venerdì 30 maggio 2014

BANKITALIA : IL MOSTRO CHE RUBA AGLI ITALIANI PER DARE ALLE BANCHE

Di Reporter

Bankitalia : Una SPA atipica?
Basterebbe leggere lo statuto e avere qualche nozione di diritto privato per comprendere che la Banca d’Italia non è una S.p.A. e nulla le conferisce lo status di istituto privato. L’art. 1 dello Statuto recita “La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico”. Qualora non bastasse, e sicuramente a qualcuno non basta, si può leggere all’art. 2 che la banca d’Italia e i componenti dei suoi organi […] non possono sollecitare o accettare istruzioni da altri soggetti pubblici e privati; assolve compiti ad essa attribuiti dalla legge (art. 2, comma 5); il capitale è rappresentato da quote partecipative (non da azioni ndr.) il cui valore nominale è indicato dalla legge (art. 3, comma 1); le quote di partecipazione possono appartenere esclusivamente ai soggetti indicati dalla legge (art. 3, comma 3).
Ci troviamo insomma davanti ad un istituto a cui norme fondamentali del diritto societario (poteri dei soci, attribuzioni agli organi sociali, valore nominale delle azioni, alienabilità delle azioni) non si applicano.
In una società per azioni la nomina degli amministratori è prerogativa dell’assemblea, mentre nel caso della Banca d’Italia il Governatore è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del consiglio dei ministri, sentito il Consiglio Superiore. Ancora più cogente è il disposto dell’art. 6, comma 2 il quale stabilisce che l’Assemblea non ha alcuna ingerenza nelle materie relative all’esercizio delle funzioni  stabilite dal Trattato, dallo Statuto, dalla normativa dell’Unione Europea e dalla legge.
Circa il secondo punto, la cui discussione a questo punto dovrebbe apparire pleonastica a qualunque persona sana di mente, c’è da dire che la Legge Amato 218/1990 e la successiva legge Ciampi 461/1998 hanno effettivamente stabilito lo status di enti di diritto privato, ma sappiamo che i conferenti, ovvero le fondazioni bancarie, sono spesso emanazione di amministrazioni locali e quindi di partiti politici. In base a questa equazione, visti i disastri economici perpetrati dalla politica, dovremmo essere noi che siamo a favore della proprietà privata a richiedere con forza la statalizzazione (vera) delle fondazioni. Ovviamente ce ne guardiamo bene,  ma il gusto del paradosso talvolta ci fa proferire anche simili oscenità.
Resta un ultimo nodo da sciogliere, ovvero quello relativo alla remunerazione del capitale conferito. Lo Statuto entrato in vigore nel dicembre scorso stabilisce che il Consiglio Superiore delibera la ripartizione dell’utile netto:
•Riserva ordinaria fino al 20%
•Partecipanti fino al 6% del capitale
•Riserva straordinaria fino al 20%
•Allo Stato per l’ammontare residuo
 Affrontiamo ora  un tema più complicato e meno dibattuto che però ha implicazioni decisamente serie sulla politica economica, che come vedremo sono affatto piacevoli: la recente rivalutazione del capitale.
Abbiamo provato a mettere un punto sulla questione relativa allo status pubblico della Banca d’Italia. Adesso però tocca affrontare contenuti e conseguenze del decreto legge 133 del 30 novembre 2013 con cui si autorizza la Banca d’Italia ad aumentare il proprio capitale.
Il capitale sociale di Bankitalia era fermo al lontano 1893, ossia 300 milioni di lire, allorquando “per grazia di Dio e per volontà della nazione” il re Umberto I promulgò la legge con la quale la Banca nazionale del regno d’Italia, la banca nazionale toscana e la banca toscana di credito si fusero e diedero  vita al nuovo Istituto di emissione. Nello sport si dice “squadra che vince non si cambia” ma da quel lontano giorno qualche cosa deve essere pur cambiato,  se è vero che nel mezzo ci sono state DUE  guerre mondiali , un boom economico, una crisi petrolifera e l’ apparire del  mostro della Eurodittatura,  figlia illegittima della dittatura sovietica, di cui, crescendo, assume sempre più i tratti….
Ad ogni modo, la necessità di una rivalutazione del capitale del più importante istituto bancario nazionale forse non era tanto peregrina. Quello che lascia perplessi e impone delle domande sono  modi e contenuti con cui si arriva alla norma attuale. Nel  decreto del Presidente della Repubblica (sembra un caso che qualcuno lo chiami Re Giorgio), si stabilisce una rivalutazione del capitale sociale a 7.500.000.000; 48.000 volte il capitale originario. Un sito che è interessante utilizzare per chi vuole dilettarsi con serie storiche è rivaluta.it. Siamo andati a vedere qual è il valore cumulato dell’inflazione dal 1955 (primo dato disponibile) ad oggi e abbiamo calcolato se si volessero rivalutare i 300 milioni di una volta, 156.000 euro, si otterrebbe un valore di circa 425 milioni di euro. Affatto trascurabile ma ben lontano dai 7.5 miliardi di oggi.
Ma al di là dei numeri, pur divertenti, sono gli effetti del decreto che sono interessanti e degni di valutazione critica. Una rivalutazione di tale portata significa che chi partecipa al capitale della Banca d’Italia si trova da un giorno all’altro con un surplus di attività stabilite con un solo tratto di penna. Non solo, poiché il comma 5 del decreto stabilisce che ciascun partecipante non può detenere una quota superiore al 5%, chi supera tale soglia sarà “costretto” ad alienare l’eccedenza.
Attualmente le quote di partecipazione dei soci più rappresentativi sono ripartite in modo tale che    Intesa e Unicredit incasseranno rispettivamente 1.9 e 1.2 miliardi e Monte dei Paschi beneficerà di una rivalutazione netta di oltre 187 milioni !
Indubbiamente si tratta di un gradito regalo di dimensioni colossali fatto a banche e istituti finanziari.
Se fossimo avvezzi alla dietrologia non mancheremmo di sottolineare una naturale simpatia del ministro Saccomanni per il mondo che fino pochi mesi fa ha diretto in qualità di direttore generale di BANKITALIA.
Resta però un altro dubbio abbastanza inquietante che non può essere sottaciuto. Come sappiamo, dietro gli istituti di credito ci sono le fondazioni bancarie e poiché queste sono generalmente emanazione del territorio, delle amministrazioni locali e quindi dei partiti, la pioggia di denaro, pubblico, che sta per arrivare nelle casse delle controllate potrebbe essere solo un altro sgradevole tassello di quella storia tutta italiana che vede la politica sempre affamata di soldi. Il vero nodo è che i partiti politici, nelle forme più svariate e fantasiose si comportano come parassiti che attaccano l’organismo ospite fino a prosciugarlo di ogni energia. E, per inteso, fra gli organismi ci siamo anche tutti noi cittadini.
 Destinati a restare dissanguati anche degli ultimi risparmi che abbiamo…..

GALILEA : NUOVA ONDATA DI FANATISMO E VIOLENZA EBRAICI CONTRO I CRISTIANI

Centro studi Giuseppe Federici

Comunicato – Domenica 27 aprile 2014, in Galilea vi è stata un’ondata di violenze anti-cristiane e atti di vandalismo da parte di ebrei religiosi. Nella seguente dichiarazione gli Ordinari Cattolici di Terra Santa riferiscono e denunciano una preoccupante situazione

Gli Ordinari Cattolici di Terra Santa riferiscono e condannano con grande preoccupazione questi tre atti di vandalismo e di profanazione rivolti contro i cristiani in Galilea avvenuti il 27 aprile 2014 ( ..).
1) Nel luogo santo di Tabgha sul lago di Tiberiade, custodito dai padri benedettini, domenica 27 aprile 2014, verso mezzogiorno, una dozzina di giovani, tra i 13 e i 15 anni, vestiti come gli "ebrei religiosi ortodossi" e provenienti dalla "fonte di Giobbe", ha lanciato pietre con violenza contro la grande croce situata accanto all'altare e contro la croce dell'altare. Un pellegrino lituano, che pregava sul luogo, è intervenuto chiedendo «Perché?». Sono allora fuggiti spostandosi un po’ più lontano, nel luogo dove si trova una grande croce fatta di grosse pietre incastonate nel terreno. I giovani hanno sradicato due pietre per smantellare la croce e le hanno gettate violentemente in acqua. Dopo, si sono diretti ancora più in là, verso il convento delle monache benedettine. Hanno sottratto con forza la croce dell'altare e lo hanno imbrattato di fango. Hanno rovesciato banchi e sedie sulla spiaggia, dopo aver disegnato la stella di David. Prima di fuggire, i giovani hanno lanciato pietre e sputi a una donna ospitata nel convento, ingiuriandola. Don Elia, il priore della comunità, si chiede se si tratti di una «azione premeditata». Egli ha informato la polizia di Tiberiade, il Patriarcato latino di Gerusalemme e la «Società tedesca per la Terra Santa», che è proprietaria dei luoghi. Mons. Marcuzzo, Vicario patriarcale in Galilea, si è recato il lunedì mattina sui luoghi, per esprimere alla locale comunità benedettina la solidarietà del Patriarca e dell’Assemblea degli Ordinari, insieme al nostro desiderio di seguire da vicino il caso con le Autorità.
2) La stessa domenica 27 aprile, una lettera di minacce è arrivata al Vicariato patriarcale di Nazareth, firmata da un rabbino della zona. La lettera conteneva affermazioni della Torah e della tradizione halakhita: «contro il lavoro straniero in terra di Israele, che è terra santa», e «i cristiani sono lavoratori stranieri». La lettera ordina poi agli uomini della Chiesa e a tutti i cristiani di «lasciare la terra di Israele», pena gravi rappresaglie. L'ufficiale di polizia di Nazareth ha assicurato che, a seguito di un'indagine, il rabbino sospetto era stato arrestato a Safed il giorno successivo.


3) La stessa domenica 27 aprile 2014, ha avuto luogo l’assalto contro la chiesa ortodossa (scismatica, ndr) di Al-Bassah, nel nord-ovest di Israele durante un battesimo, già riportato dalla stampa locale.
I cristiani della Galilea, insieme all'Assemblea degli Ordinari, profondamente indignati per i fatti, chiedono con forza alle autorità civili e alle forze di polizia di reagire prontamente con l’arresto dei responsabili, per ristabilire il reciproco rispetto religioso.

FONTE :

giovedì 29 maggio 2014

I GRANDI PARASSITI IN AZIONE

Di Reporter

A distanza di sei anni e più dallo scoppio della crisi finanziaria internazionale, praticamente niente è stato ancora fatto per evitare che si possano ripetere, in futuro, tsunami devastanti come quello che stiamo affrontando.
Stati Uniti ed Europa hanno finto di affrontare il problema, rifiutando di imporre regole precise e omogenee sui mercati : risultati?  La giungla finanziaria, oggi, è più forte che mai. E si sa, nelle giungla regna il più forte, colui che agisce privo di vincoli. Le banche d’investimento internazionale gestiscono gli scambi, ancora, non regolamentati . E sono le stesse che, negli anni del caso Lehman Brothers , distribuivano in giro, come santi venditori , i famigerati  titoli derivati. Quei titoli, cioè, che consentono di coprire o assumere un rischio, il quale, se si diffonde esponenzialmente – com’è accaduto – e si intreccia indissolubilmente con prodotti di altri intermediari e mercati, soprattutto bancari può diventare veicolo di propagazione del rischio sistemico, causando una propria e vera infezione. Stati Uniti ed Europa sono infetti, e le rispettive autorità competenti si sono dimostrate medici inadeguati.
L’immobilismo dei governi ha fatto sì che la finanza continuasse a produrre un’enorme ricchezza di denaro virtuale, una vera e propria bolla dei derivati, che vale oggi 740 mila miliardi, 20 mila miliardi in più rispetto a quelli del 2007. Secondo Giuseppe Vegas, presidente della Consob, <<i derivati hanno prodotto un debito potenzialmente immenso, pari a dieci volte il PIL mondiale e di entità tale che nessuno sarebbe più in grado di pagare>>. Nessuno, è ovvio.    Eppure Obama, così come la Commissione Europea, ha alzato i toni più volte contro queste manovre speculative, che vedono i propri natali a Wall Street.  La legge Dodd-Frank del 2010 avrebbe dovuto andare in quella direzione: tuttavia molte nuove regole devono ancora essere scritte o approvate e resta da definire il nuovo “leverage ratio”, cioè il rapporto tra il totale delle attività rispetto al capitale azionario di una banca. La Fed, ad esempio, ha proposto il 6%, il doppio del 3% richiesto dalle regole di Basilea 3. Ma le grandi banche interessate faranno di tutto per ostacolarla.
La verità è che le banche d’investimento costituiscono una potente lobby mondiale, in grado di condizionare governi, opinione pubblica e partiti. Ma questa è storia. Come se ne esce?
Mario Draghi, a dicembre dell’anno appena passato, intervenendo all’Europarlamento si è detto <<favorevole alla separazione delle attività nelle banche>> . Buffo, detto da un ex (?) Goldman Sachs (una delle principali banche d’affari del mondo), ma da non sottovalutare.
La massima libertà delle banche, che possono decidere di ricorrere ai derivati come strumenti di copertura per la stabilità dei bilanci, si trasforma spesso e velocemente in un sofisticato strumento speculativo che consente grandi profitti in condizioni di mercato favorevole, ma devastanti perdite in caso contrario. Tutto a discapito dell’economia reale, la quale è chiamata a “toppare” le crepe del sistema finanziario. Ed oggi viviamo nel paradosso di aver sopportato, per anni, politiche recessive per devolvere la ricchezza raccolta a fronte delle perdite della speculazione.  Ancor peggio, sia la Fed che la Bce hanno adottato, seppur in misura differente, una politica monetaria espansiva, mettendo a disposizione del sistema bancario una quantità di liquidità spropositata. Il guaio, appunto, è che la liquidità venga usata dalle banche per coprire i buchi delle loro perdite (con i nostri soldi) e per giocare d’azzardo nuovamente. Il credito ad imprese e famiglie latita.
Capito ora? I soldi elargiti “gentilmente” dalle banche centrali finiscono nell’abisso che separa la grande finanza dalla gente ordinaria. Allora, ripeto la domanda: come se ne esce?
Una pianta muore se aggredita dai parassiti. E l’Italia, quanto l’Europa, quanto gli Stati Uniti, è aggredita dai parassiti della finanza internazionale. Abbiamo le mani legate, dice qualcuno. Altri sperano nella riforma del sistema bancario europeo. L’Unione Bancaria può garantire una vigilanza comune ed oggettiva, ma la vera riforma è quella della separazione tra credito produttivo e “bisca finanziaria” su modello del Glass-Steagall Act. Solo destinando risorse al settore produttivo, all’industria, si possono ricreare le condizioni di crescita. E più crescita significa più occupazione. Non è necessario essere keynesiani per comprenderlo.
Il credito serve per lo sviluppo e non per la speculazione, non possiamo più permetterci di sprecare i fondi della Bce per salvare i parassiti della finanza. Separare il produttivo dallo speculativo vuole dire, tra l’altro, cominciare a difendere e stabilizzare i bilanci pubblici. Non è questo l’obbiettivo della “pacificazione” voluta dal Presidente Napolitano?

martedì 27 maggio 2014

PALESTINA OCCUPATA / IL VILLAGGIO FANTASMA

Centro Studi Federici

Mentre scrivo sono seduto laddove un tempo sorgeva una scuola. Di quella stessa istituzione scolastica, che tutti abbiamo frequentato nella nostra infanzia, non rimane che un cartello. Mi trovo ad Iqrit, un villaggio arabo-cristiano situato a 25 chilometri da Akko (la gloriosa San Giovanni d’Acri. ndr) e raso al suolo dall’esercito israeliano nel 1951, a pochi anni di distanza dalla fondazione dello Stato di Israele. Dalla collina su cui si erge la chiesa, unico edificio “graziato” dall’esplosivo israeliano, si vede il Libano, terra verde ma rossa di sangue, analogamente a quella d’Israele. Proprio qui ad Iqrit, coloro che vi abitavano prima dello sgombero forzato e i loro discendenti, si ritrovano una volta al mese per pregare, in quanto la considerano ancora casa loro, sentono che le loro radici appartengono a questo luogo, dove un tempo c’era vita mentre oggi soltanto sassi. Grazie a loro, il cuore di questo paese  pulsa ancora e questa è una di quelle cose che nemmeno la crudeltà umana potrà mai distruggere. Il parroco di Iqrit mentre mi racconta la drammatica storia del villaggio, mi indica da un lato il confine con il Libano e dall’altro il cimitero, l’altro luogo rimasto intatto che è diventato un simbolo assai triste della loro condizione di esuli. “Possiamo tornare qui solo da morti”, mi confida sorridendo mentre i suoi occhi trasudano tristezza. Le sofferenze di questa popolazione sono state indicibili, eppure hanno avuto la forza di andare avanti, di ricostruirsi una vita altrove per assicurare un futuro ai loro figli: non dimenticano, né tantomeno si rassegnano a non veder mai applicata quella giustizia terrena che pur gli aveva dato ragione.
Mi ha colpito molto la determinazione, l’attaccamento alla terra e anche la grande dignità con cui questa gente ha affrontato uno dei drammi peggiori per una popolazione e per qualsiasi essere umano: quello di essere scacciati dalla propria casa. Persino le foto di come si presentava il villaggio prima della sua distruzione sono rare, perchè l’evacuazione è avvenuta in tempi molto rapidi e i soldati avevano assicurato loro che sarebbero potuti tornare dopo solo 15 giorni: sono passati, invece, 60 anni. Gli abitanti però, non fidandosi solo della parola degli ufficiali dell’esercito israeliano, chiesero che quel patto venisse messo per iscritto: proprio quelle carte hanno costituito una prova inequivocabile nel processo con il quale la popolazione di Iqrit chiedeva il rispetto dei propri dirittti. Nel 1951 infatti, la Corte suprema israeliana riconobbe alla popolazione di Iqrit il diritto a fare ritorno alle proprie case, dopo che, tre anni prima, erano stati scacciati per “motivi di sicurezza”. Il governo doveva quindi autorizzare gli abitanti a fare ritorno, ma decise di provvedere in altro modo, ovvero autorizzando l’esercito a radere al suolo il villaggio. Iqrit è divenuto un simbolo dei soprusi subiti dai palestinesi dal 1948 ad oggi e il cartello all’entrata del villaggio è esemplificativo in questo senso: “Benvenuti a Iqrit, giustizia per Iqrit”. Non vogliono dimenticare, chiedono soltanto giustizia per quello che gli è stato fatto. E io sono con loro.
Fonte:
Iqrit, il villaggio fantasma :

venerdì 23 maggio 2014

STOP ALLE ESTORSIONI DI MASSA DI EQUITALIA ?


Diritto di accesso: l’interesse del cittadino non può essere mai messo in discussione da Equitalia.

Non possono esservi restrizioni, da parte di Equitalia, all’eventuale richiesta di accesso agli atti amministrativi avanzata dal contribuente.

Con una importantissima sentenza, il Consiglio di Stato [1] ha appena chiarito due aspetti fondamentali che risulteranno utili nell’ipotesi in cui il cittadino voglia visionare le “carte” in possesso dell’Agente di riscossione.

La prima questione riguarda i presupposti per poter esercitare il predetto diritto di accesso. Se con le pubbliche amministrazioni il contribuente ha facoltà di visionare gli atti che lo riguardino a condizione, però, che abbia un effettivo interesse, al contrario, nel caso di atti fiscali e di pretese da parte di Equitalia, l’interesse si presume sempre sussistente. In pratica, per legge, il richiedente ha sempre diritto a visionare i documenti, dietro semplice richiesta. Egli non ha, insomma, bisogno di dimostrare di avere alcun interesse concreto quando la pretesa lo investa personalmente. E ciò perché Equitalia ha un obbligo di custodia degli atti ed un dovere di ostensione su mera richiesta del contribuente.

La seconda – e fondamentale – questione chiarita dalla sentenza attiene al tipo di atto che il contribuente ha diritto di visionare: non già un semplice “estratto cartella”, sebbene su di esso vi sia stampigliata la specifica “copia conforme dell’estratto di ruolo”, ma la cartella esattoriale.

Infatti è da quest’ultima che discende la pretesa di Equitalia. Sebbene, dunque, l’estratto di ruolo e la cartella abbiano il medesimo contenuto, il primo resta comunque un atto interno (elaborato in forma informatica) dell’Agente di riscossione.

La legge, infatti, chiarisce che il diritto di accesso garantisce agli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi o delle loro copie, ma non di succedanei.

Anzi, è dal carattere di “estratto” del documento posto a disposizione del contribuente che emerge l’interesse in capo a questi a disporre del documento integrale ed originale: ossia proprio al fine di verificare l’effettiva coincidenza fra il ruolo integrale e l’estratto.

Infine, Equitalia, anche nell’ipotesi in cui non dovesse detenere il fascicolo relativo alla cartella esattoriale, ha comunque l’obbligo di trasmettere la domanda di accesso all’Amministrazione in possesso della documentazione richiesta, dandone altresì comunicazione all’interessato.

Qual’ è la rilevanza di questa decisione che viene dal Consiglio di Stato, a riprova che il banditismo di Equitalia e dei governi che le hanno concesso licenza di uccidere i cittadini è un problema di grave rilievo sociale e che pregiudica la tenuta stessa della struttura della repubblica ?

Semplice, come ben possono capire gli sfortunati cittadini – cioè la maggioranza – che hanno avuto a che fare con il vorace mostro al servizio del parassitismo di Stato.

Il ruolo esattoriale è un po’ come una cambiale, impugnata come una pistola dall’ esattore di Stato nei confronti del contribuente.

Proprio come una cambiale, essa dà il diritto di procedere esecutivamente ( !) nei confronti del contribuente senza che le opposizioni di questi abbiano pregio giuridico e la possibilità di fermarla…

Le cambiali però, debbono avere dei requisiti per avere questa efficacia mortale. E devono essere requisiti ben certo, tant’ è vero che esse devono sempre essere esibite in originale al cittadino che si trovi sotto azione giudiziaria per via di queste : il cittadino ha diritto di verificare se le firme delle cambiali sono sue, sono vere, se le cambiali sono in regola con i requisiti formali e se la cifra da esse portata è quella originale e non altre artefatte.

Nel caso dei ruoli esattoriali di Equitalia, questo finora era impossibile : il cittadino non aveva potere di controllare se il titolo esecutivo – ruolo esattoriale era corretto ed era valido. Ad ogni richiesta di esaminarlo, Equitalia è abituata a non rispondere. .. e a mandarti immediatamente a casa i suoi sceriffi a pignorarti la casa, come tutta risposta.

Se eri fortunato, Equitalia ti concedeva l’ onore di avere una copia in estratto elettronico del ruolo esattoriale, dove nulla risultava conforme all’ originale : la data di emissione, il nome del funzionario di stato che aveva emesso a tuo carico il ruolo esattoriale, la data di trasmissione a Equitalia, i dati identificativi del presunto credito e la data dello stesso, nonché ogni riferimento al fatto che prima di mandarti Equitalia lo stato avrebbe dovuto notificarti la cartella esattoriale originaria, che il più delle volte non ti veniva neanche notificata – e magari era pure prescritta – preferendo lo Stato ladro trasformare la cartella esattoriale in ruolo esattoriale e mandarla a Equitalia perché provveda a strangolarti a mano armata…

Così facendo Equitalia, in combutta con gli uffici esattoriali dello Stato ladro, ti impediva di controllare se il ruolo esattoriale – cambiale era valido o no….. Non te lo consegnava in copia originale, né te lo faceva controllare. Non ti dava niente. Al massimo una fotocopia di una copia elettronica dell’ estratto del  ruolo che non ne riproduceva neanche tutti gli elementi. Non ti dava niente. Ti toglieva solo  : casa, risparmi, lavoro, mobili di casa, salute, tutto . procedeva in via esecutiva senza permetterti di difenderti.

Criminali. Ora e’ possibile controllare gli originali dei ruoli esattoriali e allora sì è possibile impugnare la propria esecuzione : due su tre dei ruoli esattoriali di Equitalia sono nulli, infatti : manca la firma del funzionario in calce alla cartella esattoriale , o la firma è apposta da funzionario – cialtrone non abilitato a firmare questi atti, oppure il credito è già prescritto, o le cifre totali modificate ( sempre in eccesso ) , o non è mai stata notificata la cartella esattoriale ( e il ruolo è nullo), o le cartelle sono già state pagate o sono pazze, cioè con cifre di fantasie non corrispondenti alla realtà.

Di fatto, approfittando del valore assoluto dei ruoli, e del fatto che ometteva di farli controllare al cittadino, Equitalia ha praticato il sistema delle estorsioni di massa. Altro che mafia o ‘ndrangheta !

Ma anche se ora i cittadini avranno un ‘ arma in più per difendersi da questi predoni , chi potrà restituire la vita ai tanti che si sono suicidati a causa dei metodi estorsivi di Equitalia ? Chi potrà restituire alla vittime il lavoro, la casa divorata dagli sgherri di Stato, ? Chi potrà loro restituire la dignità ?

STUDIO LEGALE LONGO



338.1637425



[1] Cons. St. sent. n. 2422 del 12.05.2014.

giovedì 22 maggio 2014

IL MISTERO DEI PROTOCOLLI DI SION

I " Protocolli dei Savi Anziani di Sion" sono forse il libro più famoso e controverso dell' ultimo secolo : pubblicato e diffuso in pratica in tutto il mondo, tradotto in tutte le principali lingue, ha fatto interrogare l' umanità per quasi cento anni sulla sua autenticità o meno.
Benchè sia unanimemente considerato un falso, un riuscitissimo falso, la tesi della sua falsità  lascia però molti interrogativi, poichè le rivoluzioni politiche  predette nei Protocolli sono andati verificandosi nel corso del secolo successivo alla loro comparsa... oggi, poi, assistiamo alla creazione di quel Governo Unico Mondiale controllato da una Setta  in cui il ruolo dell' ebraismo mondiale è tutto quanto meno che irrilevante...
... un libro falso che dice la verità ? ... un libro che  scrive autentiche rivelazioni politiche  mascherandole volutamente dietro una apparente veste fantasiosa, per celare le fonti  ?  ... una elaboratissima macchina di propaganda anti ebraica ?
Oggi gli storici propendono per l' ultima tesi, ma è evidente che il successo che ancora oggi arride ai Protocolli fa capire l' insufficienza di questa tesi. E’ una tesi che va a cozzare contro il buon senso e lasci a perplesso e insoddisfatto ogni lettore.
Lo storico revisionista Carlo Mattogno ci propone la sua interpretazione che dimostra come la tesi della " macchina di propaganda antisemita" mostri la corda della sua inconsistenza, frutto solo di propaganda ben più virulenta : quella della onnipervasiva lobby ebraica, che vuole inibire le riflessioni su questo libro che – vero o non vero – impone la riflessione sugli avvenimenti degli ultimi secoli di storia europea. Piaccia o no, un libro che fa pensare col proprio cervello  e impone di  interrogarsi sul futuro incipiente di una Dittatura Mondiale già in atto e sulle sue vestali del Pensiero Unico Politicamente Corretto…
Figurarsi che, dopo quasi cento anni dalla sua pubblicazione , quando anche gli studenti delle elementari conoscono i  Protocolli, ci sono giudici sul libro paga della lobby ebraica che  – nel “ libero” Occidente – e non mancano neppure nella serva I-ta-lya -  condannano editori per aver pubblicato i Protocolli di Sion ( caso successo a Torino anni fa) ,e indagano  a Bolzano sul sito “ Holy War” e a Roma su “ Stromfront” …. Una democrazia al cui confronto l’ autocrazia  auspicata dai Savi dei Protocolli è roba da dilettanti…. Siamo ormai  oltre al rogo dei libri “ proibiti” : siamo al rogo di chi i libri li  scrive e di chi li legge, come è diventata prassi, per esempio,  per la procura romana ….
Difficile immaginare un comportamento della lobby ebraica e del vario vassallume al suo dorato servizio che sia più simile a quello preconizzato dai Savi dei Protocolli…
E’ per questa ragione che ogni Lettore che legga questo libro, a chi gli imponga di pensare che si tratta di deliri antisemiti , fa fatica a bersi integralmente questa banale  giustificazione di comodo….
E gli interrogativi sui Protocolli con questo studio di Mattogno sono tutti riaperti.....e sono anche riaperti  tutti gli interrogativi sul futuro dell’ Occidente che occhieggiano da queste pagine centenarie, ma sempre attuali…. Attuali non certo per colpa degli “ antisemiti”di cento anni fa,  …ma , piuttosto, della “ lobby che non esiste “, ma che controlla finanza, banche, parlamenti, magistratura…….
Link ufficiale del libro :

EURODITTATURA / GLI USURAI EUROPEISTI

Centro studi Giuseppe Federici

Così l'Ue ci ruba le ricchezze
Bruxelles ha ideato un super eurobond che come copertura ipoteca tutte le ricchezze del Paese che ne fa uso.
ERF. Dietro questa apparentemente innocua sigla si cela l'arma definitiva che l'Unione Europea sta preparando per il colpo finale, il furto di tutte le nostre ricchezze e la chiave a doppia mandata per impedire la fuga dell'Italia dalla tonnara dell'Eurozona.
Ogni volta che gli eurocrati immaginano qualche colpo grosso lo nascondono sotto un nome oscuro. Il MES e il Fiscal Compact vennero votati alla chetichella da un parlamento totalmente ignorante di quel che stava approvando, pungolato dall'urgenza messa da un consapevolissimo Monti.
Adesso che i buoi sono scappati i partiti fanno a gara a dissociarsi da assurdi obblighi e onerosissimi impegni già versati, tuttavia il danno è fatto e difficilmente rivedremo qualcosa degli oltre 50 miliardi impegnati a vario titolo nei fondi salvastati. Questa cifra iperbolica è una bazzecola a confronto di quanto rischiamo di giocarci con l'ERF o “European Redemption Fund” dato che si parla, per la sola Italia, di oltre mille miliardi. Vediamo di che si tratta. Per essere sicuri che la riduzione forzata del debito prevista del Fiscal Compact avvenga davvero si è inventato un meccanismo diabolico. L'idea sembra orientata alla solidarietà: consentire ai paesi europei con un debito pubblico più alto del limite del 60% del rapporto debito/pil di scaricare tutto il debito in eccesso ad un fondo comune dove possa essere mutualizzato come un super eurobond. Fin qui tutto bene, ma esiste forse ancora qualche anima candida che creda ai “favori” e alla “solidarietà” dell'attuale Unione Europea? Se esiste è bene che si svegli perchè la commissione di studio presieduta da un ex banchiere centrale austriaco, una signora dal rassicurante nome di Gertrude Trumpel-Guggerell, e che casualmente non annoverava alcun italiano tra i propri membri, ha deciso che a fronte di questo debito debbano essere poste delle garanzie reali.
Traduciamo: l'Italia scaricherebbe oltre mille miliardi di debito ma a fronte dello “scarico” occorrerà mettere a garanzia beni e oggetti di valore. L'ERF si “mangerebbe” quindi per esempio tutte le nostre riserve auree, beni immobili di pregio, le migliori partecipazioni societarie inclusi i gioielli strategici quali Eni e Finmeccanica e addirittura verrebbe alimentato con una sorta di ipoteca sui futuri introiti fiscali. A quel punto sarebbe un gioco da ragazzi portarci via tutto, basterebbe girare la “manopola” dello spread, per esempio facendo dichiarare alla BCE la propria intenzione di non garantire direttamente il debito monetizzandolo, per precipitarci nel default. A quel punto però l'ERF si incamererebbe tutte le garanzie e noi ci ritroveremmo in ginocchio: svuotati di tutti i nostri beni di valore e con ipotecate per il futuro persino le nostre tasse e le nostre pensioni.
Il piano è semplice e sembra congegnato da un usuraio della malavita: si mette in condizione la vittima di fare debiti e a quel punto ci si offre di “salvarlo” prendendosi tutto ciò che ha di valore e che era stato messo a garanzia. Peccato che nessun paese al mondo indebitato nella propria valuta abbia garanzie reali a fronte dei propri titoli: il debito pubblico è semplicemente garantito dalla propria banca centrale. Forse che l'Inghilterra a fronte dei suoi titoli ipoteca Buckingham Palace? No di certo, anche nei momenti peggiori della crisi come nel 2008, quando la fiducia verso l'economia inglese era minima, la Bank of England comprò sul mercato tutti i titoli venduti dagli investitori terrorizzati mantenendo i tassi ai minimi e consentendo il riallineamento della Sterlina. Nessun bisogno di vendersi l'oro e anzi, in teoria adesso quel debito riacquistato potrebbe essere cancellato con un tratto di penna perché presente sia all'attivo che al passivo del bilancio statale (il tesoro è debitore e la Banca Centrale è creditore, ma entrambe sono dello Stato). Capita la fregatura? Ci vogliono dare un servizio che sarebbe totalmente normale al modico prezzo di un'ipoteca su mille miliardi delle nostre ricchezze e, per aiutare il furto, ecco che il servizievole (o complice) PD sta preparando la “riforma del titolo quinto della Costituzione”: vale a dire la possibilità per lo stato di mettere le mani su tutti i beni oggi vincolati alla disponibilità degli enti locali. In pratica si vogliono mangiare l'aragosta e apprestano i ferri per ripulire la polpa anche nelle zampine. Tutto questo per cosa? Per consentire all'Eurozona di andare avanti in modo che la Germania (come ammesso ieri con incredibile candore a Ballarò dalla candidata alla presidenza della Commissione Europea Ska Keller) possa mantenere bassi i prezzi delle sue merci e continuare a venderle evitando la disoccupazione. Ce lo dicono in faccia e noi continuiamo a fare cose contrarie al nostro interesse. (…)
FONTE:

lunedì 19 maggio 2014

INTERVISTE SULLA MALAGIUSTIZIA


“Interviste sulla malagiustizia”, di Edoardo Longo, Edizioni della Lanterna 2014 , pagine 72,    euro 16.00.


Il volume raccoglie cinque interviste effettuate all'avvocato Edoardo Longo nel corso della sua attività professionale quasi trentennale.

Gli intervistatori sono giornalisti delle più varie testate informative: dal Messaggero Veneto al Giornale del Friuli, dal Corriere della Sera al Bollettino Arco e Clava, fino ad organi informativi dell'indipendentismo veneto.

I temi sono quelli usuali della malagiustizia: la corruzione politica del mondo forense e delle sue cupole di controllo professionale, l'uso distorto della giustizia disciplinare forense per reprimere avvocati politicamente scomodi, invisi alle cricche giudiziarie e alle lobbies politiche che le manovrano, la vergogna dei processi politici ai dissidenti e al pensiero politico scomodo e non allineato con le centrali dei poteri forti, in primis quelli della onnipervasiva lobby de “il pianto che paga”, come la chiamava l’ arguto prof. Paolo Signorelli ... la “ lobby che non c’è”, ma che controlla governi, finanze, partiti,  parlamenti e anche le magistrature…

Passano gli anni e le repubbliche in Italia,  ma una sola cosa rimane costante: la malagiustizia ,  la corruzione giudiziaria e gli intrecci di malaffare fra i vari potentati che scorrazzano indisturbati fra codici, tabarri di ermellino, toghe e ben celate mazzette...

Impuniti in toga , alla faccia degli Italiani e incuranti del collasso della nazione...

un atto di accusa implacabile, ma documentatissimo e scritto con la verve gradevole e agile dell'Intervista.  Da non perdere : un libro che ripercorre vent’ anni di sconosciuti orrori giudiziari all’ italiana.

Link ufficiale del libro :


GUERRIERO DI SAN MARCO

Un libro  dedicato al processo nei confronti di Luciano Franceschi, indipendentista veneto, accusato del tentato omicidio di un direttore di banca.
Il libro raccoglie il testo della eccezione di giurisdizione con cui Franceschi ha contestato vigorosamente la legittimità della giustizia italiana, nonchè gli atti delle sue dichiarazioni e la ricostruzione della sua verità sui fatti di sangue che lo hanno portato alla sbarra.
Documentazione tratta dalle registrazioni ufficiali :  tutti i sabotaggi al diritto di difesa e ricusazione effettuati dal tribunale di Padova, registrati agli atti del processo . Un classico sulla malagiustizia, con i commenti dell’ avvocato Edoardo Longo, all’ epoca difensore di Franceschi.   
La ricostruzione di una tragedia  che ha coinvolto vittima ed imputato,  sullo sfondo della crisi economica che ha portato al suicidio e alla disperazione centinaia e centinaia di imprenditori e piccoli commercianti, in una terra in cui, ormai , Italia fa rima con il famigerato Equitalia e sogna per questo l’ indipendenza da entrambe…
I commenti alla eccezione di giurisdizione sono dell' avvocato Edoardo Longo e rappresentano il primo studio organico su questa radicale forma di  contestazione della legittimità giudiziaria della repubblica.
Link ufficiale del libro :

martedì 13 maggio 2014

PUTIN E IL PROGETTO " DOPPIA AQUILA "


Di  Anonimo Pontino.

Putin ed il  “Progetto Doppia Aquila”

In una delle sue relazioni più scioccanti dall’inizio della crisi ucraina, il Ministero degli Affari Esteri (MoFA) avverte oggi che il presidente Putin ha ordinato l’immediata attuazione del “Progetto Doppia Aquila”.
Il “Progetto Doppia Aquila” chiede che la Banca Centrale della Federazione Russa (CBR) inizi la produzione di monete da 5 Rubli d’oro contenenti 0,1244 once troy di Oro puro, con un diametro di 18 millimetri, decorate con una doppia aquila schermato e coronata le quali diventeranno l’alternativa mondiale sia al dollaro USA che all’euro per l’acquisto di forniture energetiche.
Fondamentale notare, secondo questa relazione, che il “Progetto Doppia Aquila” prevede la creazione di un nuovo “sistema di pagamento nazionale” che consentirà alla Russia di costruire le fondamenta che potrebbero presto offrire un’alternativa alla Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie mondiali ( SWIFT ) del sistema bancario e permettere alle nazioni di tutto il mondo la possibilità di allontanarsi dal dollaro americano e dall’egemonia degli Stati Uniti.
Putin ha inoltre ordinato che Sberbank, la più grande banca in Russia e in tutta l’Europa orientale, interrompa l’emissione di prestiti al consumo in valuta estera, una mossa che il sito finanziario americano altamente influente Zero Hedge ha avvertito “è la miccia che elimina la scelta alla Russia se lasciare o meno i petrodollari volontariamente e lo rende una opzione obbligatoria” (oggi chiunque vuole acquistare petrolio deve prima acquistare dollari).
Importante notare su SWIFT, secondo quanto afferma la relazione, è che esso è il “collante” che tiene il sistema monetario globale attaccato al dollaro USA e che questa “banca delle banche centrali ” funziona come mezzo per lo scambio di valuta ed è stata il perno centrale per le transazioni delle materie prime e di energia globali legate alla valuta di riserva, ma un sistema russo basato sull’oro “distruggerebbe tutto".
Inoltre, a questo nuovo sistema mondiale bancario russo legato all’oro alternativo allo SWIFT, la relazione afferma, si uniranno le altre nazioni BRICS (Brasile, India, Cina e Sud Africa) che hanno all’unanimità e, in molti modi, con forza sostenuto la posizione della Russia in Crimea contro gli Stati Uniti e l’UE.
Con l’Unione europea che ha ora avvertito che le sarebbe costato 215 miliardi dollari fermare le importazioni di gas russo, la CBR ha potuto sollevare riserve auree russe di oltre 1.040 tonnellate mostrando la sua forza contro le banche centrali occidentali che vivono solamente del denaro stampato.
Per sostenere il “Progetto Gold Eagle” contro l’inevitabile contraccolpo USA-UE, la relazione rileva, il Ministero delle Risorse Naturali (MNR) riporta che il Progetto Natalka ha già avviato la produzione ed è in grado di fornire al CBR una “scorta infinita” d’oro per favorire il successo di questa nuova valuta globale per gli acquisti di approvvigionamento energetico.
Nota: La Russia ha le seconde maggiori riserve auree del mondo a 12.500 tonnellate (oltre 400 milioni di once) e il Progetto Natalka, situata nella regione di Magadan, è considerato uno dei più grandi giacimenti d’oro nel mondo e dispone di 32 milioni di once di riserve probabili e una risorsa totale di 60Moz.
La cosa più inquietante di cui parla questa relazione, però, è il suo monito che l’annessione della Crimea è diventata una “giustificazione” per gli Stati Uniti nel degenerare la propria presenza militare praticamente ovunque.
Il problema che Obama e Co. stanno per avere, è cercare di convincere i cittadini dell’UE che i loro interessi siano effettivamente tutelati nonostante dovranno pagare due volte tanto per riscaldare le loro case nel 2015 rispetto al 2014, ed è ciò che accadrà visto come  stanno andando e se il piano statunitense dovesse riuscire.
Al fine di realizzare tale impresa, gli Stati Uniti stanno compiendo ogni sforzo per attirare Putin in un confronto in modo che i media lo possono denunciare come un aggressore e una minaccia per la sicurezza europea.
Demonizzare Putin fornirà le necessarie giustificazioni per fermare il flusso di gas dalla Russia verso l’UE, che indebolirà l’economia russa, fornendo nuove opportunità per la NATO di stabilire basi operanti sul perimetro occidentale della Russia.
Non fa alcuna differenza per Obama se le persone sono ricattate sui prezzi del gas o semplicemente congelano a morte. Ciò che conta è il “pivot” per i mercati più promettenti e prosperi del mondo del prossimo secolo.
Ciò che conta è schiacciare Mosca tagliando i ricavi del gas erodendo così la sua capacità di difendersi o di difendere i suoi interessi.
Ciò che conta è l’egemonia globale e la dominazione del mondo.
Tutti lo sanno.
Seguire gli incidenti giornalieri in Ucraina come se potessero essere separati dal quadro generale è ridicolo. Sono tutti parte della stessa strategia malata. Ecco una clip  dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Zbigniew Brzezinski spiegare come, per quanto Washington sia interessata, non ha senso avere politiche distinte per l’Europa e l’Asia:
“Con l’Eurasia divenuta la scacchiera geopolitica decisiva, non è più sufficiente adattare una politica per l’Europa e una per l’Asia. Ciò che succede con la distribuzione del potere sul continente eurasiatico sarà di importanza decisiva per il primato globale dell’America e  della sua eredità storica. “(“ Il pericolo di guerra in Asia ”, World Socialist Web Site)
Gira tutto attorno al perno in Asia e al futuro dell’impero.
Questo è il motivo per cui la CIA e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno attuato un colpo di stato per rovesciare il presidente ucraino Viktor Yonuchovych e rimpiazzarlo con i fantocci degli USA che avrebbe fatto l’offerta di Obama.
Questo è il motivo per cui il primo ministro impostore, Arseniy Yatsenyuk, ha ordinato due operazioni “anti-terrorismo”: ovvero la repressione degli attivisti disarmati a East Ucraina che si oppongono alla giunta in Kiev.
Questo è il motivo per cui l’amministrazione Obama ha evitato di impegnarsi con Putin in un dialogo costruttivo volto a trovare una soluzione pacifica alla crisi attuale.
Questo perché Obama vorrebbe portare il Cremlino in una lunga guerra civile per indebolire la Russia, screditare Putin, e spostare l’opinione pubblica verso il lato degli Stati Uniti e della NATO.
Perché Washington dovrebbe cambiare idea su una tattica che secondo loro realizzerà esattamente ciò che dovrebbe ?

lunedì 12 maggio 2014

MA COSA SUCCEDE IN ITALIA ?

Di Antonio Palma

Mentre tante cose non quadrano in tutta l’Europa, TUTTI i partiti  ITALIANI si adoprano a mandare nuovi candidati alle elezioni europee per formare un altro “GOVERNO PORCELLUM”  a Bruxelles con una Banca Centrale Europea  al 100% PRIVATA  a Francoforte, con la speranza di poter cambiare la POLITICA europea prima ancora di poterla cambiare in ITALIA. 
Nel frattempo continua  la svendita dei beni demaniali, delle infrastrutture e delle industrie primarie e secondarie ITALIANE.
Continuano i FALLIMENTI di centinaia di migliaia di piccole e medie imprese e negozi  in ITALIA.
Continua ad aumentare il DEBITO e il DEFICIT  in ITALIA.
Continua ad aumentare la CRIMINALITÀ in tutta l’ ITALIA.
Continua ad aumentare la CORRUZIONE in tutta l’ITALIA. 
Continuano ad aumentare le spese per gli ammortizzatori sociali in ITALIA.
Continuano ad aumentare i crediti bancari deteriorati in ITALIA.
Continuano ad aumentare le TASSE in ITALIA.
Continua a calare l’ erogazione di prestiti bancari in ITALIA.
I tassi bancari per imprese e famiglie restano al 3 e 4% in ITALIA, molto più alti che negli altri paesi europei.
Continuano ad aumentare i costi dell’energia in ITALIA, 30%  più alti che negli altri paesi europei.
Continuano ad aumentare i costi di produzione in ITALIA.
Continua ad aumentare la disoccupazione in ITALIA.
Continua ad invecchiare la popolazione in ITALIA  e la previdenza sociale non è più sostenibile dai fortunati che ancora lavorano.
MA DA DOVE PROVIENE QUESTA  ILLUSIONE IN ITALIA?
CHI SONO QUESTI ILLUSIONISTI CHE GOVERNANO L’ITALIA?
COME PRETENDONO DI CAMBIARE UN EUROPA DOVE ALCUNI PAESI NON VOGLIONO E NON USANO L’€URO?
Quel che sta accadendo in Ucraina può accadere anche in ITALIA, magari a Trieste e in Veneto .
Gli insegnamenti del prof. GIACINTO AURITI sono l’unica stella polare a guidarci.
NON FATELA SPEGNERE !
Antonio Palma

giovedì 8 maggio 2014

OLOCAUSTI DIMENTICATI / IL MARTIRIO DEI SACERDOTI ASSASSINATI DALLA RESISTENZA PARTIGIANA

Documentazione raccolta da Centro studi Giuseppe Federici

Premessa
Non sono uno scrittore, non ho velleità e non ho ambizioni di alcun genere; sono solo orgoglioso della libertà che ritengo di possedere e che mi fà parlare di quello che pochi hanno avuto il coraggio di dire sulle terrificanti verità della guerra civile in Italia. Voglio parlare delle vittime, di quelle per le quali non sono state installate lapidi di marmo, non sono stati alzati monumenti alla loro memoria e non sono state dedicate strade, piazze e scuole. Intendo parlare delle vite spezzate dalla ferocia dei partigiani comunisti nella nostra terra emiliana. Dopo l'8 settembre 1943, i comunisti hanno combattuto una loro «guerra privata» con scopi e finalità ben diversi da quelli che avevano animato i partigiani delle altre formazioni antifasciste, applicando, con disumana ferocia, una tecnica della guerra civile che è costata agli italiani e agli stessi antifascisti non comunisti un numero spaventosamente alto di vittime innocenti. Perché ho scritto queste pagine? Non certo per rinfocolare odî e rancori. Sono cattolico credente, cresciuto nell'Azione Cattolica; predico, nel limite delle mie possibilità, il perdono e l'amore. Sono contro tutte le guerre e tutte le violenze, ma credo sia giusto che anche queste vittime siano ricordate; ci sono ancora genitori e figli che piangono i loro cari dei quali era proibito parlare. I giovani non sanno e non hanno visto le barbarie della guerra. Ho parlato con un insegnante di cultura civica; insegna in una scuola professionale ed è dirigente di partito. È nato dopo la guerra, e non conosce, se non in parte, i fatti accaduti in quel periodo doloroso. Non ha avuto materiale per documentarsi; i tanti libri scritti sulla guerra civile sono di parte, distorcono la verità e tacciono su tanti episodi. Visione e interpretazione dei fatti sono solo di ispirazione partigiana. Debbo dare atto al senatore Giorgio Pisanò (1924-1997), che pur essendosi trovato dalla parte che ha perduto, nella sua Storia della guerra civile in Italia (1943-1945), presenta, elenca e documenta i fatti e i misfatti compiuti da entrambe le parti in lotta; credo sia uno dei pochi, se non l'unico in Italia, ad averlo fatto. A questa sua fatica attingerò in parte per il mio modesto lavoro. (…)

Emilia Romagna: 10.000 massacrati
Questo è il sanguinoso bilancio delle giornate che videro la fine della guerra civile in Emilia. Le stragi volute, organizzate ed eseguite da uomini del Partito Comunista portarono a 3.000 i massacrati nel bolognese, 2.000 nel reggiano, 2.000 nel modenese, 1.300 nel ferrarese, 600 nella provincia di Piacenza, 500 in quella di Ravenna, 200 nel forlivese e 600 nel parmense. Mentre in Piemonte e in Lombardia, la strage infuriò per pochi giorni, esaurendosi entro il mese di maggio, e mentre nella Venezia-Giulia la barbara ondata slava durò praticamente quaranta giorni e si arrestò allorché Trieste e Gorizia passarono sotto il controllo anglo-americano, la regione emiliana venne funestata ancora per lunghi mesi da atroci fatti di sangue. Causa principale di questo fenomeno fu la presenza, nella regione, di centinaia di vecchi esponenti comunisti. Con l'arrivo degli americani a Bologna, gli enti locali, i sindacati, le cooperative, gli organi di polizia, tutto passò nelle mani di uomini di fiducia del Partito Comunista. La conseguenza fu che il terrore, di pretta marca bolscevica, si abbatté sulle popolazioni. Antichi rancori, vendette personali e odio politico si fusero esplodendo in un'atroce, incredibile e inarrestabile catena di omicidi, stragi collettive e angherie senza nome. Nel modenese ebbe il suo epicentro nel «Triangolo della morte», cioè nella zona compresa tra i centri di Castelfranco Emiliano e Spilamberto nel modenese, e San Giovanni in Persiceto nel bolognese. «Nella provincia di Modena, i partigiani comunisti, arrestati e processati per omicidi e reati comuni, furono più di seicento. Molti furono condannati e finirono in galera. Moltissimi ripararono a Praga, tramite l'ufficio espatri clandestini della federazione comunista modenese» (…)

Sacerdoti seviziati e trucidati
Nei tristi mesi che precedettero e seguirono la liberazione, vari sacerdoti della nostra diocesi pagarono con il sacrificio della vita l'assurdità di una situazione dove l'odio dava la mano al tradimento e l'omertà alla paura. Così muoiono i preti, i ministri di Dio. Come il parroco di Crocette, un'assolata frazione di un migliaio di anime, a 3,5 km da Pavullo (Modena). A Crocette, don Luigi Lenzini, sessantenne, c'era da molto tempo e lo consideravano tutti per la sua parola decisa e il suo dire pane al pane e vino al vino. Tipo chiaro e nodoso, come certi quercioli che non piegano a nessun vento. Tardissimo - saranno state le 2,00 dopo mezzanotte - sentì bussare alla porta e andò alla finestra in camicia da notte. Gli dissero di scendere che avevano bisogno. Voci sconosciute e indistinte. Si scusò di non poter scendere per la vecchiaia e l'ora tardissima. Ma quelli non si diedero per vinti. Dopo aver insistito invano, si buttarono contro la porta della canonica; poi sfondarono una finestra ed entrarono. Quanti erano? Due o tre? Don Lenzini, che aveva intuito subito tutto, cercò di sgusciare per la canonica nella chiesa e si appiattì dietro l'altare maggiore. Ma qualcuno era pratico di tutto. Lo presero. «Lasciate almeno che mi vada a vestire». Niente! Lo trascinarono via com'era, in camicia. Il venerando sacerdote si raccomandava e qualcuno pare abbia udito i suoi lamenti nella notte. Fuori era caldo. Si allontanarono dal paese e lo spinsero a calci e urtoni in una vigna vicina. Lì lo sottoposero a torture che qui non abbiamo il coraggio di descrivere: il pudore ce lo impedisce. Poi gli levarono gli occhi e lo seppellirono, dopo averlo strangolato. Nella tragica vigna si vedeva una testa che emergeva dal terriccio smosso. Qualche giorno dopo se ne accorsero tutti e alcune persone pietose gli diedero sepoltura.
- Il canonico don Giuseppe Guicciardi era parroco sull'Appennino, a Mocogno (Modena), un paesetto a 2,5 km da Lama, a 800 metri sul livello del mare. Questo fatto capitò precisamente il 10 giugno 1945. Fu una sera. Il parroco andò ad aprire ad alcuni tizi, i quali, entrati, gli chiesero da mangiare, dicendo di essere affamati. Mise loro davanti quel che aveva in casa. Poi, quelli, mangiato che ebbero, chiesero vestiti, coperte e soldi; volevano anche un grammofono. E poiché il prete tergiversava, andarono di là nello studio e presero quei soldi che trovarono, il poco denaro della fabbriceria destinato ad un «ufficio». Rovistarono da ogni parte e portarono via quello che faceva loro comodo, anche la biancheria personale del parroco. Parevano sazi, ormai, e stavano per andarsene. Si avviarono all'uscio e il parroco già ne ringraziava Dio nel suo cuore, quando uno di loro, voltandosi improvvisamente, come per salutare, gli scaricò addosso una pistola, così a freddo. Il vecchio sacerdote cadde bocconi e non si mosse più. Uno di loro, sbattendo l'uscio, disse un po' eccitato: «Perché l'hai fatto? Ce n'era proprio bisogno»? Ma l'assassino rispose: «I preti bisogna ucciderli tutti: uno alla volta; ma bisogna toglierli di mezzo»! E si perdettero nel buio con la refurtiva. La canonica di Mocogno è un po' lontana dall'abitato centrale. La gente si accorse dell'efferato delitto solo la mattina dopo, perché la Messa non suonava come al solito. Fra le carte del santo parroco fu trovato una specie di diario in cui egli aveva offerto la propria vita al Papa, durante i tragici mesi del fronte, per la salvezza dei peccatori e la fine della guerra. Il suo assassino fu pescato, un giorno, mentre passava per strada. Individuato, i carabinieri lo inseguirono. Cercò prima di fuggire, poi tentò di liberarsene sparando su di loro, ma fu freddato prima che ne avesse il tempo. Indosso aveva ancora la camicia del povero parroco massacrato quella notte del 10 giugno!
- Don Giuseppe Preci, sessantadue anni. A Montalto di Zocca (metri 800), di notte, c'è da avere del coraggio a starci, anche senza guerra e... dopo guerra! Confinato lassù, tra castagni e faggi, c'è da fare ad arrivarci da Zocca (Modena) in tre quarti d'ora in macchina. Il parroco, don Preci, era un tipino sottile e deciso, pronto ad ogni ora per il suo popolo. E quando lo vennero a destare, quella notte del 24 maggio 1945, perché andasse da un ammalato, non ci pensò due volte ad uscire. Si vestì e andò in chiesa a prendere i Sacramenti, il Viatico e l'Olio santo. Uscito sul sagrato, le due persone che lo avevano chiamato lo pregarono di fare presto. E lo pregarono di andare avanti. Il sacerdote ubbidì, sia pure a malincuore, e si raccomandò a Dio. Del coraggio ne aveva sempre avuto, lui. Ma una scarica di mitra lo fulminò. Cadde, e il suo sangue bagnò la stradicciola che prendeva dal sagrato. Il prete rimase lì con i Sacramenti, sotto gli abiti insanguinati, fino al mattino dopo.
- Piane di Monchio (Reggio Emilia). Il seminarista Rolando Rivi, di quattordici anni, prelevato la mattina del 10 aprile 1945 da una squadra di partigiani comunisti e assassinato due giorni dopo perché indossava l'abito talare. I suoi uccisori, identificati, vennero condannati a ventitre anni di carcere. (…)

Sacerdoti martiri nell'oblio
Desidero qui ricordare con venerazione e affetto i sacerdoti che durante la guerra civile in Italia (1943-1945), immolarono la vita per restare fedeli alla loro missione di apostoli di Cristo. Voglio ricordare quelli rimasti vittime della ferocia dei nemici della fede e della Patria, i partigiani comunisti. Così li definisce un volantino fatto stampare dai cattolici modenesi presso la tipografia Azzi di Pavullo l'8 agosto 1965. Ho raccolto e posto qui in elenco novantaquattro nomi, ma certo i sacerdoti uccisi da componenti le bande partigiane, o presunti tali, sono molti di più. Comunque, per questi che io riporto, c'è stato il silenzio assoluto! I giovani non debbono sapere; verrebbe demolita l'epopea costruita in questi anni intorno al movimento partigiano. A Modena, il 19 agosto 1984, si è ricordato, a Crocette di Pavullo, in occasione della festa della Madonna Assunta, patrona della parrocchia, don Luigi Lenzini, parroco della medesima, seviziato barbaramente e ucciso dai partigiani; ma nessuna autorità, né religiosa né civile, ha presenziato al rito. La stampa, compresa quella cattolica, non ne ha fatto cenno; silenzio assoluto anche dal settimanale diocesano Nostro Tempo...
Don Giuseppe Amatelo, parroco di Coassolo (Torino), ucciso a colpi di ascia dai partigiani comunisti il 15 marzo 1944 perché aveva deplorato gli eccessi dei guerriglieri rossi;
Don Gennaro Amato, parroco di Locri (Reggio Calabria), ucciso nell'ottobre 1943 dai capi della repubblica comunista di Caulonia;
Don Ernesto Bandelli, parroco di Bria, ucciso dai partigiani slavi a Bria, il 30 aprile 1945;
Don Vittorio Barel, economo del seminario di Vittorio Veneto, ucciso il 26 ottobre 1944 dai partigiani comunisti;
Don Stanislao Barthus, della Congregazione di Cristo Re (Imperia), ucciso il 17 agosto 1944 dai partigiani perché in una predica aveva deplorato le «violenze indiscriminate dei partigiani»;
Don Duilio Bastreghi, parroco di Cigliano e Capannone Pienza, ucciso la notte del 3 luglio 1944 dai partigiani comunisti che lo avevano chiamato con un pretesto;
Don Carlo Beghè, parroco di Novegigola (Apuania), sottoposto il 2 marzo 1945 a finta fucilazione che gli produsse una ferita mortale;
Don Francesco Bonifacio, curato di Villa Gardossi (Trieste), catturato dai miliziani comunisti iugoslavi l'11 settembre 1946 e gettato in una foiba;
Don Luigi Bordet, parroco di Hône (Aosta), ucciso il 5 marzo 1946 perché aveva messo in guardia i suoi parrocchiani dalle insidie comuniste;
Don Sperindio Bolognesi, parroco di Nismozza (Reggio Emilia), ucciso dai partigiani comunisti il 25 ottobre 1944;
Don Corrado Bortolini, parroco di Santa Maria in Duno (Bologna), prelevato dai partigiani il 1° marzo 1945 e fatto sparire;
Don Raffaele Bortolini, canonico della Pieve di Cento, ucciso dai partigiani la sera del 20 giugno 1945;
Don Luigi Bovo, parroco di Bertipaglia (Padova), ucciso il 25 settembre 1944 da un partigiano comunista poi giustiziato;
Don Miroslavo Bulleschi, parroco di Monpaderno (Diocesi di Parenzo e Pola), ucciso il 23 agosto 1947 dai comunisti iugoslavi;
Don Tullio Calcagno, direttore di Crociata Italica, fucilato dai partigiani comunisti a Milano il 29 aprile 1945;
Don Sebastiano Caviglia, cappellano della Guardia Nazionale Repubblichina, ucciso il 27 aprile 1945 ad Asti;
Padre Crisostomo Ceragiolo o.f.m., cappellano militare decorato al valor militare, prelevato il 19 maggio 1944 da partigiani comunisti nel convento di Montefollonico e trovato cadavere in una buca con le mani legate dietro la schiena;
Don Aldemiro Corsi, parroco di Grassano (Reggio Emilia), assassinato nella sua canonica, con la domestica Zeffirina Corbelli, da partigiani comunisti, la notte del 21 settembre 1944;
Don Ferruccio Crecchi, parroco di Levigliani (Lucca), fucilato all'arrivo delle truppe di colore nella zona su false accuse dei comunisti del luogo;
Don Antonio Curcio, cappellano dell'11° Battaglione Bersaglieri, ucciso il 7 agosto 1941 a Dugaresa da comunisti croati;
Padre Sigismondo Damiani o.f.m., ex cappellano militare, ucciso dai comunisti slavi a San Genesio di Macerata l'11 marzo 1944;
Don Teobaldo Daporto, arciprete di Castel Ferrarese, Diocesi di Imola, ucciso da un comunista nel settembre 1945;
Don Edmondo De Amicis, cappellano pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, venne colpito a morte dai «gappisti», a Torino, sulla soglia della sua abitazione nel tardo pomeriggio del 24 aprile 1945, e spirò dopo quarantott'ore di atroce agonia;
Don Aurelio Diaz, cappellano della Sezione Sanità della Divisione «Ferrara», fucilato nelle carceri di Belgrado nel gennaio del 1945 da partigiani titini;
Don Adolfo Dolfi, canonico della Cattedrale di Volterra, sottoposto il 28 maggio 1945 a torture che lo portarono alla morte l'8 ottobre successivo;
Don Enrico Donati, arciprete di Lorenzatico (Bologna), massacrato il 23 maggio 1945 sulla strada di Zenerigolo;
Don Giuseppe Donini, parroco di Castagneto (Modena), trovato ucciso sulla soglia della sua casa la mattina del 20 aprile 1945. La colpa dell'uccisione fu attribuita in un primo momento ai tedeschi, ma alcune circostanze, emerse in seguito, stabilirono che gli autori del sacrilego delitto furono i partigiani comunisti;
Don Giuseppe Dorfmann, fucilato nel bosco di Posina (Vicenza) il 27 aprile 1945;
Don Vincenzo D'Ovidio, parroco di Poggio Umbricchio (Teramo), ucciso nel maggio 1944 sotto accusa di filo-fascismo;
Don Giovanni Errani, cappellano militare della Guardia Nazionale Repubblichina, decorato al valor militare, condannato a morte dal Comitato di Liberazione Nazionale di Forlì, salvato dagli americani e deceduto in seguito a causa delle sofferenze subite;
Don Colombo Fasce, parroco di Cesino (Genova), ucciso nel maggio del 1945 dai partigiani comunisti;
Padre Giovanni Fausti s.j., superiore generale dei gesuiti in Albania, fucilato il 5 marzo 1946 perché italiano. Con lui furono trucidati altri sacerdoti dei quali non si è mai potuto conoscere il nome;
Padre Fernando Ferrarotti o.f.m., cappellano militare reduce dalla Russia, ucciso nel giugno 1944 a Champorcher (Aosta) dai partigiani comunisti;
Don Gregorio Ferretti, parroco di Castelvecchio (Teramo), ucciso dai partigiani slavi e italiani nel maggio 1944;
Don Giovanni Ferruzzi, arciprete di Campanile (Imola), ucciso dai partigiani comunisti il 3 aprile 1945;
Don Achille Filippi, parroco di Maiola (Bologna), ucciso la sera del 25 luglio 1945 perché accusato di filo-fascismo;
Don Sante Fontana, parroco di Comano (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 16 gennaio 1945;
Don Giuseppe Gabana, della Diocesi di Brescia, cappellano della 6ª Legione della Guardia di Finanza, ucciso il 3 marzo 1944 da un partigiano comunista;
Don Giuseppe Galassi, arciprete di San Lorenzo in Selva (Imola), ucciso il 1° maggio 1945 perché sospettato di filo-fascismo;
Don Tiso Galletti, parroco di Spazzate Sassatelli (Imola), ucciso il 9 maggio 1945 perché aveva criticato il comunismo;
Don Domenico Gianni, cappellano militare in Iugoslavia, prelevato la sera del 21 aprile 1945 e ucciso dopo tre giorni;
Don Giovanni Guicciardi, parroco di Mocogno (Modena), ucciso il 10 giugno 1945 nella sua canonica dopo sevizie atroci da chi, col pretesto della lotta di liberazione, aveva compiuto nella zona una lunga serie di rapine e delitti, con totale disprezzo di ogni legge umana e divina;
Don Virginio Icardi, parroco di Squaneto (Aqui), ucciso il 4 luglio 1944, a Preto, da partigiani comunisti;
Don Luigi Ilarducci, parroco di Garfagnolo (Reggio Emilia), ucciso il 19 agosto 1944 da partigiani comunisti;
Don Giuseppe Jemmi, cappellano di Felina (Reggio Emilia), ucciso il 19 aprile 1945 perché aveva deplorato gli «eccessi inumani di quanti disonorano il movimento partigiani»;
Don Serafino Lavezzari, seminarista di Robbio (Piacenza), ucciso il 25 febbraio 1945 dai partigiani, insieme alla mamma e a due fratelli;
Don Luigi Lenzini, parroco di Crocette di Pavullo (Modena), trucidato il 20 luglio 1945. Nobile, autentica figura di martire della fede. Prelevato nottetempo da un'orda di criminali, strappato dalla sua chiesa, torturato, seviziato, fu ucciso dopo lunghissime ore di indescrivibile agonia, quale raramente si trova nella storia di tutte le persecuzioni. Si cercò di soffocare con lui, dopo che le minacce erano risultate vane, la voce più chiara, più forte e coraggiosa che, in un'ora di generale sbandamento morale, metteva in guardia contro i nemici della fede e della patria. Il processo, celebrato in una atmosfera di terrore e di omertà, non seppe assicurare alla giustizia umana i colpevoli, mandanti ed esecutori, i quali, con tale orribile delitto, non unico, purtroppo, hanno gettato fango, umiliazione e discredito sul nome della Resistenza italiana. Ma dalla gloria all'Eternità, come nella fosca notte del martirio, don Luigi Lenzini fà riudire le ultime parole della sua vita, monito severo e solenne, che invitano a temere e a stimare soltanto il giusto Giudizio di Dio;
Don Giuseppe Lorenzelli, Priore di Corvarola di Bagnone (Pontremoli), ucciso dai partigiani il 27 febbraio 1945, dopo essere stato obbligato a scavarsi la fossa;
Don Luigi Manfredi, parroco di Budrio (Reggio Emilia), ucciso il 14 dicembre 1944 perché aveva deplorato gli «eccessi partigiani»;
Don Dante Mattioli, parroco di Corazzo (Reggio Emilia), prelevato dai partigiani rossi la notte dell'11 aprile 1945;
Don Fernando Merli, mensionario della Cattedrale di Foligno (Perugia), ucciso il 21 febbraio 1944, presso Assisi, da iugoslavi istigati dai comunisti italiani;
Don Angelo Merlini, parroco di Fiamenga (Foligno), ucciso il medesimo giorno dagli stessi, presso Foligno;
Don Armando Messuri, cappellano delle Suore della Sacra Famiglia in Marino, ferito a morte dai partigiani comunisti e deceduto il 18 giugno 1944;
Don Giacomo Moro, cappellano militare in Iugoslavia, fucilato dai comunisti titini a Micca di Montenegro;
Don Adolfo Nannini, parroco di Cercina (Firenze), ucciso il 30 maggio 1944 da partigiani comunisti;
Padre Simone Nardin o.s.b., dei benedettini olivetani, Tenente cappellano dell'ospedale militare Belvedere in Abbazia di Fiume, prelevato dai partigiani iugoslavi nell'aprile 1945 e fatto morire tra sevizie orrende;
Don Luigi Obid, economo di Podsabotino e San Mauro (Gorizia), prelevato da partigiani e ucciso a San Mauro il 15 gennaio 1945;
Don Antonio Padoan, parroco di Castel Vittorio (Imperia), ucciso da partigiani l'8 maggio 1944 con un colpo di pistola in bocca e uno al cuore;
Don Attilio Pavese, parroco di Alpe Gorreto (Tortona), ucciso il 6 dicembre 1944 da partigiani dei quali era cappellano, perché confortò alcuni prigionieri tedeschi condannati a morte;
Don Francesco Pellizzari, parroco di Tagliolo (Aqui), chiamato nella notte del 10 maggio 1945 e fatto sparire per sempre;
Don Pombeo Perai, parroco dei SS. Pietro e Paolo di città della Pieve, ucciso per rappresaglia partigiana il 16 giugno 1944;
Don Enrico Percivalle, parroco di Varriana (Tortona), prelevato da partigiani e ucciso a colpi di pugnale il 14 febbraio 1944;
Don Vittorio Perkan, parroco di Elsane (Fiume), ucciso il 9 maggio 1945 da partigiani mentre celebrava un funerale;
Don Aladino Petri, parroco di Pievano di Caprona (Pisa), ucciso il 2 giugno 1944 perché ritenuto filo-fascista;
Don Nazzareno Pettinelli, parroco di Santa Lucia di Ostra di Senigallia, fucilato per rappresaglia partigiana il 1º luglio 1944;
Don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio, ucciso il 18 giugno 1946 da partigiani comunisti;
Seminarista Giuseppe Pierami, studente di Teologia della Diocesi di Apuania, ucciso il 2 novembre 1944, sulla Linea Gotica, da partigiani comunisti;
Don Ladislao Pisacane, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso da partigiani slavi il 5 febbraio 1945 con altre dodici persone;
Don Antonio Pisk, curato di Canale d'Isonzo (Gorizia), prelevato da partigiani slavi il 28 ottobre 1944 e fatto sparire per sempre;
Don Nicola Polidori, della Diocesi di Nocera e Gualdo, fucilato il 9 giugno 1944 a Sefro da partigiani comunisti;
Don Giuseppe Preci, parroco di Montalto (Modena). Chiamato di notte col solito tranello, fu ucciso sul sagrato della chiesa il 24 maggio 1945;
Don Giuseppe Rasori, parroco di San Martino in Casola (Bologna), ucciso la notte del 2 luglio 1945 nella sua canonica, con l'accusa di filo-fascismo;
Don Alfonso Reggiani, parroco di Amola di Piano (Bologna), ucciso da marxisti la sera del 5 dicembre 1945;
Don Giuseppe Rocco, parroco di Santa Maria, Diocesi di San Sepolcro, ucciso da slavi il 4 maggio 1945;
Padre Angelico Romiti o.f.m., cappellano degli allievi ufficiali della Scuola di Fontanellato, decorato al valor militare, ucciso la sera del 7 maggio 1945 da partigiani comunisti;
Don Leandro Sangiorgi, salesiano, cappellano militare decorato al valor militare, fucilato a Sordevolo Biellese il 30 aprile 1945;
Don Alessandro Sanguanini, della Congregazione della Missione, fucilato a Ranziano (Gorizia) il 12 ottobre 1944 da partigiani slavi per i suoi sentimenti di italianità;
Don Lodovico Sluga, vicario di Circhina (Gorizia), ucciso insieme al confratello;
Don Luigi Solaro, di Torino, ucciso il 4 aprile 1945 perché parente del federale di Torino Giuseppe Solaro, anch'egli trucidato;
Don Emilio Spinelli, parroco di Campogialli (Arezzo), fucilato il 6 maggio 1944 dai partigiani sotto accusa di filo-fascismo;
Padre Eugenio Squizzato o.f.m., cappellano partigiano ucciso dai suoi il 16 aprile 1944 fra Corio e Lanzo Torinese perché impressionato dalle crudeltà che essi commettevano, voleva abbandonare la formazione;
Don Ernesto Talè, parroco di Castelluccio Formiche (Modena), ucciso insieme alla sorella l'11 dicembre 1944;
Don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo (Bologna), prelevato la notte sul 26 maggio 1945 e fatto sparire. Il suo corpo fu bruciato in un forno da pane, in una casa colonica;
Don Angelo Taticchi, parroco di Villa di Rovigno (Pola), ucciso dai partigiani iugoslavi nell'ottobre 1943 perché aiutava gli italiani;
Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventoso (Reggio Emilia), fucilato la sera del 29 aprile 1945 perché ex cappellano della milizia;
Don Alberto Terilli, arciprete di Esperia (Frosinone), morto in seguito a sevizie inflittegli dai marocchini, eccitati da partigiani, nel maggio 1944;
Don Andrea Testa, parroco di Diano Borrello (Savona), ucciso il 16 luglio 1944 da una banda partigiana perché osteggiava il comunismo;
Mons. Eugenio Corradino Torricella, della Diocesi di Bergamo, ucciso il 7 gennaio 1944 ad Agen (Francia) da partigiani comunisti per i suoi sentimenti d'italianità;
Don Rodolfo Trcek, diacono della Diocesi di Gorizia, ucciso il 1° settembre 1944 a Montenero d'Idria da partigiani comunisti;
Don Francesco Venturelli, parroco di Fossoli (Modena), ucciso il 15 gennaio 1946 perché inviso ai partigiani;
Don Gildo Vian, parroco di Bastia (Perugia), ucciso dai partigiani comunisti il 14 luglio 1944;
Don Giuseppe Violi, parroco di Santa Lucia di Madesano (Parma), ucciso il 31 novembre 1945 da partigiani comunisti;
Don Antonio Zoli, parroco di Morra del Villar (Cuneo), ucciso dai partigiani comunisti perché, durante la predica del Corpus Domini del 1944, aveva deplorato l'odio tra fratelli come una maledizione di Dio.

Conclusione
I giovani imparino a trarre lezione dalla Storia e ascoltino Colui che ha offerto la propria vita su di una Croce; imparino ad amarsi e sulla terra regnerà la pace.