giovedì 30 ottobre 2014

ISLANDA : QUANDO IL POPOLO E' UNITO CONTRO I BANCHIERI


di: Anonimo Pontino.

L'Islanda è un'isola di sole di 320mila persone spalmata su un territorio vasto 100.000 chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia.

Nel 2003 tutte le banche del paese erano state PRIVATIZZATE COMPLETAMENTE. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Nel 2003 il debito estero delle banche private islandesi che avevano spinto una forte finanziarizzazione dell’economia era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento.

Poi tutto è finito di colpo.

È bastato che i mercati finanziari globali si contraessero in seguito alla crisi dei mutui subprime statunitensi perché le tre principali banche del paese  crollassero nel giro di pochi giorni. il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Fu uno shock per gli islandesi, che si ritrovarono di colpo sommersi di debiti, senza sapere cosa fosse successo né come.

Il Primo Ministro Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha affermato che quando avvenne il crack, “gli utili delle banche sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”.

Per i cittadini d'Islanda era decisamente TROPPO.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese.



Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese.





giovedì 23 ottobre 2014

PIZZINI, ESTORSIONI DI STATO, EQUITALIA E MALAGIUSTIZIA ITALIANA


Di : avvocato Edoardo Longo

Il giorno 28 ottobre prossimo il Giudice delle Indagini Preliminari del tribunale di Pordenone si troverà a dirimere una interessante questione che vede, ancora una volta, sul banco degli imputati EQUITALIA SPA, la pregiata ditta di estorsioni e strangolamenti dello Stato italiano.

Dire “ sul banco degli imputati” è una espressione grossa, perché il pubblico ministero ha fatto di tutto – possiamo dire anche “ carte false” trattandosi di un pubblico ministero “ ? – per archiviare le denunce del querelante, vittima di una delle solite operazioni truffaldine di Equitalia spa …

I fatti “non paiono avere rilevanza penale” scrive ipocritamente il pubblico ministero nella sua richiesta di archiviazione, ma …. Come direbbe Galileo, eppur ce l’ hanno, la rilevanza…..

Tant’ è vero che lo stesso Giudice delle Indagini Preliminari ha rifiutato l’ archiviazione al pubblico ministero e ha fissato udienza . Nei confronti di chi ?

E qui abbiamo il primo sconcerto .. nei confronti di NESSUNO, poichè il PM, nella sua foga di proteggere la SPA delle estorsioni di Stato, non ha voluto neanche verificare chi fosse il responsabile territoriale di Equitalia spa…. Guai a iscrivere nelle notizie di reato un siffatto utile servitore dello Stato !

Contro un fantasma si avvia quindi ad essere celebrata l’ udienza. La giustizia italiana non finirà mai di stupirci e, in particolare, di fornire elementi per la commedia dell’ assurdo….

A questo punto è opportuno vedere da vicino quali sono le accuse penali mosse ad Estorsioni SPA, che hanno pure smosso la proverbiale inerzia dei giudici di fronte alle richieste di archiviazione.

Il nome del denunciante – ennesima vittima del sistema giugulatorio della Agenzia di Stato – verrà taciuto per ovvie ragioni di privacy.

Il fatto è presto detto.

Questo cittadino aveva un debito verso l’ amministrazione dello Stato. Per essere più precisi, un debito per ammende, che sono le sanzioni che i tribunali affibbiano ai cittadini che ne contestano la legittimità a il diritto di giurisdizione in vari processi, nei quali non sono ritenuti imparziali. I cittadini hanno pieno diritto di contestare nelle forme di legge i tribunali che non siano giudici terzi ed imparziali ( nel caso di specie il tribunale di Pordenone ) , perché lo prevede la legge e la Costituzione che si fa garante ( poco rispettata dalla casta dei Signori degli Ermellini..) del diritto al giusto processo.

Ma i cittadini che contestano la legittimità di molti processi farsa ed ingiusti, agiscono sì secondo un loro diritto, ma la Casta in Toga si vendica…. Le loro istanze vengono brutalmente respinte come “ inammissibili “ ( anche se magari si articolano in cinquanta pagine di argomentazioni e documenti pesanti ) e il cittadino punito per tanto ardire con la inflizioni di pesanti ammende..

Così è stato nel caso di specie : pesanti ammende ad un cittadino incensurato  che si era rivolto alla giustizia per contestare la faziosità conclamata di giudici e tribunale e poi il medesimo tribunale, con una faccia realmente bronzea, passa la “ pratica esattiva “ ad Equitalia perché, oltre a quanto già fatto con le proprie amorevoli grinfie di giudici , proceda ad estorcere il malcapitato ( innocente) fino al suo sfinimento.

Immorale, vero ?  Non vi ricorda forse la giustizia di Pinocchio  ?




Ma non è tutto.

Visto l ‘ alto esempio giudiziario di truffaldineria ed immoralità, Equitalia spa ci mette del suo….. perché tirarsi indietro da qualche bella truffa ed estorsione ? Non sia mai ! Mica ci chiamiamo Equitalia spa per niente !

Detto fatto.

Equitalia sa che il malcapitato gettato fra le sue fauci ha dei crediti da lavoro che deve riscuotere da anni dalla Corte di Appello di Trieste. Decide di gettarsi a corpo morto e fauci spalancate su di essi…

Ma se il malcapitato cittadino intervenisse ? Nessun problema ! Basta pignorargli gli stipendi presso la Corte di Appello … senza avvertirlo ! è e giù pure di aggi, prebende, interessi da capogiro…]

E così fa. Pignora i soldi del malcapitato presso l’ ufficio erariale della Corte senza in alcun modo notificare il pignoramento al malcapitato…. Eh già … “ occhio non vede , cuore non duole”…

E così i due Soci in affari, equitalia e tribunale di Pordenone, fanno un grasso, grasso bottino..

Naturalmente, nessuno dei cancellieri della Corte di Appello di Trieste si è dato pena di accorgersi che quel pignoramento era nullo, perché non era stato notificato al cittadino….

Poichè però i due soci ( Equitalia e tribunale di Pordenone) , visto il successo della loro nobile impresa, tendevano ad allargarsi, il cittadino torchiato chiese di avere copia dell’ atto di pignoramento che non gli era stato mai notificato, per vedere a quali cartelle si riferiva…. Aveva il fondatissimo sospetto che la Premiata Ditta si sarebbe gettata a capofitto a chiedergli un secondo ( o terzo) pagamento della somma che si erano già ingurgitati e di cui ancora non si erano leccati i baffi…

Inutilmente il cittadino malcapitato chiese copia dell’ atto nascostogli e delle cartelle esattoriali cui si riferiva. Lo chiese una volta. Due volte. Tre volte.

 Equitalia faceva finta di non conoscerlo ( !!!) e gli chiese anche di qualificarsi inviando un documento di identità. Eppure il profumo dei suoi stipendi lo conoscevano benissimo……..

Finchè giungiamo ai giorni attuali, in cui la denunce del cittadino che un pubblico ministero compiacente con Equitalia spa stava per archiviare, per opposizione di un giudice, vengono portate avanti ad una udienza preliminare.

Giustizia in arrivo ?

Abbiamo qualche perplessità, purtroppo.

Non che il cittadino strangolato abbia torto, anzi. Anche recentemente la Corte di Cassazione ha stabilito che Equitalia non può omettere di consegnare al contribuente le cartelle esattoriali richieste. Non solo : deve consegnare anche i titoli esecutivi stessi, i famigerati ruoli e non in copia informatica ( che equivale alla carta igienica), ma in originale, così come pervenuti dall’ ufficio di stato che ha richiesto l’ intervento di Equitalia. Pena la nullità del tutto.

Negare questo diritto equivale ad una truffa e a un atto di abuso d’ ufficio da parte dello Stato, nonché una violazione al diritto di accesso agli atti di una procedura e, in ultima analisi, al diritto alla difesa.

In sostanza non siamo sudditi dello stato, ma cittadini aventi dei diritti.

Tutto bene, quindi ? Neanche per idea… purtroppo la Corte di Cassazione sta a Roma, ma sul territorio spadroneggiano i giudici delle corti basse. Che fanno quello che gli pare. Tanto non pagano dazio. Non esiste responsabilità per i giudici.

E noi abbiamo molte perplessità che al cittadino venga resa giustizia e disposto il rinvio a giudizio del misterioso e non identificato responsabile di Equitalia , autore di questa bella operazione….

Guardate che bel pizzino giudiziario abbiano trovato negli atti del fascicolo. Si tratta di un foglietto, tipo post-it, scritto a mano ( da chi ?) e non costituente atto processuale, neppure elencato nell' indice degli atti, ma molto significativo. Insomma : un vero e proprio pizzino  :


Vi è scritto : “ acquisire da Equitalia copia notificata della cartella e accertare la prassi in casi simili e lo stato della procedura”.

Chi lo ha scritto ? Cosa significa in lingua italiana ? Significa che il Giudice che si è opposto alla archiviazione non crede che l’ atto contestato non sia stato notificato al debitore. ( e questo già fa capire da che parte penda il suo giudizio ).

Significa che intende chiudere la vertenza sulla base della prassi documentatagli da Equitalia stessa, l’ indagata ( mica da un ente imparziale…noooo….) . Mica intende decidere sulla base della legge, che impone a Equitalia il dovere di consegnare gli atti esecutivi, più volte e più volte inutilmente richiesti dal malcapitato : noooo.. basta che Equitalia mandi un bel pizzino dove dice : “noi siamo abituati a non consegnare un bel niente ai contribuenti, che sono solo dei delinquenti, evasori,  farabutti “, che il giudice la avvallerà, alla faccia della Corte di Cassazione e delle leggi dello Stato. E la denunce saranno archiviate.

E al malcapitato, come al Pinocchio del Collodi, non saranno neanche consegnati i documenti richiesti, che non sono l’ atto di pignoramento che il malcapitato già possiede….

Ma qualcuno potrebbe chiedersi : “ perché il giudice, allora, se aveva intenzione di avvallare la archiviazione indecente della querela, si è opposto a farlo quando richiesto dal pubblico  ministero ? Perché aprire un processo farsa ?

Nonostante la nostra lunga esperienza di mala giustizia non siano in grado di dare una risposta.

Forse la risposta potrebbe venire sapendo cosa sia successo dal momento in cui il giudice, correttamente , si è opposto alla archiviazione e ha fissato udienza, e al momento, evidentemente e logicamente successivo, in cui qualcuno – forse non lo stesso giudice – ha messo nel fascicolo il pizzino che abbiamo letto e che appare proprio come un foglio d’ ordini al GIP per turare la falla della fissazione della udienza e provvedere ad archiviare, di fatto facendo preparare a Equitalia stessa la motivazione dell’archiviazione !

Il senso di questo pizzino è solo questo : è la traccia di una archiviazione delegata ad Equitalia – l’ imputata – basata su una autogiustificazione redatta dalla stessa ( la prassi , contrapposta alla legge ) .

Se poi qualcuno andasse a ricordare in un orecchio al giudice che i soldi recuperati con inganno da Equitalia sono soldi che finiranno nelle casseforti del tribunale di Pordenone…….. pensate che il giudice possa rimanere sordo a questa allettante argomentazione giuridica ?

Informeremo i nostri Lettori di come andrà a finire. Si accettano scommesse. Io punto sulla archiviazione : 1000 a 1.

In fondo, chi punterebbe sulla legalità, oggi, in ITALIA ?
Avvocato Edoardo Longo
338.1637425


martedì 21 ottobre 2014

RITORNA L' " ANONIMA ESTORSIONI" !

Ritornano sul web gli articoli già pubblicati sul vecchio blog ed anticipazione dei capitoli dell’ attesissimo libro “ Anonima estorsioni. La verità sulle cricche forensi”.
Potete trovare fra i post pubblicati qui sotto le  anticipazioni di ben dodici capitoli del libro  : Si tratta dei vecchi articoli pubblicati con grande interesse dei Lettori sulla vecchia piattaforma e qui ripubblicati – visto che il vecchio blog  è chiuso – in formato pdf  con la stessa veste grafica. Inoltre, troverete anche altri articoli che non erano mai spariti deal web nonostante la chiusura del vecchio sito.

La sezione di questo sito dove troverete questi articoli, è la seguente:
http://edoardolongo.blogspot.it/search/label/Anonima%20Estorsioni
Tutti questi scritti sono anche pubblicati nella pagina facebook dedicata a questo libro in lavorazione e che potrete trovare al seguente link :


Molti altri capitoli sono in lavorazione e forse ne anticiperemo ancora qualcuno : si tratta di altre dichiarazioni testimoniali autentiche di avvocati vittime delle prevaricazioni corporative delle cricche che controllano l’ avvocatura e reprimono l’ attività professionale di avvocati che “ disturbano “ gli appetiti gastrici dei comitati di affari che dominano l’ avvocatura e il mondo giudiziario stesso.
Due parole su questo libro saranno fin d’ora ben spese. Cominciamo con il dire che “ Anonima estorsioni” non è un libro contro gli avvocati, anzi. Esso è in buona sostanza composto da dichiarazioni testimoniali autentiche proprio di avvocati. Questo libro vuole colpire le cupole mafiose che dominano e controllano l’ avvocatura, rendendola un docile strumento dei poteri forti e della lobby giudiziaria.
Queste cupole sono i consigli degli ordini di categoria.
Questi organismi, costituiti durante l’ epoca fascista ( di cui tradiscono una intrinseca anticostituzionalità e tendenza corporativa ) , sopravvivono ancor oggi – con il loro arcaico bagaglio di norme irrispettose dei diritti primari dell’ individuo – perché sono un utile strumento della lobby giudiziaria e dei poteri forti per poter reprimere – attraverso un abuso sistematico dello strumento disciplinare forgiato in epoca fascista e supportato da autentici tribunali speciali quali sono quelli di categoria e attraverso la compiaciuta connivenza dell’ ambiente giudiziario più retrivo, forcaiolo ed illiberale – gli avvocati politically incorrects e sgraditi ( sovente per il loro impegno professionale non compromissorio ) alla lobby giudiziaria che adora solo gli avvocati yes – men che non disturbino i loro deliri di controllo sociale attraverso  la repressione penale incontrollata, deriva totalitaria attuale della magistratura italiana.
Nazioni estremamente civili e di lunga tradizione di rispetto dei diritti civili ( ad esempio l Inghilterra e gli Stati Uniti d’ America ) non conoscono questi fossili a mezza via fra un tribunale speciale e una caricatura – in peggio – della attuale inquisizione giudiziaria.
Come si verifica questo insieme di abusi sistematici su avvocati sgraditi al potere dominante ?
Non è difficile intuirlo.. Difficile è documentarlo, dato il sistema di ritorsione prevaricatoria di queste cupole che, non dimentichiamo, si avvalgono della compiacita solidarietà delle lobby giudiziarie più socialmente perniciose…
Leggete quindi i capitoli che andiamo pubblicando e non mancate di segnalare la loro preferenza rispetto ad altri : tali preferenze compariranno nella lista dei post più letti e saranno un utile suggerimento su  quali argomenti indirizzare la stesura dei prossimi capitoli. Come fare ? Semplice : basta cliccare sul titolo del post preferito ( è interattivo ) : ogni ' click' equivale ad una preferenza. Attualmente il post che è piaciuto di più fra quelli  di questo libro è " come si crea un falso testimone", che ha totalizzato circa 300 preferenze in due - tre giorni .  Ricordiamo che il nome della vittima di un tentativo di circuirlo per fargli dichiarare il falso - Aldo Pozzo - è l' unico nome che non è stato modificato in questi capitoli con un nome di fantasia , e la sua vicenda, al pari di tutte le altre, è rigorosamente autentica e documentata.

Segnalate anche  i link dei post più graditi ai vostri corrispondenti e nei gruppi di discussione cui siete iscritti.  Buona lettura !

venerdì 17 ottobre 2014

UN TRIBUNALE CHE NON GARANTISCE UN GIUSTO PROCESSO





 Oggetto e motivi dell' istanza di trasferimento del processo ad altra sede , diversa dal tribunale di Pordenone. 


I
 motivi dedotti a suffragio della presente istanza sono tratti dalla vicenda giudiziaria in oggetto e dalla illegittima e perdurante limitazione alla libertà personale patita dal ricorrente.

Per esporre le ragioni per le quali si chiede la celebrazione di questo processo in altra sede, ritenuta idonea a soddisfare le garanzie di giusto processo e terzietà del giudice, si prenderanno le mosse dall’ ultima ordinanza di diniego alla revoca della custodia cautelare domiciliare emessa da questo tribunale – in ossequio ad una deprecabile giurisprudenza casereccia – e impugnata avanti al tribunale distrettuale della libertà .

Il tribunale della Libertà, accogliendo il ricorso del sottoscritto, ha annullato la impugnata decisione, concordando sulle preoccupate argomentazioni del difensore in materia di legalità a rischio .

I due ricorrenti – il sottoscritto e altro coimputato - avevano impugnato una ordinanza emessa dal tribunale di Pordenone che, nonostante una interminabile detenzione domiciliare degli stessi, senza prove d’ accusa, respingeva una richiesta, dopo oltre un anno , di revoca degli arresti domiciliari. Il Giudice del tribunale di Pordenone motivava la sua decisione sostenendo la aberrante ed allucinata tesi della inutilità ed irrilevanza della sofferta misura cautelare detentiva, ai fini di una revoca della stessa.

L’ avvocato Longo impugnava questa ordinanza avanti al tribunale della Libertà che accoglieva il ricorso e rimetteva in libertà i due ricorrenti. La motivazione è a tutt’ oggi riservata, ma merita una ampia segnalazione perché ha caducato una ambigua giurisprudenza invocata pretestuosamente da molti tribunali poco rispettosi dei diritti di libertà , fra i quali primeggia ( purtroppo ) il tribunale di Pordenone.

Per il tribunale della Libertà di Trieste non è quindi  vero – come millantava il tribunale di Pordenone con un genere di ordinanze- fotocopia invalse in questa sede giudiziaria - che la difesa non abbia evidenziato motivi obiettivi fondati la richiesta e successivi alla prima determinazione della misura in essere : essi sono invece il decorso del tempo, la buona condotta tenuta dagli  imputati.

Tutte queste, oltre ad una doverosa ri-valutazione – dopo oltre un anno di domiciliari - della scarsa incisività del quadro accusatorio già svolta dal tribunale distrettuale della libertà con la ordinanza con cui aveva modificato la misura della custodia detentiva con quella degli arresti domiciliari, sono circostanze che hanno un certo pregio, nonostante la discutibile giurisprudenza contraria cui si richiama il Giudice , in modo per inciso acritico e non motivato.

Una giurisprudenza contraria ai principi di legalità.

Il punto di doglianza fondante si appunta , proprio, sulla genericità del richiamo a questa discutibile giurisprudenza, che qui si intende per varie ragioni confutare.
La tesi della inutilità della sofferta misura detentiva ai fini della revisione della presunta “ pericolosità “ alla radice di siffatte misure, è alquanto discutibile e così come concepita ed applicata cozza contro i fondanti principi del giusto processo.


Una acritica recezione di detta giurisprudenza – applicata in genere fuori di misura anche  dalla sede giudiziaria di Pordenone – è, a ben vedere, la causa principale di quella aberrante situazione che ha additato il nostro Paese , a livello internazionale e comunitario, come nazione incivile e che applica in modo illegittimo ed abnorme l’ istituto della custodia cautelare e sul cui abuso più e più volte lo stesso presidente della repubblica, come capo della magistratura e garante della legalità , si è più volte soffermato.


Le distorsioni del sistema giudiziario e le involuzione illiberali non nascono dal nulla , ma derivano da errate ed aberranti applicazioni di principi giuridici e nel caso di specie è evidente fuor di misura che la errata giurisprudenza richiamata nella impugnata ordinanza è la causa principale del notorio abuso della custodia cautelare in Italia.

Le distorsioni del sistema giudiziario e le involuzione illiberali non nascono dal nulla , ma derivano da errate ed aberranti applicazioni di principi giuridici e nel caso di specie è evidente fuor di misura che la errata giurisprudenza richiamata nella impugnata ordinanza è la causa principale del notorio abuso della custodia cautelare in Italia.

Violazione del principio di legalità e di gradualità.

Prima di tutto, un tanto vanifica il concetto normativo del minimo e del massimo di applicazione di una misura cautelare.

Di fatto, tale interpretazione svuota di senso tale previsione normativa, perché di fatto appiattisce sul massimo previsto ogni forma di misura cautelare.

Così facendo, il giudice finisce con l’ emettere un giudizio “ prognostico “ ( e come tale opinabile e variabile ) una sola volta, all’ inizio della sanzione, rendendo vano il decorso del tempo e il suo rapportarsi ad una graduazione della misura, prevista dall’ ordinamento stesso.

E’ evidente, quindi, che tale acefala giurisprudenza va contro il principio equilibratore della gradualità, cardine fondante di ogni misura limitatrice della libertà personale.

Tale principio si esplica non solo ab origine nella scelta graduale della misura coercitiva, ma anche durante la fase della esecuzione della stessa, in virtù proprio della previsione normativa di un minimo e di un massimo della misura, entro i cui poli deve essere nel concreto graduata la misura.

E’ fatto obbligo al giudice ri – valutare la sanzione inizialmente irrogata, perché il fattore tempo – con la scansione dei fatti che porta ineluttabilmente con sé, è previsto come rilevante dalla norma proprio per la sua intrinseca previsione di fasce oscillanti di durata.

Violazione della presunzione di innocenza e anticipazione illegale di condanna.

Il criterio – scriteriato , nel senso etimologico del termine, perché proprio non ancorato a dei presupposti logico giuridici, come richiesto viceversa dal ricorso del sottoscritto – qui impugnato, viola anche contro il principio di legalità, in quanto, di fatto, appiattisce la misura cautelare personale, delicata ed opinabile, in quanto agganciata a criteri meramente prognostici al concetto di pena definitiva, giudicata, immodificabile, irreversibile.

Il che è raccapricciante : di fatto, un cittadino, ancora non giudicato e non colpevole anche formalmente , viene sottoposto ad una misura cautelare ( che concettualmente è appunto il contrario logico di una pena detentiva, ma è una valutazione ipotetica in cui la prudenza a favore della sicurezza sociale non può essere disgiunta dalla prudenza nella coercizione della libertà di un cittadino che non è ancora stato giudicato ) che, una volta applicata, rimane costante fino al suo spirare massimo, il che parifica una “ ordinanza “ in materia di libertà personale – opinabile e rivedibile – al concetto di sentenza passata in giudicato.  Liberando così il giudice dal dovere morale e giuridico di valutare se, dopo un anno di tempo, come nel caso di specie, siano maturati fatti – come il decorso non problematico della esecuzione della misura – atti ad affievolire la prognosi nefasta cogitata all’ inizio.


Una giurisprudenza che istiga a delinquere = violazione al principio di proporzionalità.

Raccapricciante è anche il fatto che non si considerino i fatti addotti dalla difesa come meritevoli di affievolimento/revoca della misura rilevanti e degni di considerazione :  Come si può pensare di valutare un affievolimento di “ pericolosità “ , quando il soggetto in verifica trovasi in misura cautelare , se non attraverso una valutazione della sua condotta ?

Ma allora, se una persona si comporta bene, non viola gli obblighi, patisce una custodia domiciliare interminabile per un fatto di accusa tutto sommato ( come dice il tribunale della Libertà ) non grave ai fini del calcolo di una pericolosità trattandosi di fatto non reiterato , ma ad evento unico, di scarsa fondatezza probatoria, con un imputato che non ha un quadro penale antecedente  , dovrà stare agli arresti fino alla scadenza del massimo edittale, come se la sua condotta fosse quella di un colpevole che ha violato i doveri imposti dalla custodia ?

Perché questo è l’ esito aberrante di tale tesi : se una persona rispetta gli obblighi della custodia, magari anche lavorando correttamente senza violarli, dovrà scontare fino la massimo previsto la custodia, e se invece, viola gli obblighi della stessa…. Sarà trattato alla stessa guisa, poichè più del massimo non potrà scontare..

Si vede quindi che questa tesi è aberrante, perché viola il principio di legalità e di proporzionalità, parificando tutte le condotte a quelle criminali .

Questa tesi è stata ampiamente criticata e respinta dal medesimo tribunale della Libertà che ha annullato la misura in atto disposta dal tribunale di Pordenone.

Purtroppo questo genere di giurisprudenza aberrante ha trovato da molti anni sistematica ed acritica applicazione presso il tribunale di Pordenone, in quanto  si ha ragione di ritenere essere stata letteralmente imposta a tutti i giudici penali  della relativa sezione penale. Non è possibile, infatti, che tutti giudici di questo tribunale, di fronte a svariati e diversi casi al loro esame, emettano sempre questo genere di ordinanze monolitiche, esponendo sempre i soliti discutibilissimi ed illegittimi concetti, senza varianti alcune, neanche sintattiche o concettuali.


Come si è visto, è una giurisprudenza illegale,  che rende del tutto inidoneo il tribunale di Pordenone, alla sua funzione giudicante, a giudicare di imputati che ha già gettato ai ceppi in via indeterminata ed illegittima in forma cautelare : in realtà, in questo modo il tribunale che opera così  finisce  sempre con il pronunciarsi, anticipatamente ad ogni giudizio, con un giudizio preventivo di condanna nei confronti degli imputati, chiunque siano, e ciò con buona pace del principio della presunzione di innocenza, di terzietà del giudice e di giusto processo.

E questo corollario che discende dalla applicazione scriteriata a tempo indeterminato delle sanzioni cautelari di ambito detentivo è evidente ed intuibile : giammai un siffatto tribunale potrà poi esprimersi imparzialmente nei confronti di questi imputati illegalmente privati della libertà a tempo indeterminato, per una ovvia ragione : se avesse poi ad assolverli, chi potrà esimere siffatti giudici dal risarcire poi i danni per ingiusta detenzione ?
E’ evidente quindi che il primo strappo alla legalità attraverso un abuso indiscriminato della carcerazione cautelare, porta con sé altri abusi, fra cui quello del capovolgimento del principio di innocenza che viene trasformato in un principio di condanna fatale dell’ imputato , onde allontanare dall’ ordine giudiziario il rischio che, mediante assoluzioni in primo grado, possa aprirsi il pericolo di dover risarcire detti imputati per la ingiusta detenzione.

Concettualmente e nella prassi di questo tribunale, la misura cautelare, lungi da essere considerata nei limiti di legalità imposti dalla legge e  non  rispettati, diviene così null’ altro che una sorta di anticipazione della esecuzione di una condanna penale, che, lungi da ogni criterio di legalità, viene già scritta in anticipo.
La logica (? ) di questo genere di applicazione illegittima dell’ istituto è quella di bypassare ogni norma processuale e sostanziale [1] a favore dell’ imputato e di rendere esecutiva subito una condanna  penale già scritta e senza attendere i tre gradi di giudizio previsti dalla legge.

Insomma : come gli sceriffi del far – West e con buona pace dello stato di legalità repubblicana.

Questo genere di prassi illegittima funziona solo come deterrente o per assumersi responsabilità penali che l’ imputato non ha – come nel caso di specie – facendogli credere con la coazione di una carcere “ preventivo” lungo ed illegale che così almeno risparmia un po’ di pena finale ineludibile, oppure per coartarlo a  chiamate di correità infondate e coercitive, come acutamente sottolineato dallo stesso tribunale della libertà di Trieste nella citata ordinanza.

In ogni caso, è evidente che la legalità appare sepolta, come pure ogni forma  e sostanza di giusto processo.
Si aggiunga anche che, se pure il giudice del dibattimento è coinvolto in queste argomentazioni non conformi a legalità con ordinanze o decisioni che le confermino, il sospetto di incompatibilità ambientale  e di mancanza di presupposti per un giusto processo appare più che legittimo e fondato.

Del resto, se ad assolvere  imputati vittime di questa prassi giudiziaria illegittima  fosse un giudice territoriale di primo grado, si verrebbe ad incrinare la stessa prassi monolitica dell’ abuso della carcerazione preventiva, invalsa monoliticamente da anni e anni anche presso il tribunale penale di Pordenone.

L’ ipotesi, quindi, di una sentenza di primo grado che non sia condizionata in termini accusatori e colpevolisti, appare quindi altamente improbabile e chimerico, alla luce delle argomentazioni dianzi svolte.

P
er questa ragione, il sottoscritto ricorrente, che è stato vittima di questa mala prassi giudiziaria, ritiene a buon diritto che, in ogni caso, avanti a qualsivoglia giudice di questa piccola realtà giudiziaria, verrebbe al sottoscritto precluso quel giusto processo con giudice terzo che è imposto dalla Costituzione.

Non v’ alternativa, per il rispetto della legalità, che lo spostamento di questo processo ad altra sede giudiziaria, ove non possa riproporsi quel corto circuito di  consuetudini giudiziarie  non legittime  che nuocciono alla serenità del giudizio.

Vi è anche un altro motivo  che rende fondata questa istanza ed è stato sviscerato perfettamente dalle premesse del tribunale della Libertà nella citata ordinanza di annullamento.

Il punto riguarda la circostanza della anomala durata – oltre un anno – della misura cautelare domiciliare e una stranissima scansione di eventi  giudiziari che , di fatto, hanno bypassato la scadenza dei sei mesi di durata, trasformandola di fatto in eterna .

Ma leggiamo come illustra questa strana ( casuale o causale ? ) anomalia il tribunale della Libertà :



In altre parole, alle soglie della scadenza della misura, anziché disporre l’ udienza preliminare dovuta ex lege, la procura ha disposto citazione diretta in tribunale, evitando così il venir meno della misura.

All’ udienza poi, nessuno ( né gli avvocati, né il pubblico ministero, né il medesimo Giudice ) si è accorto che il decreto di citazione era nullo perché aveva bypassato l’ udienza preliminare.

Si è svolto invece un certo pressing per spingere gli imputati ad accedere a riti alternativi, con conseguente venir meno della esperibilità di detta eccezione di nullità e con la conseguenziale sanatoria della stessa.

E con il reiterarsi, ad infinito, di altri sei mesi di carcerazione domiciliare….
.
E’ chiaro che anche questa anomalia, di cui è difficile trovare spiegazione, motiva ampiamente la richiesta di trasferimento del processo ad altra sede non incompatibile ed in grado di garantire un giusto processo.


Tutto ciò esposto, considerato ed eccepito si formula

richiesta di rimessione



ad altro distretto giudiziario ex art. 11 cpp  del presente  procedimento per le ragioni qui ampiamente illustrate.  Con declaratoria di nullità di tutti gli atti processuali emessi dal tribunale di Pordenone e susseguenti alla citazione diretta emessa illegittimamente dal pubblico ministero, e relativa remissione in termini del ricorrente ad ogni attività difensiva preclusasi nell’ ambito della pregressa fase.


Si chiede la immediata trasmissione della presente istanza alla Suprema Corte di Cassazione, come previsto dalla legge , e sotto pena di nullità della emananda sentenza.


Il sottoscritto ……………………………………………..nomina l’ avvocato Edoardo Longo anche difensore presso il sub procedimento di remissione avanti alla Corte di Cassazione attivato con la presente istanza , conferendo al difensore ogni più ampia potestà difensiva ed incaricandolo anche dell’ inoltro formale del presente atto di remissione.


Pordenone, 05/09/2014

In fede,  sottoscrive il sig…………………………………



[ Si ritiene di un qualche interesse giuridico la pubblicazione di questo ricorso alla Suprema Corte di Cassazione per i temi giuridici che in esso sono dibattuti, di estrema attualità. Per intuibili ragioni di privacy sono omessi i nomi dei ricorrenti ed altri dati ].


BIBLIOGRAFIA SULL’ ARGOMENTO :




STUDIO LEGALE LONGO


longolegal@libero.it 

338.1637425





[1] Fra cui quella che impone l’ assoluzione in caso di mancanza di una prova convincente di accusa, come nel caso di specie e come sottolineato dallo stesso tribunale della libertà di Trieste in varie circostanze .