenone  dottori Eugenio Pergola, Roberta Bolzoni, Monica Biasutti, quali artefici della illegittima ordinanza emessa.

Questi magistrati rappresentano di fatto l’ organico della sezione penale del tribunale di Pordenone e pertanto il presente processo non può essere celebrato in questa sede, perché in ogni caso sarebbe assegnato ad uno di questi tre magistrati, o ad altri, del pari incompatibili, quali il dott. Rodolfo Piccin, che si è occupato di questo processo come giudice della udienza preliminare ( ed aveva giustamente richiesto di esserne esonerato per incompatibilità, raro  magistrato corretto e rispettoso della legge, fra cotanti suoi colleghi).

Oppure potrebbe essere assegnato alla dott.ssa Patrizia Botteri che però all’ epoca delle indagini preliminari ebbe ad occuparsi del caso in quanto investita di varie istanze inerenti lo status libertatis del sottoscritto, ed è quindi incompatibile ex lege.

E’ evidente quindi che la responsabilità civile per danni arrecati al sottoscritto e di cui alle premesse, opera come ragione della presente istanza, sotto due profili :

a).


Sussistendo la appena radicata pendenza civile risarcitoria contro , di fatto et de jure, nei confronti dell’ intiero tribunale penale di Pordenone, che rende impossibile la celebrazione del processo in questa sede per manifesto conflitto di interessi e incompatibilità  di tutti i giudici penali di stanza in questa sfortunata città. 

b).



Per l’ evidente conflitto di interessi che investe, a prescindere dalla azionata azione civile per danni avverso i tre magistrati responsabili del citato abominio giuridico , tutto il tribunale di Pordenone. 

E’ evidente che in queste condizioni la legalità appare sepolta, come pure ogni forma  e sostanza di giusto processo.

Si aggiunga anche che, se pure il giudice del dibattimento è coinvolto nelle  argomentazioni  non conformi a legalità con ordinanze o decisioni che le confermino, il sospetto di incompatibilità ambientale  e di mancanza di presupposti per un giusto processo appare più che legittimo e fondato.

Come si è visto, questa situazione  rende del tutto inidoneo il tribunale di Pordenone, alla sua funzione giudicante, in quanto è venuto meno il principio della terzietà del giudice e il diritto ad essere processati da un giudice terzo ed imparziale.

Giammai un siffatto tribunale potrà poi esprimersi imparzialmente nei confronti di un imputato che ha illegittimamente gettato sul lastrico con l’ indecente sequestro in oggetto  : se avesse poi ad assolverlo, chi potrà esimere siffatti giudici dal risarcire poi i danni per ingiusta detenzione ?

Mors tua, vita mea : è un brutale principio a cui l’ ordine giudiziario e fin troppo sensibile, tanto che la stessa Unione Europea ha più volte ( inutilmente ) caldeggiato la applicazione anche in Italia di una legge severa e non burlesca sulla responsabilità civile dei magistrati.

Alla luce di un tanto, chi garantisce che siffatti magistrati non abbiano la forte tentazione di condannare un imputato innocente, al solo fine evidente e macroscopico di ridurre e/o annichilire la propria responsabilità civile e morale nei confronti dello stesso, per i fatti qui denunziati ?

E’ evidente che un giudice si trovi nel conflitto di interessi qui rappresentato ( “ o condanno l’ imputato o gli risarcisco i danni che gli ho cagionato” ) non potrà che optare per la soluzione più comoda per i suoi interessi personali.

Con buona pace di ogni principio di terzietà e di giusto processo.




Non è mai giusto un processo in cui il giudice è anche debitore della persona che lo deve giudicare. E, per di più, debitore proprio per danni cagionati alla vittima messa alla sua mercè nell’ ambito dello stesso processo in cui è “ giudice”.

Tutto ciò premesso e documentato, il sottoscritto svolge
richiesta di rimessione

ad altro tribunale, di altro distretto giudiziario, del presente procedimento penale.

Avvocato Edoardo Longo


338.1637425


NOTE




[2] Il Memoriale era presente in rete fino a qualche tempo fa, poi venne tolto per aggiornamento. Sarà ripubblicato a breve. E’ possibile comunque ancora leggere l’ eccezione di incompetenza territoriale che è stata sviluppata nel processo. Vedasi questo link : http://edoardolongo.blogspot.it/2011/09/tribunale-di-pordenone-nuova-eccezione.html ( Redazione Dissonanze ) .

[3] Tale sentenza, visto il suo interesse generale, verrà a breve pubblicata integralmente sul blog DISSONANZE ( Redazione di Dissonanze ).

[4] Sugli ambigui e illegittimi rapporti esistenti fra codesto ordine degradato e l’ autorità giudiziaria della sfortunata città di Pordenone, leggasi il libro- documento dell’ avvocato Edoardo Longo dal titolo “ Uno scandalo italiano”, edito da Lanterna e la cui pagina ufficiale è la seguente : http://www.lulu.com/shop/edoardo-longo/uno-scandalo-italiano/paperback/product-22102976.html  ( Redazione di Dissonanze).

[5] Bontà loro nel riconoscerlo : se non glielo avesse detto la cassazione costoro menerebbero ancora vanto della loro aberrazione…

[6] Quella IMPOSTAGLI dalla Suprema Corte.