lunedì 28 aprile 2014

GIUSTIZIA ALL' ITALIANA : 25 APRILE IN PIAZZA SAN MARCO, DUEMILA IN PIAZZA, SOLO ALBERT GARDIN DENUNCIATO

25 aprile in Piazza San Marco, duemila in piazza, solo Albert Gardin denunciato.
In Piazza San Marco è stato un raduno pacifico e spontaneo, che si è svolto senza problemi per la Questura, con un'unica eccezione: Albert Gardin denunciato.
Il 25 aprile in Piazza San Marco è stato un raduno pacifico e spontaneo, a cui hanno preso parte bambini, mamme, famiglie intere, tra cui molti con bandiere con il leone di San Marco.
Circa 2.000 i partecipanti che condividono l’ideologia venetista – separatista ma presenti per aggregazione spontanea, una distinzione che porta a considerare la manifestazione ‘non organizzata’ tanto che la Questura avrebbe tenuto un profilo basso senza sentire la necessità di intervenire in alcuno modo. Con un’unica eccezione: Albert Gardin denunciato.
Secondo quanto appreso la Digos di Venezia sta valutando il comportamento dei ‘venetisti’ che hanno festeggiato il loro 25 aprile in piazza San Marco per verificare se, in qualche misura, è stato disatteso l’ordine del questore che aveva vietato la processione nella celebre piazza.
A risponderne potrebbe esserne Albert Gardin denunciato per aver festeggiato San Marco. Gardin, presidente del sedicente ‘Governo veneto’, avrebbe potuto, se la tesi verrà confermata, dare una colorazione politica alla sua presenza e alla presenza dei duemila nostalgici della Serenissima.
Il 25 aprile in Piazza San Marco erano presenti Franco Rocchetta e Lucio Chiavegato, il leader del movimento referendario di ‘Plebisicito.eu’, Gianluca Busato, l’ex segretario della Liga Veneta, Fabrizio Comencini, ma ad avere problemi potrebbe essere il solo Albert Gardin : denunciato.
Redazione [27/04/2014] La Voce di  Venezia
Fonte :

COMMENTO :
I lettori di questo blog già conoscono Albert Gardin, presidente del Governo Veneto  e ne hanno apprezzato  i commenti i commenti in materia di giustizia all’ italiana..
La vicenda di cui sopra, tratta da La Voce di Venezia, è quella di cui abbiamo già parlato,  la processione in onore di san Marco  con un Crocefisso e un gonfalone, come da tradizione cattolica veneta millenaria ) pubblicando proprio un comunicato stampa di Gardin, cioè questo :
Abbiano un altro nobile esempio delle ragioni che giustificherebbe tutti gli Italiani a secedere dalla repubblica democratica nata dalla Resistenza  : questo : circa duemila indipendentisti in piazza, fra cui molti nomi altolocati e inneggiati ( e  scarcerati…)  da autorevoli politici di sinistra, anche estrema e noglobal,  in un tripudio  - legittimo, per inciso  – di bandiere di San Marco, tutti inneggianti la indipendenza veneta , ma uno solo denunciato ! Il sig. Albert Gardin !
Il classico esempio di giustizia all’ italiana che fa un occhiolino alla sinistra e ai furbetti della seggiolina….
Onore a solidarietà da parte di tutti i frequentatori di questo blog al sig. Albert Gardin, che non si nasconde dietro i giochetti sottobanco all’ italiana e lotta per le sue idee a viso aperto. Rischiando di persona e non facendo rischiare gli altri, secondo il metodo dell’ italico “ armiamoci e partite”….[ avv. Edoardo Longo ] .

domenica 27 aprile 2014

RIFLESSIONI SUL LIBRO PIU' MISTERIOSO DEL SECOLO

Ho ripristinato il collegamento a Internet.
Su You Tube all'indirizzo********* troverà le mie videoconferenze.
Le consiglio di dare un'occhiata a quelle riguardanti il significato occulto della bandiera israeliana e di quella italiana ("Bianco, Rosso e Verde: i colori del paradiso perduto" e "Bianco, Rosso e Verde: i colori dell'amore universale"). Spero che non si scandalizzi se studio la Cabala.
Anche Rudolf von Sebottendorff l'aveva studiata quando visse in Turchia presso la famiglia ebrea Termudi (sicuramente Donmeh, cripto-giudei turchi seguaci del falso Messia Sabbatai Zevi).
 In passato Le ho inviato il mio archivio (in italiano, se non ricordo male) sul Sionismo.
Ne ho uno che comprende anche molti "files" in inglese. poichè Lei si è occupato dei "Protocolli", Le invio il file in inglese ma3517, capitolo del libro "Scarlet and the Beast", che si occupa delle origini e delle finalità dei "Protocolli". Non ricordo di averglieLo già inviato. E' uno dei tanti "files" dei miei archivi riguardanti i "Protocolli". Io ritengo che l'autore del capitolo che Le ho allegato abbia colto nel segno: i "Protocolli" furono diffusi da massoni manovrati dagli ebrei ("Rito Memphis Misraim") e membri della "Società Teosofica"(Irina Glynka, discepola della Blavatsky e nel contempo agente dell'"Ochrana").Il fine era  fomentare l'antisemitismo per giustificare la pretesa degli Ebrei di ritornare nella "terra promessa".
 I "Protocolli" furono ideati "verosimili" proprio per essere poi screditati criminalizzando e bollando come antisemiti tutti coloro che avessero scoperto i legami (strettissimi) tra massoneria e l' ebraismo, oggi riconosciuti dal Rabbino Marvin Antelman nella sua opera in 2 volumi "To Eliminate The Opiate".
Lei  probabilmente non condivide questa tesi., ma Le faccio osservare che nei "Protocolli" non si nominano i "B'nai B'rith", benchè fossero molto attivi in Russia sin dalla fine dell'800.
Io ho trovato un rapporto sulla Russia redatto nel 1905 da quest'Ordine (allora segreto).. Uno dei principali attivisti in Russia fu l'Avvocato liberale Genrich Sliozberg. E' disponibile sul mercato il suo libro in russo sulla rivoluzione comunista ma nesuno si è sognato di tradurlo. Ai primi del 1900 una delegazione dei "B'nai B'rith" di cui faceva parte il banchiere Jacob schiff e Genrich Sliozberg si incontrò con lo zar Nicola II (massone martinista affiliato alla loggia " La Croce e la Stella" all'Oriente di Czarskoe Selo).
La delegazione minacciò di far scoppiare la rivoluzione in Russia se agli ebrei russi  fossero stati riconosciuti sudditi come gli altri. Lo zar Nicola II, Rasputin (presente all'incontro con la delegazione) e l'Ochrana sapevano dell'esistenza dei "B'nai B'rith" ma i "Protocolli"  non ne parlano.
 Il primo a parlarne fu il Gen. zarista Netchvolodow nel suo libro "L'Empereur Nicholas II et Les Juifs" pubblicato a Parigi nel 1924 dalla casa editrice "Chiron".
Io ne ho trovato una copia nella biblioteca comunale di *************** e ne ho fotocopiato la I parte.
Inquietante è poi la notizie riferita da James Webb nel cap.IV ("La cospirazione contro il mondo") nell'ottimo libro "Il sistema occulto" Ed. SugarCo del1976.
Auguri di Buona Pasqua !
e.c. [1]





[1] Pubblichiamo le interessanti riflessioni in materia del più controverso libro del mondo ( i protocolli  dei Savi di Sion ) di un nostro Lettore e anticipiamo che per le nostre edizioni a breve sarà pubblicato uno studio in proposito del prof. Carlo Mattogno [ edizioni della Lanterna ]

giovedì 24 aprile 2014

UNA REPUBBLICA NATA CORROTTA

di Filippo Giannini

O italiani, quale Stato vi aspettavate da una Repubblica nata dagli scenari di Piazzale Loreto?

Stato corrotto, Nazione appestata, Magistratura allineata. E non poteva che essere così.

E’ certo che i nostri legislatori (o “Padri della Patria”) non  hanno perso tempo. Gli scandali (che parola strana) sono iniziati con la nascita - sarebbe meglio dire “aborto”  dell’Italia “liberata”.

Quanti italiani oggi ricordano il caso del principe Don Giulio Pacelli (nipote di Pio XII) e del conte Stanislao Pecci  (pronipote di Papa Leone XIII)? E siamo appena al 1947, due anni dalla tanto desiderata cacciata della “cupa tirannia”. Erano personaggi al centro di uno scandalo finanziario, risolto poi a favore dei due nobili signori – neanche a dirlo – dal giovane Giulio Andreotti.

Quanti ricordano il “Progetto Fiumicino” (primi anni 1960)? Fu un classico esempio di sperpero del denaro pubblico e di incapacità tecnica; uno dei tanti casi di lotta di potere fra uomini della Democrazia Cristiana.

Il “caso Fiumicino” era ancora all’attenzione del “Popolo sovrano” quando ecco scoppiare un nuovo scandaletto. L’ordinario di Economia Agraria di Napoli, professor Manlio Rossi Doria, denunciava un gigantesco fenomeno di “clientelismo di Stato” a favore della DC: la “Federconsorzi” aveva indebitamente incassato 1.064 miliardi (al valore di allora). L’onorevole Paolo Bonomi, presidente della “Coldiretti”, organizzazione democristiana committente della “Federconsorzi”, rimase coinvolto nella faccenda. E’ superfluo sottolineare che non solo tutto fu impantanato, ma, grazie al clima politico instaurato dagli uomini che si avvicendarono dal 1948 al Ministero dell’Agricoltura, questi riuscirono addirittura ad evitare che ulteriori operazioni si svolgessero al riparo da ogni controllo sia del Parlamento, sia del Governo, ma anche della Corte dei Conti.

Siamo ancora nel 1963, e quasi a gemellaggio degli scandali precedenti, venne alla luce lo “scandalo delle banane”. Era il momento della famiglia Caltagirone e del suo amico il Ministro Franco Evangelisti. Fu solo per un caso che questo scandalo si ampliò; infatti Caltagirone aveva organizzato un sontuoso banchetto nel ristorante più alla moda di Palermo, il “Charleston”; a capotavola sedeva l’onorevole Giacomo Mancini, il quale, forse per l’eccessivo appetito (ricordiamolo era un socialista) si sentì male tanto da essere trasportato in ospedale, fu a causa di questo malore che la notizia si divulgò in tutta Italia.

 Vi ricordate – siamo nel 1976 – lo scandalo degli aerei “Hercules”? L’entità del furto di pubblico denaro, operato a favore dei soliti noti, può trovare le sue dimensioni secondo quanto ebbe a dire il presidente della “Lockheed”, società costruttrice degli “Hercules”: <Dal  ’70 al ’74 abbiamo speso tre miliardi per corrompere politici e funzionari pubblici italiani, per convincerli ad accettare gli “Hercules>. Da questa dichiarazione venne fuori, su indicazioni dell’avvocato della “Lockheed”, l’”Antelope Cobbler”, nome in codice di uno dei politici italiani corrotti. Fra gli altri nomi vennero indicati anche quelli di Luigi Gui e Mario Tanassi, che ritengo siano stati i capri espiatori di nomi ben più illustri. Rinviati in giudizio davanti alla Corte Costituzionale, il primo (Gui) fu assolto, il secondo (Tanassi) condannato. Durante il processo vennero coinvolti personaggi di primissimo piano, quali l’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Leone e i fratelli Antonio e Ovidio Lefebvre.

Fu Mino Pecorelli a denunciare sul suo giornale “OP” la “supertruffa dei petroli”. Voglio ricordare che questi fu assassinato dai “soliti ignoti” nel 1979. Le vicende che riguardano il povero Pecorelli sono cose normali tanto che vide l’assoluzione di Giulio Andreotti indagato quale mandante dell’omicidio. In merito a questa truffa, il petroliere Silvio Brunelli rese questa testimonianza ai giudici di Treviso: <Affidavamo a un nostro collaboratore fidatissimo un compito particolare. Ogni mese doveva andare a Roma portandosi delle borse piene di milioni. Circa 200 milioni al mese. Questi soldi servivano infatti a pagare i vertici della Finanza che sapevano della truffa dei petroli e dovevano continuare a chiudere un occhio. I finanzieri non erano i soli ad esser pagati>. Un danno per lo Stato ancora oggi non ben definito,  ma, si dice, tra i duemila e i quattromila miliardi. I nomi dei politici coinvolti: il democristiano Sereno Freato, consigliere di Aldo Moro, i socialisti sottosegretari Giuseppe Di Vagno e Maria Magnani Noya. Fu in questa circostanza che il senatore missino Giorgio Pisanò accusò il Ministro democristiano dell’Industria Toni Bisaglia; che querelò il suo collega senatore. Nel giro di assegni fraudolenti risultarono coinvolti, Liliana Fantasio, anch’essa collaboratrice di Aldo Moro; e Giuseppe Di Vagno, socialista, questi giustificò il possesso di assegni sospetti sostenendo che erano “consulenze particolari”: consulenze che, tuttavia, non vennero denunciate nella sua dichiarazione dei redditi. Anche il “golden boy” del calcio italiano, Gianni Rivera, figurò fra gli imputati per un assegno, intestato a suo nome, di 50 milioni di lire.

Vi ricordate Michele Sindona? Questo finanziere  (siamo a metà degli anni ’70) fu l’intestatario di uno “scandalo da insalata all’italiana” che vide coinvolti politici, logge massoniche, alta finanza, mafia. Ricorderete certamente la fine dell’uomo di Patti: avvelenato (misteriosamente) in carcere, secondo lo stile dei Borgia .

E vogliamo tralasciare il “suicidato” Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei “Black Friars” a Londra? Calvi si portò dietro oscuri intrecci con la P2 e con uomini politici “d’onore”. Adriano Zampini, un faccendiere torinese, rivelò nel 1983 di aver corrotto rappresentanti della Giunta rossa di Torino guidata da Diego Novelli e dal vicesindaco Enzo Biffi Gentili.

Un’istruttoria aperta dal magistrato russo Stepankov avrebbe accertato che solo dal 1971 al 1990 il Partito Comunista Italiano avrebbe ricevuto oltre 47 milioni di dollari da Mosca (valore dell’epoca). E i magistrati italiani che hanno indagato su questo scandalo hanno dovuto chiudere l’inchiesta <pur sussistendo concludenti e persuasivi elementi sulla rilevantissima ed operante invocata contribuzione del Pcus al Pci, ecc. ecc.>. Come dire: una mano lava l’altra ed entrambe fregano il popolo italiano.

Quanto ci costa questo paradiso di libertà e di democrazia nel quale abbiamo la fortuna di vivere? Cifre da pazzi, che sarebbe veramente interessante confrontarle con quelle dell’”infame Regime”.

E qui mi fermo, perché siamo arrivati a giorni più recenti, giorni che hanno visto il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della sua scorta. Un mistero che rivela, però, la demoniaca capacità di uomini maestri di intrighi, di corruzione, di spietata determinazione, il cui unico scopo è il mantenimento del potere: quel potere che è stato loro affidato dai “liberatori”. Questo è stato possibile grazie all’eliminazione di quell’apparato che per almeno vent’anni li aveva allontanati dalle leve di gestione.

 Qualche lettore, che ha avuto la cortesia di leggermi sino ad ora, potrebbe essere tentato di chiedermi se “in quel periodo” ci furono scandali simili. Senz’altro no! Il più noto vide primo attore  (erano gli anni 1928-1929) l’allora Podestà di Milano, il fascista Belloni che, approfittando della sua carica, fece approvare un piano regolatore edilizio che prevedeva la demolizione di alcuni edifici nella zona intorno al Duomo. In combutta con alcuni amici e parenti, fece acquistare, a prezzi stracciati, quelle proprietà “condannate”. Come seconda operazione il Belloni fece modificare il precedente piano così da salvare quegli edifici da lui e dagli amici acquistati. Se la truffa fosse andata in porto i “malandrini” avrebbero potuto godere di grandi ricchezze immobiliari. Fu Farinacci che denunciò il losco affare direttamente a Mussolini, il quale – è noto  aveva, fra gli altri, il grave difetto caratteriale quasi maniacale di rispettare il pubblico denaro – denunciò i truffatori alla magistratura. Belloni e gli altri furono condannati a pene carcerarie pesantissime, pene tutte interamente scontate in carcere.

Esattamente come oggi…  Vero?

Tornerò sull’argomento, perché c’è tanto, ma tanto da aggiungere.


La Provvidenza ci aveva mandato un uomo onesto e costruttivo. Gli italiani lo hanno assassinato e il suo corpo appeso per i piedi e, ancora oggi, vilipeso. Ecco perché quando assisto a ruberie e furbetteie da parte dei politici ne godo. E pensate che ancora oggi c’è gente che festeggia la data della liberazione.

E per spiegarmi meglio voglio ricordare quanto ebbe a dire il deux ex machina della mascalzonata dei Trattati di Versailles, il Presidente venuto da Oltre Oceano Thomas Woodrow Wilson nel corso di una serie di lezioni ai ragazzi americani  alla Columbia University: <Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute. Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo, venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate o impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo utile trascurato o inutilizzato>.

Molto esplicito, è vero?

Avrei tanto altro da aggiungere, lo farò prossimamente.


NOTA :

Di Filippo Giannini abbiamo pubblicato :


CHI HA PAURA DI UNA PROCESSIONE RELIGIOSA ? DITTATURA GIACOBINA IN ITALIA

25 aprile 2014: grande raduno popolare veneto in Piazza San Marco alle ore 16, vietata invece la Processione di San Marco.

Vietata la "Processione di San Marco" prevista in Piazza San Marco il 25 aprile 2014, dalle ore 15 alle 15.30.
 Il Governo Veneto, contestando la validità giuridica del provvedimento comunque giustificato, conferma l'effettuazione della Processione nei termini che era stata prevista e annunciata. Da parte nostra si tratterà di una "disobbedienza civile" ad un provvedimento antidemocratico e persino anticostituzionale (violazione dell'art. 17 della Costituzione italiana), una disobbedienza civile sull'esempio di Gandhi o di Martin Luther King. La processione partirà alle ore 15 preceduta da un Crocifisso e dal gonfalone marciano. Non si tratterà di una manifestazione politica ma di una celebrazione civico-religiosa nella tradizione della Serenissima.
Sappiamo a quali conseguenze andiamo incontro ma crediamo che sia ancora una volta importante testimoniare e difendere i nostri valori patriottici veneti.
Nota bene: il divieto non riguarda invece il raduno spontaneo delle ore 16 che rimane libero. Speriamo dunque di ritrovarci numerosi in Piazza San Marco con il gonfalone per far rivivere la forza e la voce di San Marco. Siamo convinti che il raduno di San Marco sarà una espressione di popolo degna della nostra storia. Viva San Marco !
Albert Gardin
Presidente del Governo Veneto

mercoledì 23 aprile 2014

IL RIBELLE

Di Centro Studi Identità Nazionale

“Il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disp...erse nei canali delle istituzioni. Qui, purché sopravviva in lui qualche purezza, tutto diventa semplice.”
(da il TRATTATO DEL RIBELLE di Ernst Junger - p. 114).

Venuto alla luce pochi anni dopo il secondo conflitto mondiale, nel momento in cui gli assetti del mondo si erano ristabiliti ed era chiaro a tutti quali fossero i nuovi equilibri e i nuovi imperi dominanti, Il Trattato del Ribelle è il testo di Jünger più importante ed emblematico; una lucida e coinvolgente analisi su come orientarsi nel mondo a noi contemporaneo, su come combattere il Leviatano di questo tempo e sbarrare la strada ai prossimi Titani. È un manuale di resistenza, laddove resistere significa riscoprire e ritrovare il proprio sé in un mondo che – grazie al potere della burocrazia, della scienza e della tecnica – cerca sempre più di svuotarlo di significato. Il Ribelle jungeriano – l’anarca – è colui che sceglie di “passare al bosco”, di abbandonare la nave in perenne e improduttivo movimento, emblema di un materialismo sempre più padrone delle coscienze del tempo, per passare a uno stadio immoto, cosmico, spirituale – il bosco, per l’appunto, dimora dell’essere nella quale l’io torni a vincere sulla massa, su un noi collettivo sempre più impersonale e spersonalizzante.

È un viaggio affascinante attraverso le contraddizioni dei sistemi democratici e i valori ribaltati della modernità – è fortissima, in tutta l’analisi jungeriana, l’influenza del pensiero di Friedrich Nietzsche, laddove è restituito chiaramente l’incubo profetico nietzscheano rispetto alla transvalutazione di tutti i valori, “il mondo reale che diventa favola”, e all’ “ospite inquietante”, il nichilismo, fino ad arrivare alla potente immagine del “deserto che avanza”, territorio in cui estende il suo potere malefico il Leviatano, preparando il terreno ai futuri Titani -, nel quale il filosofo tedesco ci frastorna ancora una volta con numerose immagini, potenti allegorie, suggestive ed inquietanti visioni, mescolando il tutto con la sua innata predisposizione d’antropologo e di scienziato politico e sociale.

Le prime considerazioni critiche riguardano i sistemi elettorali democratico-parlamentari e l’inganno al loro interno contenuto, non meno che nei sistemi plebiscitari che si mascherano da libere elezioni: “L’arte del comando consiste semplicemente nel porre la domanda nel modo giusto, essa si rivela altresì nella messa in scena, nella regia di cui detiene il monopolio. L’evento va presentato come un coro assordante che suscita insieme terrore e ammirazione” (p.13). L’inganno democratico e plebiscitario è anche e soprattutto linguistico, e la coercizione derivante – come insegnava anche Toqueville – è data dalla minaccia d’emarginazione sociale. In buona sostanza, Jünger rivendica la possibilità di dire “no”, un no percepito dalla massa come sintomo di una minoranza pericolosa, tacciato dal potere dominante addirittura come criminale. Chi dice no, per Jünger, ha scelto di passare al bosco, ha scelto la libertà, ha scelto una via più ardua e difficile, ma l’unica possibile per rigenerare il proprio sé. Destabilizzare il potere costituito è già un modo per svincolarsi dalla sua egemonia, in quanto “l’elettore si trova davanti a un vero paradosso, perché a invitare a sceglierlo liberamente è un potere che, per parte sua, non ha alcuna intenzione di rispettare le regole del gioco.” (p.24)

Il passaggio al bosco è una via difficile e irta di ostacoli, perché presuppone di abbandonare la nave, luogo sicuro ma privo di passioni e sussulti in cui i singoli individui non sono più tali e vengono fagocitati dal sistema, divenendo massa informe, pensiero unico, impossibilità di scalare i gradi dell’essere, di essere liberi. Ma non basta dire no per essere Ribelle, non basta sganciarsi da burocrazia e statistiche, bisogna sapersi distinguere nell’immenso gregge dell’umanità, rendere visibile prima alla coscienza e poi al mondo la propria libertà di individuo, per incrinare le certezze del potere e insinuare il dubbio di ribellione nella massa: “…tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in sé stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti.” (p.33)

Gli eroi del mondo dominato dalla tecnica sono per Jünger Il Lavoratore (cfr. L’operaio) e il Milite Ignoto, in differente modo figli dei “mondi fiammanti”, delle “devastazioni meccaniche”, protagonisti nobili della lotta per i materiali, motivo primo dei conflitti e degli imperialismi novecenteschi, democratici e non. Al Lavoratore e al Milite Ignoto si aggiunge il Ribelle: se il Lavoratore è colui che piega al suo volere la materia, e dunque manifesta il suo dominio sulla tecnica, il Milite Ignoto è la vittima sacrificale sull’altare della democrazia formale; per ultimo il Ribelle è chi “nel corso degli eventi si è trovato isolato, senza patria, per vedersi consegnato all’annientamento”. Ma il Ribelle, come oramai sarà chiaro, è destinato per sua natura a opporre viva resistenza, contrapponendosi all’automatismo e ribadendo il suo no, che potremmo definire il suo peculiare grido di libertà.

Egli ha scelto di passare al bosco, e lo ha fatto per combattere l’angoscia e la paura, sentimenti che imprigionano la massa al muro del tempo. Jünger utilizza la suggestiva allegoria del Titanic, per evocare la massa sulla nave, li dove sopravvive e prolifera il terrore per la finitezza, per la caducità dei corpi, per il vuoto di senso rispetto alla vita, per l’incognita relativo a ciò che è soprasensibile e ingovernabile attraverso la ragione. Paure e angosce esistenziali che si avvitano in un movimento su sé improduttivo e senza orizzonte di senso: questo è dimorare nella nave, essere massa. Il Ribelle sfida la paura, la sconfigge e la riconverte in nuovi orizzonti di senso, nella consapevolezza che solo l’uomo liberato dal timore può combattere il Leviatano, il deserto che avanza: “In questo vortice, la questione fondamentale è se sia possibile liberare l’uomo dal timore. Obiettivo di gran lunga più importante che rifornirlo di armi o provvederlo di medicinali. Forza e salute sono prerogativa degli impavidi. Il timore, invece, stringe d’assedio anche – anzi, soprattutto – chi è armato fino ai denti.” (p.48)

Il singolo è l’antagonista del Leviatano, il suo unico contraltare; il singolo sceglie il proprio destino, si eleva dalla massa, non è più numero ma individuo. Il bosco è il territorio in cui l’uomo trova questa consapevolezza; prima dormiente e poi desto, prima in una dimensione cosmico-spirituale, poi dandosi all’azione. Nel passaggio al bosco è la genesi del Ribelle, colui che vince gli inganni del tempo e dell’illusione, che surclassa la materia perché ha le giuste armi per distruggere – anche semanticamente - i mostri di metallo. A questo proposito, Jünger ci dona uno dei suoi consueti e affascinanti passaggi visionari: “ Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria. Come l’uomo le ha costruite così le può demolire, ovvero le può inserire in un nuovo ordine di significati. I vincoli della tecnica si possono infrangere, e a farlo può essere proprio il singolo.” (p.52)

Il Ribelle non subisce la legge del tempo, vive nella storia ma è a suo modo sovrastorico e sovratemporale, utilizza le tecniche e le idee a lui contemporanee per riconvertirle in forze superiori che “non si esauriscono mai in puro movimento”. Egli non mira solo alla conquista di una dimensione interiore che lo sollevi dal grigiore del presente, ma convoglia questi sforzi e le sue nuove consapevolezze per liberare i regni materiali dall’egemonia del Leviatano. In quest’ ottica, tutta la riflessione di Jünger poggia sulla presa di coscienza che la Germania sia stata brutalizzata dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, e che i nuovi assetti – la divisione in due della sua patria, dominata da due apparentemente opposti ma speculari poteri – motivino più che mai alla ribellione e alla rivolta del singolo per ripristinare se non addirittura migliorare l’ordine preesistente. Tornare ad essere uomini liberi, per fare la storia: “La storia autentica può essere fatta soltanto da uomini liberi. La storia è l’impronta che l’uomo dà al destino. In questo senso possiamo dire che l’uomo libero agisce in nome di tutti: il suo sacrificio vale anche per gli altri.” (p.65)

Nonostante il progresso, le evoluzioni della scienza, l’uomo rimane identico a sé stesso di fronte al muro del tempo e alle leggi del destino. Da che mondo è mondo, sono sempre le passioni e i pregiudizi a muovere gli esseri umani: “Il mondo è costruito in modo tale che pregiudizi e passioni esigono sempre il loro tributo di sangue, ed è bene sapere che ciò non muterà mai”. (p.78). Non esistono parole o pensieri nuovi, per nobili che siano, che non abbiano generato sangue, vendette, guerre, rivoluzioni, sopraffazioni. Il miraggio delle nuove formule, delle evoluzioni scientifiche, resta una metafora e un’ allegoria del tempo, rispetto ai giochi del destino e alla consapevolezza dell’inconoscibilità dell’assoluto. Quello che può mutare in maniera salvifica è il linguaggio: Jünger, nella sua personale battaglia contro il nichilismo affianca, pur in diversa forma, l’ Heidegger post Essere e tempo, nell’individuare il linguaggio poetico come linguaggio dell’essere (ambedue guardano a Holderlin e alle sue liriche), antidoto contro il dominio del linguaggio tecnico-scientifico.

Il problema di fondo è sempre quello della libertà, per il filosofo tedesco. E la libertà può essere solo appannaggio del singolo, individuale. E qui Jünger ribalta il concetto classico della modernità, centrato su un ordine di tempo lineare, orizzontale, in cui la propaganda, attraverso i sistemi democratici o plebiscitari, vagheggia sempre – supportata da fumosi supporti giuridici – di una imprescindibile libertà da. La libertà del Ribelle è al contrario una libertà di, una libertà per; di più, è qualcosa di connaturato nell’individuo. Preesiste al suo essere nel mondo e nel tempo. A tal proposito, questo passo è illuminante: “Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza non vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna essere liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza – soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla” (p.120). E allora non esisteranno prigioni e tiranni, perché la libertà dimorerà in una dimensione intima e inattaccabile, spirituale, sovrasensibile, sovratemporale: “La nuova libertà è quella antica, assoluta, che riappare nella veste del tempo; farla trionfare sempre, eludendo le astuzie dello spirito del tempo: questo è il senso del mondo storico” (p.120).

Jünger conclude l’opera con una riflessione sull’importanza della parola, sul potere dei nomi, a ribadire la supremazia del linguaggio su tutti gli altri dominii sensibili: “La legge e la sovranità, nei regni visibili e persino in quelli invisibili, hanno origine nell’impostazione dei nomi. La parola è materia dello spirito e, in quanto tale, idonea a edificare i ponti più arditi; essa è anche lo strumento supremo del potere” (pp.131-132).

Un testo potente e attualissimo, anche a distanza di più di mezzo secolo, Il Trattato del Ribelle mi capitò per la prima volta tra le mani a vent’anni. Libro complesso per questa età, ma nondimeno capace di accendere quei fervori salvifici e rivoluzionari che fanno bruciare di passione la giovinezza e dischiudono le porte alla ricerca di sé. Certo non tutto può essere interiorizzato, a vent’anni, ma riletto nel tempo e riaggiornato al tempo, sempre e comunque – nell’insegnamento di Jünger – eludendo il tempo, è un’opera che restituisce la consapevolezza che l’individuo, per essere tale, per trovare la via del sé, deve sapersi emancipare dalla massa, dai luoghi comuni, dalle maggioranze, dall’omologazione sociale e culturale, cercando di inoltrarsi nei tortuosi sentieri che portano al bosco. Leggere Il Trattato del Ribelle in un tempo crudele e alienante come quello in cui viviamo è quanto mai utile a ridestarci, invitandoci a sconfiggere le nostre piccole-grandi paure, cercando un’identità che trascenda la semplice dimensione materiale; un orizzonte di senso che non si arresti sulla soglia della ragione, ma che provi a guardare oltre il muro ingannevole del tempo che ci ospita.

 Centro Studi Identità Nazionale

martedì 22 aprile 2014

E' CADUTO UN TABU'

E' caduto un tabù. Un politico (Grillo) si rifiuta di chiedere scusa alla comunità ebraica. Prima assoluta nella storia della Repubblica.
Potete girarla come volete e parlare secondo antipatia o simpatia, ortodossia ideologica o che altro. ...Ma è certificato ed è rottura di un tabù. Nessun personaggio noto, famoso e di alto impatto mediatico ha fino ad ora dichiarato di rifiutarsi di scusarsi con la comunità ebraica. Anzi, oggi ha rilanciato riproponendo la foto incriminata. Trovatemene un altro, se ci riuscite.

Maurizio  Murelli

CI SCRIVE MARIA MARINI, PRIGIONIERA POLITICA PER L' INDIPENDENZA DEL VENETO



VENEZIA, CARCERE DELLA GIUDECCA,  14 APRILE 2014.



Gentile avvocato Longo, qua  in carcere  l'unica cosa che mi sostiene è la fede in Dio, il Vangelo  mi dà conforto soprattutto in questi giorni che precedono la S. PASQUA.

Mi ritrovo rinchiusa qui accusata assurdamente di “Associazione eversiva di terrorismo” …incredibile!!

Ed eccomi qui, rinchiusa in carcere, trattata da terrorista, guardata a vista, peggio di chi ha ammazzato la gente senza coscienza, con tanta crudeltà, ma loro non sono “pericolose”, io per loro invece sì.

Eppure non ho fatto nulla,  ma hanno intercettato una telefonata in cui io non mi riconosco completamente.

 Non so cosa mi succederà,  mi aspetto una lunga condanna perchè le accuse sono pesanti e quando si va contro lo STATO ITALIANO non ne vieni fuori....

 Lei è avvocato e sa meglio di me come stanno le cose verso chi è ingiustamente accusato di accuse come quella attribuita a me.

Confido solo in Dio che mi aiuti ad accettare questo Calvario e mi dia la forza per continuare ad avere fiducia e speranza che questo incubo finisca.

La ringrazio molto anche della lettera scritta da Giurastante, ( [1] )  mi ha fatto molto piacere la sua riflessione. Se lo vede me lo saluti e lo ringrazi tanto per me. Il mio augurio che per Trieste la strada dell’ indipendenza  non abbia queste ripercussioni, come è avvenuto per noi Veneti.

La ringrazio ancora di vero cuore e spero un giorno non molto lontano,  di poter venire da lei di persona per essere più chiara in tutto ciò che mi sta capitando.

La saluto cordialmente  e ringraziandola ancora le auguro una Serena e BUONA PASQUA e che Dio la BENEDICA.

Maria Marini [2]


PER SAPERNE DI PIU' LEGGI I LIBRI DELLA LANTERNA SCRITTI DA ESPONENTI DELL' INDIPENDENTISMO VENETO E TRIESTINO :


https://www.facebook.com/Indipendenza-Veneta-990518167695754/





[1] Si riferisce al post “ Io sono veneto” pubblicato su questo blog : http://edoardolongo.blogspot.it/2014/04/io-sono-un-veneto.html  [ NDR ] .

[2] Abbiano ricevuto una lettera da Maria Marini, arrestata giorni fa nell’ ambito della aggressione giudiziaria nei confronti di vari indipendentisti veneti.

In ossequio allo spirito libertario e democratico che anima questo blog che combatte il sistema totalitario italiano e la vergogna dei processi politici ai dissidenti, la abbiamo pubblicata, anche come gesto concreto di solidarietà a chi è in carcere solo per aver pubblicamente sostenuto idee di opposizione alla dittatura  finanziaria che oggi ci opprime tutti in Italia  [ avv. Edoardo Longo ] .

STORIA DI UN TERREMOTO POLITICAMENTE SCORRETTO


di Filippo Giannini

Scrivo questo articolo in occasione della ricorrenza del terremoto che alcuni anni fa distrusse L’Aquila e ancora in stato di distruzione. Mi avvalgo di una mail inviatami da Marco (non sono autorizzato ad indicare per intero le generalità, quindi mi avvalgo di indicare solo il nome). La mail è un insieme, forse esagerato, di esaltazioni dei miei lavori, ma assicuro il lettore che non è questo il motivo che presento detta mail, ma questa è un compendio dei miei pensieri sull’operato di Benito Mussolini.

Questo è il motivo che la propongo al blog  con il quale collaboro.

GENTILISSIMO SIG. GIANNINI ,

MI CHIAMO MARCO , HO 40 ANNI E SONO DI FRANCAVILLA FONTANA ( BRINDISI ) .
HO AVUTO IL PIACERE DI LEGGERE ALCUNI DEI SUOI BELLISSIMI LIBRI SU MUSSOLINI , OVVERO SULLA CONTROSTORIA DI MUSSOLINI .

TROVO DAVVERO INGIUSTO CHE TUTTO CIO' CHE E' STATO FATTO DAL DUCE NEL VENTENNIO SIA STATO CELATO PER VOLONTA' POLITICA PERCHE' " SCOMODO " E PERCHE' IL CONFRONTO IMPALLIDIREBBE  .

TROVO CHE LA LUNGIMIRANZA  DI MUSSOLINI NEL PREVEDERE CHE SAREMMO DIVENTATI UNA " COLONIA "  SI E' AVVERATA : TUTTO IL MONDO  CI HA DEPREDATO DI TUTTE LE RICCHEZZE DI CUI POTEVAMO ESSERE FIERI ( MI RIFERISCO ALLA VENDITA DI  MOLTISSIME AZIENDE INDUSTRIALI , FAMOSI   MARCHI ITALIANI ... ) CEDUTI  A  STRANIERI DI TUTTO IL MONDO ; E POI  IMMIGRAZIONE NON CONTROLLATA CON CONSEGUENTE DISOCCUPAZIONE , POVERTA', DELINQUENZA E   DECADIMENTO GENERALE DELLA NOSTRA BELLA NAZIONE UN TEMPO RISPETTATA E CONSIDERATA .

TROVO CHE L' EGOISMO , IL MENEFREGHISMO  E GLI ARRICCHIMENTI PERSONALI DELLA POLITICA SIANO LA CAUSA DI TUTTO CIO' .

IL LAVORO , CHE DOVREBBE ESSERE UN DIRITTO SANCITO DALLA COSTITUZIONE , NON E' AFFATTO CONSIDERATO E LA GENTE ARRIVA ANCHE AL  SUICIDIO  PER LA MANCANZA DI ESSO , MA IN CHE MONDO SIAMO ? 

VORREI TANTO VEDERE QUEI TANTI "POLITICANTI" RIMANERE SENZA UN LAVORO E VIVERE DI STENTI TUTTA LA VITA , LE PARE GIUSTO ? IL LAVORO E' ANCHE DIGNITA'.

IO PER FORTUNA SONO UN DIPENDENTE PUBBLICO, LAVORO COME INFERMIERE A TEMPO INDETERMINATO  IN OSPEDALE E COL MIO MODESTO STIPENDIO NON POSSO LAMENTARMI , NON PRETENDO NULLA DI PIU' .

ODIO QUESTO MODO DI ACCAPARRARSI LA RICCHEZZA A QUALSIASI COSTO E CON TUTTI I MEZZI ED ESCLUDERE LE CATEGORIE DI PERSONE ONESTE ED UMILI CHE PAGANO LE TASSE E NON HANNO NESSUN AIUTO DALLO STATO. PER NON PARLARE POI DELLE ASSOCIAZIONI CRIMINALI COME LA  NDRANGHETA E LA MAFIA CHE SE ESISTONO  E' PER COLPA ESCLUSIVA DELLO STATO CHE HA LASCIATO PROLIFERARE SENZA BLOCCARE L'INNARRESTABILE CONTROLLO DEL TERRITORIO DA PARTE DI QUESTE BANDE  CRIMINALI CHE CON LA CORRUZIONE SOPRATTUTTO HANNO ROVINATO IN MANIERA IRREFRENABILE IL SISTEMA .

PROVO TANTO RANCORE  CHE IL CAPITALISMO , LA CORRUZIONE , IL LIBERISMO  ABBIANO PORTATO A CONSEGUENZE CHE MUSSOLINI AVEVA GIA' PREVISTO NEGLI ANNI DEL SUO GOVERNO ( LA SUA ERA DAVVERO LUNGIMIRANZA )  .

CI SIAMO ROVINATI ANCHE  PER L' EURO OVVERO PER LA MANCANZA DI CONTROLLO SULL ECONOMIA NAZIONALE ( SOVRANITA' MONETARIA ) , E L' ITALIA E' IL PAESE DELLE OPERE INCOMPIUTE QUANDO PENSANDO AL VENTENNIO ERA TUTTO  UN CANTIERE E SI FONDAVANO CITTA' INTERE NEL GIRO DI DUE ANNI E OPERE PUBBLICHE COLOSSALI IN POCHI MESI IN ITALIA E NELLE COLONIE ( VIENE DA CHIEDERSI MA ALLORA C' ERA ENORME DISPONIBILITA' DI DENARO CHE POTEVA ESSERE IMPIEGATO PER RISANARE LO STATO DELLE CARENZE DI OPERE PUBBLICHE ; QUESTO OGGI E' IMPENSABILE  PERCHE' LA RICCHEZZA E IL MONOPOLIO  E' NELLE MANI DI POCHI E LA POLITICA UTILIZZA IL DENARO PER SCOPI EGOISTICI E PRIVATI CON SPRECHI DI DENARO PUBBLICO, QUEL DENARO PUBBLICO CHE MUSSOLINI DEFINI' "SACRO" , PROVENIENTE DAL SUDORE DELLA FRONTE  E CHE MAI DOVEVA ESSERE SCIUPATO!).

PECCATO CHE NON CI SIA UNA VIA DI USCITA; FINCHE' ESISTERA' LA DEMOCRAZIA NON FUNZIONERA' MAI NIENTE , E UN ALTRO MUSSOLINI NON CI SARA' PIU' : FARANNO DI TUTTO PER CELARE PER SEMPRE LA VERITA' STORICA DEL VENTENNIO E I SUOI BUONI PROPOSITI ; CI VORREBBE DAVVERO UNA VERA RIVOLUZIONE MA CIO' NON AVVERRA' MAI, CI SONO TROPPI INTERESSI PERCHE' TUTTO RIMANGA COSI' COM 'E' ...

DAI  SUOI LIBRI HO APPRESO MOLTE NOTIZIE  SCONOSCIUTE ED INEDITE , CONGRATULAZIONI. LIBRI COME I SUOI NE HO TROVATI POCHI IN GIRO, BISOGNA AMMETTERE LA VERITA' STORICA COME FA LEI , BISOGNA ESSERE ONESTI E DI COSCIENZA; ANCHE QUESTO VOLEVA MUSSOLINI; "L' UOMO NUOVO" INTESO COME  L' UOMO NON CORROTTO, ONESTO, RESPONSABILE, SERIO E PRECISO ... PROPRIO COME ERA LUI , LEI COSA NE PENSA?    

Sin qui la mail di Marco (al quale dedico l’articolo che segue), e per rispondere a quanto mi chiede circa il “lei cosa ne pensa?”, riporto quanto mi accadde alcuni anni fa.   Ho lavorato diverso tempo all’estero, ma nel mio pendolare mi trovai in Italia nel 1980, proprio nell’anno del terremoto che devastò l’Irpinia. Nelle ore immediatamente successive al tragico evento, ascoltavo le ultime notizie alla radio e fui colpito  da una stranezza: un contadino del luogo che stava rispondendo alle domande di un intervistatore, raccontava di aver avuto la casa completamente distrutta e, cosa ancor più grave, di aver perso la moglie e una figlia. Alle insistenti domande del giornalista, il pover’uomo rispondeva che tutto il paese era stato raso al suolo, ma le uniche case che avevano resistito al sisma erano quelle costruite a seguito del terremoto del 1930. A questo punto il contatto si interruppe, ma in modo così maldestro da convincermi che era cosa voluta. 

   1930? Un terremoto? Non ne sapevo niente. Incuriosito volli indagare e scoprii cose turche, turchissime.

   Prima di addentrarmi ancora nel discorso, chiedo venia perché questo argomento fu da me trattato in altra occasione e per alcuni lettori potrei sembrare ripetitivo.

   Ecco dunque i fatti, ricordando che stiamo trattando di un avvenimento accaduto più di ottanta anni fa, quando le attrezzature tecniche non erano così sofisticate come quelle di oggi.

   La notte del 23 luglio 1930 uno dei terremoti più devastanti (6,5° Scala Richter) che la nostra storia ricordi (1.500/2.000 morti) colpì vaste aree della Campania, della Lucania e del Subappennino pugliese: all’incirca, cioè, quelle stesse regioni colpite dal sisma del novembre 1980 (6° Scala Richter).

   Mussolini, appena conosciuta la notizia, convocò il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo Di Crollalanza, certamente uno dei più prestigiosi componenti del Governo di allora e gli affidò l’opera  di intervento.

   Araldo Di Crollalanza, in base alle disposizioni ricevute e giovandosi del RDL del 9 dicembre 1926 e alle successive norme tecniche del 13 marzo 1927 (ecco come è nata la Protezione Civile), norme che prevedevano la concentrazione di tutte le competenze operative, nei casi di catastrofe, nel Ministero dei Lavori Pubblici, il Ministro fece effettuare, nel giro di pochissime ore, il trasferimento di tutti gli uffici del Genio Civile, del personale tecnico, nella zona sinistrata, così come era previsto dal piano di intervento e dalle tabelle di mobilitazione che venivano periodicamente aggiornate.

   Secondo le disposizioni di legge, sopra ricordate, nella stazione di Roma, su un binario morto, era sempre in sosta un treno speciale, completo di materiale di pronto intervento, munito di apparecchiature per demolizioni e quant’altro necessario per provvedere alle prime esigenze di soccorso e di assistenza alle popolazioni sinistrate. Sul treno presero posto il Ministro, i tecnici e tutto il personale necessario. Destinazione: l’epicentro della catastrofe.

   Naturalmente, come era uso in quei tempi, per tutto il periodo della ricostruzione, Araldo Di Crollalanza non si allontanò mai dalla zona sinistrata, adattandosi a dormire in una vettura del treno speciale che si spostava, con il relativo ufficio tecnico da una stazione all’altra per seguire direttamente le opere di ricostruzione.

    C’è la testimonianza di un giovane di allora, il signor Liberato Iannantuoni di Meda (Mi) che ricorda: <Nella notte del 23 luglio 1930, il terremoto distrusse alcuni centri della zona ai limiti della Puglia con la Lucania e l’avellinese, in particolare Melfi, Anzano di Puglia, Macedonia. Proprio tra le macerie di questo borgo, all’indomani del terribile sisma, molte personalità del tempo accorsero turbate da tanta straziante rovina, fra le quali il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo Di Crollalanza. Avevo allora 22 anni, unitamente ad altri giovani fummo comandati allo sgombero delle macerie. Ecco perché conobbi da vicino Crollalanza; si trattenne un po’ con noi con la serena e ferma parola di incitamento al dovere; restò per me l’uomo indimenticabile per i fatti che seguirono. Tutto quello che il sisma distrusse nell’estate 1930, l’anno nuovo vide non più macerie, ma ridenti case coloniche ed altre magnifiche costruzioni con servizi adeguati alle esigenze della gente del luogo. Moderne strade fiancheggiate da filari di piante ornamentali; si seppe anche che  costi occorrenti furono decisamente inferiori al previsto (…)>.

   Ecco, caro lettore, perché quel terremoto oggi non è politicamente corretto. Ma oltre a quello cui ho appena accennato: c’è ben altro.

   I lavori iniziarono immediatamente. Dopo aver assicurato gli attendamenti e la prima opera di assistenza, si provvide al tempestivo arrivo sul posto, con treni che avevano la precedenza assoluta di laterizi e di quant’altro necessario per la ricostruzioni. Furono incaricate numerose imprese edili che prontamente conversero sul posto, con tutta l’attrezzatura. Lavorando su schemi di progetti standard si poté dare inizio alla costruzione di casette a pian terreno di due o tre stanze ( [1] ) anti-sismiche, particolarmente idonee a rischio. Contemporaneamente fu disposta anche la riparazione di migliaia di abitazioni ristrutturabili, in modo da riconsegnarle ai sinistrati prima dell’arrivo dell’inverno. Si evitava in questo modo che si verificasse quanto accaduto nel periodo pre-fascista e quanto accadrà, scandalosamente, nell’Italia post-fascista: la costruzione di baracche, così dette provvisorie, ma che sono, invece,di una provvisorietà illimitata, vedi, appunto, il sisma de L’Aquila.

   Sembra impossibile (data l’Italia di oggi): a soli tre mesi dal catastrofico sisma, e precisamente il 28 ottobre 1930 – come a simboleggiare che con determinati uomini i miracoli sono possibili – le prime case vennero consegnate alle popolazioni della Campania, della Lucania e delle Puglie.      Furono costruite 3.746 case e riparate  5.190 abitazioni.

   Ma, caro lettore, che vivi in questa Italia di piena libertà, ascolta come Mussolini salutò il suo Ministro dei Lavori Pubblici al termine della sua opera: <Eccellenza Di Crollalanza, lo Stato italiano La ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi perché era Suo preciso dovere, ma la ringrazia per aver fatto risparmiare all’erario 500 mila lire>.

   Sì, avete capito bene: fate un raffronto con quanto accadde a seguito del terremoto del 1980.
   Ricordo che nel corso di una trasmissione televisiva, ad un certo momento un pover’uomo telefonò alla RAI e disse che dal 1980 viveva in Irpinia dentro un container e ancora aspettava la casetta.

   Avete ora capito  perché i quaquaraqua considerano il terremoto del 1930 politicamente non corretto?

   Dato l’interesse dell’argomento e per rinnovare la memoria di quel che fu, riporto quanto il signor Adolfo Saccà di Roma scrisse al direttore de “Il Giornale d’Italia” il 28 novembre 1988: <Il terremoto del 1908 ridusse in fumanti macerie Reggio Calabria, Messina e le cittadine di quelle due province. Con l’aiuto di mezzo mondo ben presto furono costruiti interi baraccamenti per il ricovero dei superstiti. Ed in quelle baracche vivemmo per ben venti lunghissimi anni! Dal 1908 al 1928. Finché nel 1928 Mussolini lasciò la capitale per recarsi in Sicilia. Il Capo del Governo poté vedere dai finestrini della sua carrozza, riportandone vivissima impressione, il succedersi ininterrotto di baracche già vecchie e stravecchie. L’anno dopo al loro posto c’erano già in tutti i paesi terremotati altrettante belle, decorose palazzine che ancora oggi testimoniano il sollecito, deciso intervento di Mussolini che ci tolse, finalmente! Dalla miserrima condizione di baraccati>.

   Non so se per questa lettera il signor Saccà sia incorso nelle sanzioni previste dalle leggi Scelba, Reale o Mancino.

   A questo punto, e in fase di chiusura, desidero ricordare che si propose, tempo fa, di intitolare la piscina comunale (uno degli edifici edificati negli anni Trenta, quindi rimasto pressoché intatto) ad Adelchi Serena (1895-1970), ex podestà de L’Aquila dal 1926 al 1934. Ma Adelchi Serena aveva un marchio incancellabile, per i quaquaraqua di oggi: era stato vicesegretario del Pnf e Ministro dei Lavori Pubblici di Mussolini. Quindi, di fronte a queste infamie intervenne l’allora diessino Fabio Mussi, il quale si rivolse persino a Silvio Berlusconi affinché si adoperasse in modo che quella piscina non venisse titolata a siffatta persona.

   Povera gente, che pochezza…!

   Nella situazione dell’attuale cataclisma abruzzese, sapete amici lettori cosa mi preoccupa di più? Quel che ha detto Berlusconi: egli avrebbe giurato sulle bare delle povere vittime che tutto sarebbe stato ricostruito bene e subito, cioè, checché possa dire il Papi nazionale: in tempi e modi fascisti. Questo giuramento mi ricorda quello pronunciato dal suo lacché Gianfranco Fini che giurò sulle bare di Romualdi e di Almirante che sarebbe stato <l’artefice del Fascismo del XXI Secolo>.

    Se tanto mi dà tanto…


  
  








[1] 1) Qualcuno sostiene che le prime strutture anti-sismiche furono messe in opera negli anni ’60. Menzogna. Le casette anti-sismiche costruite nel 1930 furono progettate ingabbiandole in strutture portanti in cemento armato e furono quelle che resistettero al sisma del novembre 1980.

martedì 8 aprile 2014

PROCESSIONE STORICA DI SAN MARCO A VENEZIA


Venezia – Piazza San Marco – 25 aprile 2014, ore 15
PROCESSIONE STORICA DI SAN MARCO
Non è una manifestazione politica, ma una cerimonia nazionale veneta in onore di San Marco. Sono graditi i gonfaloni veneti. Tutti a circolare in senso antiorario sui bordi della piazza. Niente slogan. La Processione si concluderà alle 15.45.

venerdì 4 aprile 2014

LA TEPPAGLIA SIONISTA COLPISCE IL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI PALESTINA

Di Centro Studio Federici
Deir Rafat, un altro santuario cristiano nel mirino dei vandali in Israele, di Adélie Pojzman-Pontay (terrasanta.net del 2/4/2014)

(Gerusalemme) – Dei graffiti che offendono la fede cristiana, insieme ad altri che insultano gli Stati Uniti d’America, sono stati tracciati ieri con uno spray nero sul muro di cinta del monastero cattolico di Deir Rafat, pochi chilometri a ovest di Gerusalemme.
Intorno all’una e trenta della notte tra il 31 marzo e il primo aprile, il santuario dedicato a Nostra Signora di Palestina è stato vandalizzato nel corso di uno degli attacchi della campagna «Il prezzo da pagare». Questo è quanto ritiene la polizia. Le indagini sono in corso.
Le due iscrizioni comparse sui muri del complesso monastico contengono messaggi ben distinti. Agli insulti blasfemi nei confronti di Gesù Cristo, s’è aggiunta la scritta «America = Germania nazista», da mettere forse in relazione con l’arrivo del segretario di Stato americano John Kerry, tornato nei giorni scorsi a Gerusalemme per discutere (con i leader politici israeliani e palestinesi) il rilancio dei negoziati di pace. Oltre ai graffiti, com’è consuetudine ormai, i vandali hanno squarciato le gomme di tre vetture e di un camion parcheggiati nelle vicinanze.
Nel pomeriggio di ieri il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, si è recato a Deir Rafat per constatare personalmente i danni e assicurare il suo sostegno ai tre religiosi Servi di Maria e alle dodici monache claustrali della Famiglia monastica di Betlemme, dell'Assunzione della Vergine Maria e di San Bruno, che animano il santuario.
«Ancora una volta – ha detto mons. Twal – condanniamo con fermezza questi atti. È un peccato che simili fatti avvengano a due mesi dall’arrivo del Papa. Così non si crea un’atmosfera di pace e si offre una cattiva immagine della situazione».
Nel recinto del monastero risiedono da oltre trent’anni anche due famiglie arabe. Rania, una giovane donna sulla trentina, racconta: «Attraverso le telecamere di sorveglianza ci siamo accorti che c’erano degli uomini mascherati, ma quando siamo usciti erano già scappati ed era inutile pensare di inseguirli». «È catastrofico - prosegue -. Abitiamo qui da tanti anni e non era mai successo nulla di simile. Ora abbiamo paura, soprattutto per i nostri bambini. Spero che la polizia arresti questa gente».
Gli attacchi denominati Tag Mehir in ebraico (Il prezzo da pagare) sono azioni di disturbo orchestrate da gruppi di coloni israeliani contro i palestinesi (ma anche a danno di luoghi di culto e proprietà cristiane, musulmane ed ebraiche). Sono concepiti come rappresaglie nei confronti di tutto ciò che intralcia il movimento di colonizzazione israeliana in Cisgiordania.
Il più delle volte le aggressioni prendono di mira i villaggi palestinesi e le loro proprietà, ad esempio con la distruzione di piante d’ulivo, il lancio di pietre contro le abitazioni, i vandalismi contri i cimiteri, gli incendi ecc. Occasionalmente, il movimento ha attaccato anche beni appartenenti all’esercito israeliano.
Gli attacchi alle proprietà cristiane sono un fenomeno piuttosto recente, andato intensificandosi a partire dal 2012. Nell’ultimo biennio gli episodi del genere censiti sono stati una quindicina.
Padre Roch Boulanger, uno dei Servi di Maria che risiedono al monastero dei Deir Rafat, assicura che la comunità rimane «calma» davanti a questo attacco e si rammarica che i vandali «non comprendano il messaggio di pace del Cristo».
Il santuario sorge 35 chilometri a ovest di Gerusalemme, nei pressi della cittadina di Beit Jimal. Il santuario mariano è stato costruito nel 1927 per volere del patriarca latino dell’epoca (mons. Luigi Barlassina - ndr) che volle istituire la festa della Beata Vergine Maria regina di Palestina, celebrata ogni anno in ottobre.

FONTE :