lunedì 31 marzo 2014

DA FIRMARE ASSOLUTAMENTE I REFERENDUM DELLA LEGA NORD

Da firmare assolutamente !
I 5 referendum della Lega Nord, fra cui, importantissimo, il referendum per la abrogazione della Legge Mancino .
Una battaglia da sempre integralmente condivisa da questo blog e da tutti i suoi collaboratori, leghisti e no.
Per dettagli e sapere dove trovare il gazebo più vicino a casa vostra per firmare , seguite questo link :

venerdì 28 marzo 2014

VIA DALL' EURO

Giovedì sera, 27.3.2014, ore 20.00, presso il Presidio LIFE, all'uscita del casello autostradale di Conegliano, il prof. Erminio Berton, che sostiene il ricorso ad una moneta veneta per le istituzioni venete, illustrerà ai membri del Governo Veneto il funzionamento dei Bitcoin (moneta virtuale, già adottata dall'Islanda per uscire dalla crisi monetaria).
Governo  Veneto – LIFE Treviso

MA LA PATRIA NON SI SFASCIA

Di Marcello Veneziani

Una patria non è un contratto che cambi gestore se l'offerta non è più vantaggiosa. Siamo uomini, non telefonini. Abbiamo dentro un cuore e una mente, non una sim-card. Una patria è la storia da cui provieni, la geografia in cui ti muovi, la lingua che parli, l'arte che vedi, la terra degli avi, i loro sacrifici, tuo padre, tua madre. Capisco la vostra esasperazione, ma per ragioni uguali e diverse è proprio quello che vi accomuna a tutti gli italiani. Proprio nella voglia di una rottura siete radicalmente italiani. Se volete la secessione perché vi fanno versare ingiustamente allo Stato più di quel che ricevete, allora perché applicare il criterio alle regioni, entità generali come le patrie, e non direttamente e più concretamente ai singoli cittadini?
Chi come me viene dal sud e vive a Roma ma paga molte più tasse dei servizi che riceve, cosa dovrebbe fare, proclamarsi una sua repubblica indipendente? Non siamo tutti squinzi, agnelli & moretti, che dopo aver campato sul marchio italiano, minacciano poi di fuggire all'estero. Vi rendete conto che ritorcendo lo stesso criterio sulla regione veneta, un domani le province più ricche del Veneto potranno chiedere di separarsi da quelle più povere, il Trevigiano dal Polesine, e via all'infinito? Ma poi, separandovi dall'Italia, dove andreste? Vi fate annettere dalla Russia, come una Crimea improvvisata, aderite con spirito retroattivo all'Impero Ottomano, o restate – com'è più probabile - in Europa e allora sfasciate una nazione per poi restare, da nani, sotto la stessa cappa che ci sta soffocando? Credete davvero che se gli Stati nazione, con tutta la loro storia, la loro forza e il loro impatto, non riescono a tener testa ai poteri multinazionali e alle oligarchie tecno-finanziarie, ci possano riuscire gli staterelli regionali? La vostra voglia d'indipendenza sorge dopo il fallimento della Macroregione del Nord, la Padania, crollata in Piemonte e in mezza Lombardia per abusi propri e assalti giudiziari. Ma in Italia non ci vogliono le Macroregioni, semmai urgono le Magroregioni, regioni dimagrite di soldi e poteri. Almeno snellitele, le regioni, se non volete abolirle, come sarebbe decisamente meglio.
Il vostro referendum ha senso se è una clamorosa denuncia del malessere, se vuol essere un campanello d'allarme e un segnale per dare una scossa, ma non fate passi ulteriori, vi prego. Il Veneto è Italia, l'Adriatico è mare nostrum, Lepanto riguarda noi tutti, non solo voi veneti. Non si tratta di difendere semplicemente lo Stato unitario, e nemmeno solo una nazione, ma la civiltà italiana. E sarebbe uno sfregio proclamare l'indipendenza nell'anno che si accinge a ricordare la Grande Guerra, con milioni di italiani che vennero a nord per unire l'Italia, e migliaia di veneti, alpini e non solo, che combatterono per lo stesso motivo, lasciandoci la vita.
Non si può buttare a mare una patria perché non è più conveniente. E sbagliando pure il calcolo... Il Veneto è Italia da sempre e in Italia noi ci sentiamo quando veniamo a Venezia, a Verona, in provincia.
Lo sappiamo pure noi pugliesi, affacciati per secoli sul Golfo di Venezia e vissuti a lungo all'ombra del Leone di San Marco. So che la minaccia non vi spaventerà, ma se vi sfilate dall'Italia cambio cognome. Via col Veneto è solo il brutto refuso di un bel film.

Fonte :

mercoledì 26 marzo 2014

I PROCESSI POLITICI DEL TRIBUNALE DI PORDENONE : DICHIARAZIONE GIURATA DEL PROF. GIAN PIO MATTOGNO

DICHIARAZIONE TESTIMONIALE DEL DOTT. GIAN PIO MATTOGNO AL TRIBUNALE DI PORDENONE, SUI PROCESSI POLITICI IN ITALIA.



Sono e mi chiamo GIAN PIO MATTOGNO ( [1] ) e intendo rispondere rendendo la presente dichiarazione.

Svolgo l’ attività di ricercatore storico e politico e in questa veste conosco da molti anni l’ avvocato Edoardo Longo.

Posso confermare che l’ avvocato Longo, da almeno vent’ anni, ha svolto attività di commentatore di politica giudiziaria su diverse pubblicazioni. Ricordo i giornali Rinascita, Sentinella d’ Italia, Il Popolo d’ Italia, Ciaoeuropa  ed altri. Di quelli pubblicati all’ estero ricordo l’ elvetico Il Courrier du Continent.

Il tema principale degli articoli e studi dell’ avvocato Edoardo Longo è sempre stato quello della critica alla deriva illiberale della magistratura e alla vergogna dei processi politici in Italia, in particolare quelli in danno dell’ area radicale di Destra, che sono ed erano solo attacchi del potere giudiziario nei confronti di persone o gruppi che semplicemente esprimevano idee politiche ed analisi politico – storiografiche in dissonanza con quelle delle centrali del potere politico internazionale. [2]

In particolare, in questa lunga attività pubblicistica, l’ avvocato Longo si è soffermato sul ruolo trasversale della lobby ebraica e delle sue pressioni per l’ apertura di procedimenti penali a carico di chi fosse un critico dello strapotere illiberale della stessa, nonché un critico della politica imperialista dello stato di Israele.

Naturalmente, in quanto avvocato, numerose persone hanno affidato la loro difesa in processi politici di questo genere, all’ avvocato Edoardo Longo.

Ed è proprio in una  di queste circostanze che ho conosciuto personalmente l’ avvocato. Egli si rivolse a me, nel lontano anno 2000, per chiedermi di svolgere incarico di consulente tecnico di parte in un processo politico molto problematico. Si trattava del “ processo Holy war against ZOG” e riguardava la chiusura di un sito che aveva questo nome ed era immesso in rete da un ragazzo di Viterbo. [3]

L’ avvocato Longo necessitava di un esperto che potesse documentare come la religione  ebraico- talmudica avesse realmente quei profili di inumanità , razzismo ed odio religioso che il sito in oggetto le addebitava, e che erano stati considerati delle mere “ invenzioni antisemite” prive di autenticità.

Accettai volentieri l’ incarico e redassi per la difesa del giovane viterbese una consulenza tecnica che poi venne anche pubblicata con il titolo di “ Il Non ebreo nella letteratura rabbinica”. [4]

Ricordo che quel processo, che si tenne in primo grado a Pontedera di Pisa nell’anno 2004, fu un processo molto difficile : infatti l’ ostilità giudiziaria verso il difensore e l’ imputato era palpabile in udienza con un comportamento del giudice che era un continuo ostruzionismo alla difesa, con toni che, mi si consenta dirlo, anche alterati.

Tant’è che, alla fine , il giudice revocò tutte le testimonianze della difesa che erano già state ammesse, e io stesso fui impedito di rispondere alle domande che mi venivano poste dalla difesa, ed infine la mia stessa testimonianza venne interrotta e io non potei deporre. [5]

L’ aula di udienza era presidiata da ingenti forze di polizia e la piazza antistante il tribunale era gremita di poliziotti armati in tenuta anti sommossa.

Durante l’ udienza l’ avvocato Longo venne sempre e sistematicamente interrotto dal giudice quando parlava. Si badi, che l’ avvocato si esprimeva sempre in modo educato, pacato, senza alzare la voce e senza usare toni offensivi. Cosa che non si poteva certo dire del giudice.

Sono a conoscenza che per questa attività di difensore in cause politiche e di commentatore politico molto critico verso le lobbies trasversali e la magistratura, l’ avvocato Longo subì molte minacce di vario tipo. Subì una aggressione giudiziaria infondata che durò anni e anni e si articolò in una marea di processi penali che non avevano spessore, ma avevano l’ obiettivo di “ togliere di mezzo” lo scomodo professionista. [6]

Di alcune delle tante minacce subite  mi ha parlato lui personalmente, di altre ho avuto modo di leggere su internet e sulla stampa.

Ricordo in particolare le minacce di aggressione giudiziaria ritorsiva fattegli pubblicamente da esponenti della Anti Deafamation League ( una organizzazione ebraica che attacca sistematicamente chi è considerato “ nemico “ della lobby ebraica) e so che l’ avvocato Longo subì anche una aggressione nel suo studio legale e un sequestro di persona.

Su internet se me parò molto e conobbi anche diverse persone che me ne parlarono.

Ho letto anche diversi libri che esponevano le traversie passate dall’ avvocato Longo ad opera die consigli di disciplina degli avvocati, organismo molto legati a gruppi di potere politico e che per questa ragione erano stati criticati da Longo in varie  circostanze.

In fede, 20 marzo, 2014.
GIAN PIO MATTOGNO


NOTA REDAZIONALE :


La dichiarazione che leggete è stata resa in occasione di un processo politico all’ avvocato Edoardo Longo[7] che si trascina avanti a quel campionario di bestialità giudiziarie che è il palazzo di giustizia di Pordenone. Il giudice aveva ammesso questa testimonianza ancora nel lontano 2011, ben sapendo su quali punti essa verteva ( ovviamente).

Ma il giorno in cui è dott. Mattogno avrebbe dovuto essere ascoltato ( 24 marzo 2014), il giudice, evidentemente su input di qualcuno dietro le quinte, ha revocato questa testimonianza, come ha he revocato contestualmente tutte le altre testimonianze volte a dimostrare, dati e nomi alla mano, che la magistratura pordenonese ( e non solo ) è adusa aggredire giudiziariamente i dissidenti politici ed è adusa anche vendicarsi degli avvocati che siano troppo scomodi alla magistratura perchè non accettano il linciaggio giudiziario scientifico dei loro assistiti.

In previsione di quanto regolarmente accaduto in barba alla legge e secondo una prassi banditesca tipica del tribunale di Pordenone , l’ avvocato Long che si aspettava la “ furbata” , aveva fatto preparare una dichiarazione giurata scritta, quella che avete letto.

Il giudice, colto di sorpresa, non ha pensato neppure per un istante di rispettare la legge ed il diritto alla difesa e non ha ammesso il verbale agli atti. Dove sarà comunque depositato. Gli piaccia o no.

Di questa condotta, che è la prova evidente e smaccata del metodo totalitario con cui agisce la magistratura italiana. Il giudice sarà chiamato a rispondere.

Per intanto, all’ ultimo dei soggetti a  cui la magistratura non si sente in dovere di render conto delle sue ( male ) azioni : il popolo italiano, attraverso l’ opinione pubblica.

( Le note in calce alla dichiarazione sono state aggiunte dalla Redazione nella versione  per la pubblicazione sul web)  .




[1] Dati personali omessi per ragioni di privacy.

[2] Molti di questi articoli sono ora raccolti nell’ antologia “ INQUISIZIONI DEMOCRATICHE” ( edizioni della Lanterna), la cui pagina  ufficiale è : http://www.lulu.com/shop/edoardo-longo/inquisizioni-democratiche/paperback/product-20974011.html 

[3] le edizioni della lanterna hanno pubblicato numerosi volumi su questo processo. In particolare, ricordiamo, dell’ avvocato Edoardo Longo, “ Il caso Holy war”, la cui pagina ufficiale è : http://www.lulu.com/shop/edoardo-longo/il-caso-holy-war/paperback/product-21187194.html
[5] I verbali integrali della vergognosa condotta giudiziaria sono stati pubblicati integralmente nel volume “ Il caso Holy war” (  http://www.lulu.com/shop/edoardo-longo/il-caso-holy-war/paperback/product-21187194.html   )  -

[6] Le edizioni della lanterna hanno pubblicato molti libri che documentano questa sordida aggressione giudiziaria ritorsiva nei confronti dello scomodo legale. Li ricordiamo, indicando tra parentesi il link delle relative pagine ufficiali sul web :






 Vi è una pagina facebook dedicata a questa aggressione giudiziaria e precisamente, “ Cronache da forcolandia” :  https://it-it.facebook.com/pages/Cronache-da-Forcolandia/120344684694348
ed anche “ processi politici in Italia “ . https://it-it.facebook.com/ProcessiPoliticiInItalia

domenica 23 marzo 2014

IN GUERRA CONTRO L' ORO

Prima edizione integrale dopo l' unica edizione di questo classico di Camillo Pellizzi sull' economia politica del Fascismo e sulla sua lotta contro una economia fondata sull’ usura e lo strangolamento dei popoli e del ceto  medio e popolare.
Pubblicato per la prima volta nel 1941 per i tipi dell' Istituto Nazionale di Cultura Fascista, con il titolo originale di " oro e lavoro nella nuova economia".
Testo scorrevole e di estrema attualità anche oggi, poichè dopo la restaurazione democratica post – bellica venne ripristinato il sistema finanziario internazionale di epoca pre- fascista, che è il medesimo attuale : oggi noi, dopo la criminale invenzione dell’ euro e la cessione di sovranità economica nazionale , viviamo nella  fase terminale  dell' aggressione dei poteri finanziari transazionali alla prosperità e libertà dei popoli, fase che si concretizza attraverso l' annientamento delle sovranità monetarie e politiche degli stati nazionali, per la conquista delle risorse del pianeta da parte di una ristretta elite finanziario – speculatrice.
Link ufficiale del libro :

sabato 22 marzo 2014

DENUNCIATE LE MINACCE DI MORTE SUBITE DA MIRKO VIOLA IN CARCERE

Ricordate la vicenda delle minacce di morte da parte ebraica, patite in carcere da Mirko Viola, recluso per reati d’ opinione  ? Ne abbiamo parlato a questo link :
Orbene, come annunciavamo, la querela di cui si parlava è stata da tempo depositata. Avrei voluto pubblicarla integralmente sul blog, ma ho preferito non farlo, per non render pubblici alcuni dettagli che dovrebbero indirizzare gli inquirenti verso il responsabile, quell’ anonimo cohen, che ha coraggiosamente celato la sua identità. Informeremo comunque i Lettori di ogni esito della querela. Esito ?  Non che chi scrive sia molto fiducioso della italica magistratura.. condivido infatti la opinione di Mirko Viola che mi ha scritto : “ grazie per l’ esposto alla procura di Milano, ma archivieranno tutto in tempo zero. Noi “ nazisti” non siamo considerati cittadini meritevoli di giustizia. Le minacce di morte nei confronti di quelli come noi sono semplici “ reazioni democratiche” e sono quindi tollerate e inconfessatamente auspicate dai reggicoda togati di questo sistema ormai in avanzata fase di decomposizione”.
Purtroppo, è proprio così : l’ uso distorto della magistratura come sistema di controllo sociale e repressione dei dissenso, preconizzato da Carl Marx ancora nel secolo scorso, è divenuto realtà, ed è una delle metastasi più ripugnanti del cancrogiustizia in Italia, ormai un paese delle banane controllato dai poteri finanziari transnazionali.
Ma questi farabutti, il giorno che ci concederanno la grazia sovrana di tornare ad esprimere il diritto di voto, si accorgeranno che le minoranze politiche che loro violentemente e con metodi squadristi reprimono, sono diventate maggioritarie nel belpaese

Avvocato Edoardo Longo

URBAN SURVIVAL / COME TOGLIERSI DAI GUAI SENZA SCAPPARE NEL BORNEO



Autore Anonimo

IL CONTESTO SOCIALE ED ECONOMICO

La cronaca quotidiana dimostra con drammatica evidenza come l'Italia, col passare del tempo, stia diventando un paese che rende la vita difficile, o persino impossibile, a un numero sempre maggiore di persone. 

Tra le principali cause, la tassazione esosa, la gestione del credito che sconfina nell' usura e, più in generale, la pressione di alcuni comparti dello stato e dei suoi esecutori diretti e indiretti, che hanno smesso di considerare il cittadino un utente per farne prima un vassallo cui nessuna spiegazione è dovuta, poi un nemico da perseguitare con ogni mezzo non appena si azzarda ad esprimere, anche solo verbalmente, il proprio dissenso.

Milioni di italiani che pochi anni fa risultavano perfettamente inseriti nella società, ora conducono un’ esistenza tormentata e marginale grazie alla “caccia” cui vengono sottoposti da esattori pubblici e privati. Tutto ciò avviene nell’inutile tentativo di colmare un enorme disavanzo pubblico, che per contro aumenta in continuazione, perché a causarlo sono fattori che vanno ben oltre l’episodica responsabilità del singolo.

Sullo sfondo, poi, il mondo dell’occupazione vede progressivamente erodersi gli spazi per i lavoratori italiani, per effetto di una crisi economica di cui è difficile vedere la fine, ma anche della crescente pressione demografica da parte di chi, arrivando da nazioni meno progredite, viene preferito alla manodopera locale perchè costa meno e non è in grado di pretendere il rispetto dei propri diritti. 

Diritti che oltretutto non sono più così scontati anche per il cittadino italiano, visto che spesso lo stato si ricorda di lui solamente al momento di calare una mano pesante nei confronti di chi prova ad opporsi alla situazione sopradescritta. A cadere nella rete, all’inizio erano solamente i protagonisti di atti di ribellione eclatanti, ma ultimamente nel mirino è entrato anche chi si limita ad esprimere concetti “scomodi” su forum, blog o social network, che a questo scopo vengono costantemente “monitorati” dalle autorità.

Alla schiera di malcapitati sottoposti a spiacevoli attenzioni da parte dell’apparato per motivi economici, si aggiunge perciò un numero crescente di persone perseguite solo per le proprie opinioni, arbitrariamente giudicate “non conformi”, e per questo meritevoli di essere zittite senza eccessivi scrupoli.

“Coloro che non sono del tutto consapevoli dei danni derivanti dall’applicazione delle strategie non possono essere neppure consapevoli dei vantaggi derivanti dalla loro applicazione”.



LO SCOPO DEL LIBRO


Questo libro non pretende di indicare una soluzione per le ingiustizie appena citate. Almeno in apparenza, a questo compito si dedicano già frotte di politici ed economisti che invece, con un paradosso comico se a pagarne le conseguenze non fossero degli innocenti, con tesi cervellotiche e false speranze concorrono ad aggravare la confusione e lo sgomento che affliggono gran parte della popolazione.

A differenza dei “tuttologi” che quotidianamente, dal piccolo schermo e dalle pagine dei giornali, imboniscono il cittadino-vassallo con rimedi mirabolanti per ogni suo problema, questo libro si limita a spiegare come attenuarne nel modo più efficace possibile gli effetti.

L'intento è quello di fornire a chi ha raggiunto il proprio limite di sopportazione, delle indicazioni utili su come “cambiare aria”, sottraendosi alla vessazione non solo da parte dell'erario e di vari esattori pubblici o privati, ma anche alla persecuzione non meno molesta da parte di altri comparti dello stato.

In genere, la prima, istintiva reazione della persona comune alla pressione esercitata dall’apparato burocratico, consiste nel tentativo di dimostrare la propria innocenza. Prima che venisse letteralmente capovolta la norma che assegnava all’ autorità l’onere della prova, alla base del nostro diritto in effetti c’era la presunzione di innocenza del cittadino, la cui fiducia nella giustizia era quindi abbastanza fondata.

Oggi invece, anche i più risoluti a difendere le proprie ragioni, debbono fare i conti con l’impossibilità di intavolare una trattativa alla pari con il cosidetto “sistema”, sia esso politico, giudiziario, fiscale o burocratico. Questo avviene prima di tutto per l’enorme disparità delle forze in campo, poi perché la controparte dà per scontato che il cittadino abbia sempre torto, tanto che pur di dimostrarlo è disposta a violare persino le norme fondamentali della costituzione.

Una delle dimostrazioni più evidenti di questo abuso, se non bastasse l’eliminazione della presunzione di innocenza, è che lo stato arrivi, ad esempio, a punire con il raddoppio della sanzione il cittadino che soccombe in giudizio dopo aver provato ad opporsi ad un provvedimento ingiusto. Senza contare poi, che chi ha osato sfidare l’apparato, può essere certo di venir perseguitato finchè campa da controlli e accuse ancora più pesanti.

Un caso eclatante è quello di un imprenditore che, accusato ingiustamente dal locale Ufficio delle Entrate di aver evaso le tasse per un importo di circa seicentomila euro, dopo aver vinto la prima causa, nel processo di secondo grado se ne è visti chiedere esattamente un milione e duecentomila. Ha vinto anche questa volta, peccato che gli zelanti funzionari dell’ erario, sempre a spese del contribuente, siano ricorsi in Cassazione.


A costo di dissanguarsi con le parcelle degli avvocati e le consulenze dei tributaristi, il tenace cittadino è riuscito a far riconoscere le proprie ragioni anche nel massimo grado di giudizio. Proprio quando la fine dell’incubo sembrava arrivata, le visite degli ispettori del fisco, evidentemente invelenito dall’inaspettata resistenza, sono diventate una costante per la sua azienda e persino per quella della moglie, che finora non era stata neppure sfiorata dall’ apparato inquisitorio. La causa che questo imprenditore ha dovuto a sua volta intentare nei confronti del Moloch statale, accusato di avere un atteggiamento “scorretto e persecutorio” invece che di perseguire i propri compiti istituzionali, fino ad oggi l’ha visto prevalere nei primi due processi, ma non è ancora detta l’ultima parola…

Le armi con le quali è possibile terrorizzare un cittadino normale sia quando “sgarra” nei confronti del sistema, sia quando lo si vuole indurre ad ammetterlo pur di far cessare la persecuzione, del resto sono numerose. E’ sufficiente paventare la perdita della casa e di tutto quello che possiede, del lavoro, della sua “rispettabilità” e, qualora queste misure non fossero sufficienti oppure il reato- vero o presunto- fosse di lesa maestà”, basta la minaccia, neppure tanto velata, di finire in carcere.

Con un simile spauracchio, la maggior parte degli individui, constatata l’impossibilità di far recedere l’inarrestabile “Leviatano” dalle proprie pretese, tenta di migliorare la propria situazione, cercando per il quieto vivere di uniformarsi a quello che lo Stato - perdonate la maiuscola - la questura o, più semplicemente, l’ente esattore, vogliono da lui.

Questo miglioramento, però, è di breve durata o non si verifica neppure, per via della determinazione e della pervicacia che il sistema mostra nel reprimere chiunque esca, di motu proprio o per mancanza di alternative, dai variabili canoni del comportamento “conforme”.

Quando a subire questa pressione è un individuo che ha già varcato da tempo il limite, ponendosi quindi in aperta contrapposizione rispetto alla società ed alle sue regole, le ripercussioni in fondo sono minime, perchè limitate nella peggiore delle ipotesi ad una ulteriore radicalizzazione della sua attività criminale. La persona normale, invece, arrivata a un simile punto critico, subisce un vero e proprio “cortocircuito”, che rischia di privarlo anche delle residue possibilità di organizzare una difesa efficace.
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Alla convinzione di poter vivere in modo tranquillo e rispettabile, da quel momento si sostituisce l’incubo costante di perdere quello cui si tiene di più.  Un terrore mai provato prima, che spesso impedisce di attribuire ad ogni singolo problema il suo peso reale. Viceversa, solo mantenendo la capacità di reagire in modo razionale anche di fronte a una prospettiva tanto destabilizzante, una persona può  riuscire a individuare delle soluzioni in grado di sottrarlo a questo tipo di attenzioni indesiderate.


“La configurazione tattica eccellente dal punto di vista strategico, consiste nell’essere privi di configurazione tattica, ossia nella condizione “senza forma”. Quando si è senza forma, neanche gli agenti segreti più profondi sono in grado di spiarci, né gli uomini più intelligenti di tramare progetti”.



SUICIDIO:  LA NON-SOLUZIONE

Senza la presunzione di indicare soluzioni miracolose a costo zero, come detto prima, l’obiettivo di questo libro è mettere in condizione chi è arrivato a un “punto critico” di decidere razionalmente se sia il caso o meno di andare “oltre”, pianificando con la necessaria lucidità un passo cruciale della propria esistenza.

Un passo che oggi troppe persone, purtroppo, decidono di fare in modo autolesionistico e definitivo proprio perché, vessati oltre ogni limite, finiscono per non sopportare più la pena di vivere.

Quello degli imprenditori in difficoltà, ma anche dei disoccupati, dei precari a vita, degli esodati, dei pensionati e di tutte le persone che, non sapendo come arrivare alla fine del mese e non avendo più prospettive, ad un certo punto decidono di farla finita, è un fenomeno in continua crescita. Ciò nonostante, i media nazionali nella maggior parte dei casi sono restii a fornire informazioni realistiche su un argomento che viene considerato “tabù”, probabilmente nell’intento di evitare fenomeni di emulazione.

Basti dire che la stima fatta da un noto telegiornale parlava di circa novanta casi di suicidio nel 2012, per motivi economici riconducibili ai debiti, quando in realtà le cifre reali sarebbero almeno quattro o cinque volte superiori. A chi per caso dubitasse di un simile dato, sarebbe del resto sufficiente una ricerca in Internet sui siti dei maggiori quotidiani a diffusione regionale, per rendersi conto di come la media di suicidi ultimamente in Italia sia addirittura superiore ad un caso al giorno, con punte massime di tre-quattro. E’ praticamente certo, quindi, che nel 2013 il bilancio sarà molto più pesante che nell’anno passato e le prospettive per il breve e medio termine ancora meno incoraggianti.

Anche se molti di questi episodi vengono fatti passare sotto silenzio o, peggio ancora, liquidati come fatti isolati dovuti alla follia o alla depressione (cercando quindi di trasformare un “effetto”, legato appunto alla crisi economica, in una “causa”), i suicidi sono ugualmente in aumento. Questo però non avviene quasi mai per un insano desiderio di emulazione, come qualcuno vorrebbe far credere, ma piuttosto perché ormai in Italia – come in altri paesi dell’ Eurozona - sono milioni le persone che vivono una storia fatta di  miseria e di speranze deluse, spesso aggravata anche dalla solitudine, dalla quale a un certo punto si convincono di avere solo un modo per uscire.

Quella di porre fine alla propria vita, invece è una “non-soluzione”, perché oltre a non proporre alternative finisce per scaricare su coloro che restano un ulteriore fardello: dolore, privazione e sensi di colpa per non essere stati capaci di rispondere alla richiesta d’aiuto della persona che si è suicidata. 

In alternativa al gesto più autolesionistico che ci sia, è molto meglio trovare un rifugio sicuro in cui riprendere le forze, e da lì ripartire più preparati ad affrontare le nuove sfide che si frapporranno tra noi e la meta: la serenità e il rispetto cui ogni essere umano ha diritto.


“I  morti non si possono riportare in vita”.


L’ AUTORE E IL SUO PERCORSO


Come avrete notato, nell’ introduzione e alla fine di ogni paragrafo di questo manuale di sopravvivenza, sono riportate in grassetto le massime di Sun Tzu, un generale e filosofo cinese unanimemente ritenuto da oltre duemila anni il massimo esperto di strategia militare. I suoi principi sono risultati di grande aiuto a chi ha redatto queste note, in particolare nei momenti difficili.

Vi consigliamo caldamente la lettura del suo libro: dopo essere stato scritto nella Cina del quarto secolo prima di Cristo, è stato adottato dagli eserciti di tutto il mondo, dai quali viene tuttora considerato di grande attualità. Un concetto che però riteniamo utile anticiparvi, è che nell'arte della guerra esiste una sottile ma sostanziale differenza tra la fuga rovinosa e il ripiegamento strategico. Ci auguriamo che riusciate ad afferrarla dopo aver letto queste pagine, basate non sulla fantasia ma sull'esperienza diretta.

Tornato in Italia dopo una vita trascorsa lavorando soprattutto all’estero, l’autore ha proseguito una carriera ricca di soddisfazioni fino a quando, tre anni fa, per motivi al tempo stesso politici ed economici, si è visto costretto suo malgrado a intraprendere un percorso molto diverso da quello che aveva seguito fino a quel momento.

Diventando in pratica un “esiliato in patria”, rispetto a quando aveva scelto di lavorare lontano dal proprio paese, il prezzo da pagare sotto forma di rinunce materiali e affettive, è stato per certi versi ancora maggiore.

Quest’ultima affermazione potrebbe sembrare strana, visto che a separarlo dai luoghi in cui è nato, dal suo ritorno non sono più una ventina di ore di volo ma “appena” un migliaio di chilometri, teoricamente percorribili in una giornata anche viaggiando in automobile.

Una volta, ogni telefonata o lo scambio di e-mail, per non parlare dei lunghi viaggi verso casa, erano una festa. Oggi, invece, i suoi contatti con amici e parenti vanno limitati al minimo indispensabile, o addirittura evitati, perché potrebbero facilmente venire intercettati. Una decisione sicuramente non facile, grazie alla quale però ha finito per accumulare una discreta esperienza in quella che viene comunemente definita “sopravvivenza urbana”.

Un prezioso know how, che ha integrato la formazione precedentemente ricevuta in ambiti nei quali la capacità di destreggiarsi in ambienti ostili, ma di tipo naturale, veniva già considerata un requisito essenziale.

Considerando che chi lo sta cercando, pur disponendo di risorse ben maggiori, finora ha fallito nel proprio compito, potrete facilmente comprendere i motivi per i quali lui preferisca rimanere anonimo…

“Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità”



MEGLIO IL BOSCO O LA GIUNGLA URBANA ?


Oltre alle conoscenze accumulate in precedenza, uno dei fattori che hanno aiutato l’autore a sottrarsi alle attenzioni indesiderate, è stato comprendere da subito che la sua difesa nei confronti del “sistema”, paradossalmente, sarebbe risultata più efficace proprio in quegli scenari operativi dove questo è meglio radicato, ovvero nelle grandi città.

Anche se l’istinto in questi casi porterebbe a rifugiarsi in luoghi impervi, è invece assodato come, rispetto a una foresta, un moderno ambiente urbano riduca notevolmente i vantaggi offerti dalle moderne tecnologie. Tecnologie che per contro, nel più fitto dei boschi, oggi consentono di individuare e raggiungere in condizioni di scarsa visibilità anche una persona che conosca i luoghi alla perfezione.

Viceversa, per chi cerca di individuare qualcuno un centro densamente popolato, per motivi che in seguito andremo ad analizzare nel dettaglio, presenta ostacoli ben maggiori. In una città di discrete dimensioni, sono numerosi infatti i fattori che una persona con un minimo di preparazione può volgere a proprio vantaggio, anche quando si trova, come nel nostro caso, in condizioni di evidente inferiorità dal punto di vista numerico, oltre che di attrezzatura.

Quindi, se per caso nutriste fantasie alla “Rambo”, cominciate a riflettere sui problemi e sulla fatica cui andreste incontro per ottenere (e mantenere per un adeguato lasso di tempo) una perfetta mimetizzazione sullo sfondo di un gruppo di piante o, peggio ancora, di un vasto terreno aperto.

Ora pensate alla facilità con la quale un osservatore preparato, e che dispone di una ampia visuale, specialmente se piazzato in posizione elevata, potrebbe scorgervi e segnalare la vostra posizione agli eventuali inseguitori.

A meno che non siate davvero portati per il ruolo del “guerriero” professionista - e forse anche in questo caso, perché la realtà è assai diversa dalla finzione cinematografica – possiamo garantirvi che in un simile contesto verreste individuati nel giro di pochissimo tempo.

Questo deriva dal fatto che un ambiente naturale, per quanto possa apparire variegato, si sviluppa prevalentemente su due dimensioni (larghezza e profondità) e sopratutto offre uno sfondo relativamente statico ed omogeneo. Per i motivi appena descritti, anche limitando i vostri spostamenti al minimo indispensabile, risultereste visibili anche senza bisogno di ricorrere a particolari attrezzature, come elicotteri, ottiche ad alta risoluzione e visori notturni.

I più recenti corsi di addestramento dei corpi speciali dimostrano invece come, individuare un soggetto nascosto in un ambiente metropolitano comporti difficoltà infinitamente maggiori rispetto, ad esempio, a un’area boscosa.

Questo deriva dal fatto che una grande città presenta come minimo tre diversi livelli comunicanti tra loro e poi, per effetto della conformazione delle strade e dello sviluppo verticale degli edifici, viene condizionata negativamente anche la visuale di osservatori posti in posizione elevata. Anche il volo degli elicotteri, infine, è soggetto a limitazioni legate sia alle esigenze di sicurezza che alla conformazione degli edifici, che spesso sono addossati uno all’altro senza soluzione di continuità.

“La capacità di assicurarsi la vittoria combattendo e adeguandosi al nemico, è chiamata genialità.”



SFRUTTARE I VANTAGGI DELLL’AMBIENTE

Per un professionista, ma spesso anche per una persona dotata solo di una buona vista, riconoscere i segnali di una presenza umana in un contesto naturale risulta relativamente agevole. Le difficoltà però sono ben diverse quando si tratta di riconoscere un individuo vestito in modo comune che si limita a camminare in mezzo ad altri suoi simili, figuriamoci quando questo fa del suo meglio per non essere notato. 

Ottenere un effetto “mimetico” in un ambiente fortemente antropizzato, proprio per la presenza di migliaia di persone concentrate in uno spazio limitato, oltre che per la maggiore varietà e il continuo mutare degli sfondi, quindi risulta alla portata anche di un soggetto privo di un vero e proprio addestramento militare. 

Per la maggior parte delle persone normali, anche coprendosi di frasche e indossando il miglior completo da caccia al cinghiale, sarebbe un problema confondersi con lo sfondo di una foresta. Se fosse necessario ribadire il concetto, considerate che quando dopo un po’ di tempo, inevitabilmente, avrete bisogno di spostarvi, i vostri movimenti spiccherebbero in un ambiente che durante il giorno subisce cambiamenti talmente limitati e “caratteristici” da farvi apparire immediatamente “fuori posto”.

Al contrario, con poche semplici precauzioni potreste praticamente “sparire” in una città popolata da migliaia di persone, grazie al fatto che queste, oltre a costituire per fisionomia, comportamento e aspetto, uno sfondo assai variegato - quindi tutt’altro che omogeneo - si spostano in continuazione secondo schemi che anche il più acuto degli osservatori difficilmente riuscirebbe ad afferrare a prima vista per capire se ci sia qualcosa, o qualcuno, fuori posto. Non a caso, una delle regole fondamentali insegnate ai membri delle forze speciali, è che l’ambiente urbano aiuta chi deve difendersi molto più di chi attacca.

La popolazione, e la città stessa, mentre vivono e lavorano, creano infatti un insieme dinamico in continuo mutamento. Alla variabilità e alla differenza dei ritmi, solo apparentemente caotici, con i quali ogni singolo quartiere della città si muove, va poi aggiunto il fatto che - come già detto-  una moderna metropoli a parità di estensione ha, mediamente, uno sviluppo reale cinque o sei volte superiore rispetto a un ambiente naturale.

Questo aspetto deriva proprio dalla caratteristica di svilupparsi su diversi livelli comunicanti tra loro: i vari piani dei palazzi, infatti si aggiungono all’ambiente che si trova a livello del piano terra e, sotto di questo, si estendono altri ambienti come la metropolitana, i sotterranei e spesso anche vari sottopassaggi pedonali e stradali.

La presenza di numerosi ambienti disposti su diversi livelli comunicanti tra loro, la presenza di sfondi più variegati e complessi rispetto a un habitat naturale, lo  sviluppo in verticale che ostacola la visuale in campo lungo, ma soprattutto il suo continuo mutare rendono quindi la città - per il fatto di essere simile a un formicaio in piena attività- il più impegnativo fra i teatri operativi per chi cerca di individuare qualcuno, offrendo viceversa numerose opportunità a chi non vuole farsi individuare.

”A proposito della battaglia, in linea di massima l’attacco diretto mira al coinvolgimento: quello di sorpresa alla vittoria”.


IL QUARTIERE COME CAMPO OPERATIVO


Chi vive da tempo nello stesso quartiere, percepisce istintivamente il ritmo con cui questo si muove e vi si adegua. Si tratta di una sequenza solo apparentemente casuale: in realtà, come avviene in un grande formicaio, quella che a prima vista potrebbe sembrare una situazione caotica e priva di un ordine, deriva dal fatto che gli individui si spostano da una zona all’altra, spesso anche da un livello all’altro, e i loro itinerari si intersecano in continuazione. 

In realtà uno schema  esiste ed è fatto di orari, consuetudini, professioni e stili di vita diversi, che ogni istante causano fenomeni differenti, recepiti sotto forma di stimoli visivi, olfattivi, uditivi, ma anche di sensazioni che recepiamo quasi senza accorgercene, proprio perché in questa zona ormai ci siamo “ambientati”. Rispetto a un residente della zona, questo complesso meccanismo richiede comunque a un soggetto estraneo un po’ di tempo e una discreta predisposizione per essere colto.

Migliorare questo particolare tipo di conoscenza del territorio e sopratutto imparare a sfruttarla a nostro vantaggio, come vedremo può davvero fare la differenza tra rimanere “uccel di bosco” o essere individuati.

Prima di attuare il vostro piano di allontanamento, proprio per capire come utilizzare queste “risorse”, dovete allenarvi a cogliere il ritmo del quartiere in cui vivete, concentrandovi in particolare sulle variazioni che esso subisce durante una giornata. Il sistema più semplice per farlo consiste nel variare in misura significativa i vostri orari abituali. Se ad esempio non siete mai usciti di casa all’alba o nel pieno della notte, fatelo e rimarrete stupiti dal numero di cose “nuove” che scoprirete.

Uno di quei bar che aprono nelle prime ore del mattino rappresenta un punto di osservazione ideale. Sedetevi in una posizione che vi permetta una buona visuale sulla strada, aprite un giornale e mentre starete ancora sorseggiando il caffè inizierete a scoprire l’esistenza di un’altra città nella città, con abitudini e una serie di fattori ambientali molto diversi da quelli che si incontrano di giorno, anche se il luogo è lo stesso.

Provate ad immedesimarvi nel ruolo di una persona che deve sorvegliare quell’ambiente, individuando possibili soggetti ostili. Analizzate quali siano i punti in cui l’ “osservatore” potrebbe appostarsi per vedere senza essere visto e dare nell’occhio. Una volta che li avete trovati,  esercitatevi progettando nei dettagli una vera e propria operazione di contro-sorveglianza. In pratica dovrete verificare quali siano le posizioni e gli itinerari che vi permettono di eludere lo sguardo di eventuali osservatori o telecamere. Per farlo, dovete considerare tutte le possibilità e gli ostacoli che l’ambiente offre, sia a voi che all’avversario, così da poterne prevenire o comunque vanificare le mosse.

Una volta raggiunta una buona padronanza di questa tecnica nell’ambiente in cui vivete, dovrete compiere un ulteriore salto di qualità, esercitandovi nel medesimo modo ma in un quartiere diverso. Vi apparirà subito evidente la difficoltà di cogliere quei dettagli e quel ritmo che nella situazione precedente vi erano ormai congeniali: pensate che uno straniero incontrerà gli stessi ostacoli ogni volta che lo costringerete a misurarsi in un territorio che voi conoscete infinitamente meglio di lui.

Quelle appena descritte sono delle simulazioni, ma nelle situazioni reali va fatta esattamente la stessa cosa: conoscere in anticipo il territorio nel quale dovrete  muovervi. In fase preliminare, anche una conoscenza di massima acquisita tramite libri e cartine risulta molto utile, ma poi –a patto che sia realizzabile senza correre inutili rischi- una esplorazione preventiva della zona aumenta considerevolmente le vostre possibilità di successo. 

Su questi argomenti, nell’appendice  potrete trovare diversi riferimenti bibliografici e link, che vi consentiranno non solo di verificare la fondatezza dei consigli che vi sono stati forniti, ma anche di approfondire le vostre conoscenze sulle tecniche di “sopravvivenza” nei diversi scenari che si possono presentare.

“ll combattente migliore è quello che vanifica i piani del nemico; secondo viene quello che sa spezzarne le alleanze; poi colui che adotta lo scontro armato; peggiore è infine chi ricorre all’assedio”.


NOTA DELLE EDIZIONI DELLA LANTERNA :

Quello pubblicato qui sopra è l’ anteprima di un nuovo volume in preparazione per le Edizioni della Lanterna. Poichè lo riteniamo molto interessante, ne anticipiamo un paio di capitoli.

venerdì 21 marzo 2014

L' ISOLA DI ARBE E LE MENZOGNE " RESISTENZIALI"

Di Filippo Giannini

Verità di comodo per i soliti “noti”

Da tempo questo giornale ricorda la tragedia  vissuta da tanti italiani dell’Istria e della Dalmazia. Ne approfitto  per portare la “mia piccola pietra” che valga ad alimentare un ricordo e a denunciare una delle tante contraffazioni storiche.

Qualche tempo fa un lettore scrisse al giornale col quale collaboravo affermando che nel 1942, per ordine di Mussolini <su un’isola prospiciente Fiume, furono fatti morire di fame 30 mila donne e bambini>. Questa notizia, a detta del lettore, fu riportata da una delle tante riviste che illuminano di verità storiche il nostro Paese.
Risposi che se fosse stato in grado di documentare l’asserto, avrei rivisto completamente la mia opinione su Mussolini. Lo stesso lettore fino ad ora non ha fornito quanto richiesto, né mai sarà in grado di farlo, tanto grossolana è la menzogna.

Dato, però, che Eraclito ammonisce <Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti> e dato che la fantasia e le favole possono anche poggiare su una base di verità, la curiosità di modesto ricercatore, mi spinse ad indagare.

Dopo una breve visita all’Archivio dello Stato Maggiore Esercito, chiesi un incontro ad uno dei più validi studiosi del vicende dalmate, l’avvocato Oddone Talpo (purtroppo da poco scomparso), autore della monumentale opera “Dalmazia – Una cronaca per la storia”. Le notizie da me raccolte dalle due fonti confermano quanto mi attendevo: quanto scritto dal lettore in questione, non solo è completamente falso, ma rappresenta addirittura un capovolgimento della realtà.

Inizio precisando che “l’isola prospiciente Fiume”, della quale si è accennato, era Arbe, oggi Rab.

Per la precisione storica, non è male rammentare che la Jugoslavia, concepita come Nazione, a tavolino, durante la conferenza della Pace del 1919 a Versailles, con chiaro intento anti-italiano, era composta da 14 etnie diverse e numerose minoranze, nonché da quattro antitetiche religioni. Ogni etnia e minoranza viveva (e vive) cementata dall’odio contro tutte le altre: cosicché da secoli quelle terre conobbero stragi di inusitata barbarie che portarono alla decimazione dell’etnia soccombente per opera di quella vincente, stragi oggi meglio conosciute come “pulizia etnica”.
Non è il caso, in questa sede di riportare i motivi per i quali l’Asse il 6 aprile 1941 invase la Jugoslavia, il cui esercito fu annientato in sole due settimane. Immediatamente si palesò l’impossibilità di portare la pace fra quei popoli così diversi gli uni dagli altri.

Sin dai primi giorni dell’occupazione varie bande slave locali erano più impegnate a sterminarsi fra loro che ad affrontare le forze occupanti. Cosicché la nostra 2^ Armata – accolta con favore dalla popolazione civile – fu impiegata a frapporsi fra le varie bande onde evitare il compiersi di stragi. Poi vennero a formarsi le bande comuniste di Tito, foraggiate dall’Unione Sovietica obbedienti (in quel momento) agli ordini di Stalin.

Per cercare di pacificare quelle terre, il 7 giugno 1941 Mussolini nominò Giuseppe Bastianini (che si era già dimostrato valente diplomatico) Governatore della Dalmazia. Egli constatò immediatamente che la situazione era molto complessa: anche perché si trattava di governare un territorio che aveva per confinante l’”alleato” Ante Pavelic, capo degli Ustascia i quali, oltre tutto, non avevano accettato di buon grado l’occupazione italiana della Dalmazia.

Intanto le bande partigiane di Tito, dopo aver sterminato i cetnici del monarchico Mihajlovic, iniziarono una serie di azioni terroristiche contro le forze dell’Asse, ma anche contro i contadini colpevoli di non rispondere al reclutamento partigiano. <Le bande appiccano il fuoco alle case dei renitenti> annota Bastianini <Si uccidono o si prendono in ostaggio i genitori di coloro che non si presentano o lasciano il domicilio per nascondersi (…)>.

E’ poco conosciuta una direttiva del Primo Corpo Partigiano bosniaco, emessa nel 1943: <Spesso la confisca dei beni non è una punizione sufficiente per le regioni fedeli ai cetnici. Vi sono casi in cui è necessario incendiare interi villaggi e distruggere la popolazione>. A queste azioni terroristiche rispondevano, con pari ferocia, gli Ustascia di Pavelic. Cosicché, facilitate dalla disposizione a pelle di leopardo delle varie etnie nel territorio, le stragi raramente potevano assumere una chiara connotazione di responsabilità. Serbi, croati, bosniaci, sloveni, ognuno massacrava gli altri: a Livno furono uccisi 12 cittadini, a Glivna 650, a Knin vennero impiccati tutti i quarantasette rabbini e gli ebrei superstiti della zona vennero posti in salvo dagli italiani con un trasferimento in Calabria. E’ inutile aggiungere che nel dopoguerra questi massacri perpetrati dagli slavi vennero addebitati alle forze dell’Asse. La verità è completamente diversa: gli abitanti dei villaggi chiedevano la protezione delle nostre truppe. A Knin e dintorni i cittadini presentarono una petizione, con centomila firme, per chiedere l’annessione all’Italia e la cittadinanza italiana. Molti giovani del luogo si arruolarono nel Regio Esercito e molti di loro, circa un migliaio, dopo l’8 settembre 1943 continuarono la lotta antipartigiana nelle file della R.S.I..

Verso la metà del 1941 iniziarono gli attentati contro le nostre truppe, causando decine di morti e feriti. A novembre 1942 fu effettuato un attentato che, per la sua efferatezza fu peggiore dei precedenti. Nei pressi di Capocesto (Spalato) vennero massacrati in una imboscata 21 soldati italiani (17 marinai e 4 genieri). Si può immaginare il disgusto e la rabbia che provarono i soccorritori quando, giunti sul luogo, videro i corpi dei propri camerati orrendamente straziati. Seguendo una “tecnica” prettamente slava ai morti erano stati strappati i testicoli e gli occhi e i primi erano stati inseriti nelle orbite vuote. Come reazione, che oggi possiamo definire inumana e irrazionale – ma allora comprensibile e legittimata dalle vigenti leggi di guerra – il generale Cigala Fulgosi, comandante della Piazza di Spalato, dette ordine di attaccare dal cielo e da terra Capocesto. Per il vile attentato pagò la popolazione civile che lasciò sul terreno 150 morti.

Questa fu l’unica rappresaglia condotta dal nostro Esercito.

Quando Bastianini venne a conoscenza del fatto, impartì l’ordine di soccorrere e, per quanto possibile, riparare il danno subito dalla popolazione.

Durante la lunga lotta antipartigiana le nostre truppe catturarono migliaia di individui passibili, per le citate leggi di guerra, di essere passati all’istante per le armi. Il Tribunale Straordinario, appositamente istituito per la lotta contro i ribelli, emise solo 58 sentenze capitali, e di queste 47   eseguite. Gli altri partigiani furono inviati in appositi campi di internamento e, fra questi troviamo appunto, l’isola di Arbe alla quale il lettore napoletano aveva fatto riferimento.

Allo scopo di evitare nuove situazioni di pericolo per i nostri soldati, per ordine di Bastianini furono internate anche le famiglie dei ribelli.

Questi nuclei familiari vennero sistemati in baracche. Forse  a causa dello scarso riscaldamento, oppure per il cibo insufficiente e non appropriato al clima, inasprito dall’imperversare della gelida bora, si verificò la perdita di 350-400 internati.

Sulle vicende dell’isola di Arbe ha scritto Rosa Paini, ebrea, nel libro “I sentieri della speranza”. A pag. 130: <Quando nel maggio ’43 durante la visita di Himmler a Zagabria, furono deportati ad Auschwitz gli ultimi ebrei che si trovavano in mano ai tedeschi e agli ustascia. Gli italiani si rifiutarono, ancora una volta, di consegnare i loro. Anzi, per proteggerli meglio decisero di raccoglierli, quelli della Dalmazia e delle isole vicine, in una sola zona: l’isola di Arbe facente parte della provincia di Fiume>.

Quindi nessun “massacro di donne e bambini” ordito da Mussolini, bensì un lodevole intento di salvare migliaia di vite umane.

Gli internati ad Arbe – e in molte altre località – slavi ed ebrei, dopo l’8 settembre ’43 caddero in mano dei tedeschi e degli Ustascia e la loro sorte fu tragica.

Ma questo è un altro discorso.

La storia di Arbe – divenuta in serbo-croato – Rab si arricchisce di un’appendice resa nota da un documentario trasmesso dalla RAI/TV l’8 luglio 1997: a Rab, nell’immediato dopoguerra, il “lager” era diventato uno dei più famigerati campi di sterminio di Tito. Il documentario ha attestato che nell’isola transitarono 30 mila persone: di queste 4.000 vennero bruciate o massacrate, molte si suicidarono, molte altre impazzirono.

Quella che abbiamo sinteticamente ricordato è una delle tante storie delle quali – per bassi motivi di politica – la verità è stata completamente capovolta.



Nota :

Questo scritto è tratto dal libro di Filippo Giannini intitolato Storia nascosta e verità sul Fascismo che in poche settimane si è imposto come terzo libro venduto nella classifica delle Edizioni della Lanterna. Un libro di storia imprescindibile, contro tutte le verità di comodo della storiografia ufficiale .
Il link ufficiale del libro con il modulo per gli acquisti :