venerdì 31 gennaio 2014

TERRA SANTA OCCUPATA / UNA TRISTE FESTA DI DON BOSCO PER I SALESIANI DI CREMISAN

Documentazione a cura di : Centro studi Giuseppe Federici

(… ) Proprio su rovine paleo-cristiane sorge la casa salesiana di Cremisan le cui vigne, dal 1896, non si sono mai stancate di produrre uva, trasformata in gran parte in buon vino. Anche oggi, suo malgrado, Cremisan rimane sotto i riflettori della storia: su queste terre i bulldozer stanno costruendo il tracciato su cui innalzare il muro di separazione voluto dal governo israeliano; la barriera, nello specifico, dovrebbe attraversare la collina su cui sorge la parte più elevata di Beit Jala (villaggio palestinese confinante con Betlemme, dove vive una forte comunità cristiana), e passare appena sopra la strada che porta a Cremisan, sotto la moderna colonia israeliana di Har Gilo. In questo modo la barriera arriverebbe a separare Cremisan da Beit Jala e quindi dalla Palestina, di cui però fa parte (… ) (www.terrasanta.net, agosto-settembre 2010).

Bisogno urgente di un sostegno per le famiglie di Beit Jala che chiedono giustizia
COMUNICATO - Pubblichiamo una dichiarazione dei vescovi del Coordinamento Terra Santa. Essi fanno appello ai cristiani e alla Comunità internazionale sulla questione della Valle di Cremisan, dove l’estensione del muro di sicurezza rischia di mettere in pericolo la vita di numerose famiglie.
I vescovi lanciano un appello alla preghiera e alla pressione internazionale nel momento in cui l’udienza della Corte Suprema di Israele sulla valle di Cremisan comincia.
In quanto Vescovi del Coordinamento Terra Santa, chiediamo che la giustizia sia rispettata nella valle di Cremisan, vicino a Betlemme. Israele ha in programma di costruire un muro di sicurezza sui terreni di 58 famiglie cristiane che li dovranno abbandonare. Abbiamo incontrato numerose famiglie di Beit Jala durante la nostra recente visita in Terra Santa. Abbiamo ascoltato il loro dolore e la loro angoscia. Essi sono confrontati alla minaccia della perdita della loro terra e dei loro mezzi di sostentamento nella misura in cui il tracciato del muro prevede di distruggere dei vigneti, degli oliveti, dei frutteti e di separarli dalle loro terre.
Noi riconosciamo il diritto dello Stato d’Israele di garantire la propria sicurezza e proteggere le proprie frontiere. Tuttavia, il tracciato previsto del muro di sicurezza si discosta fortemente dalla Linea Verde, la linea di demarcazione riconosciuta a livello internazionale dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 che separa Israele dai territori occupati. Più di tre quarti del tracciato previsto del muro si trovano al di fuori della Linea Verde ed è illegale secondo un parere consultativo della Corte Internazionale di Giustizia che la vede come una flagrante violazione della Convenzione di Ginevra e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Esortiamo i nostri governi ad incoraggiare Israele a rispettare il diritto internazionale. Soprattutto per Israele a rispettare i mezzi di sostentamento di queste famiglie e per gli abitanti di Beit Jala di essere protetti contro l’esproprio delle loro terre o delle loro case da parte di Israele. E’ una questione di urgenza poiché il 29 Gennaio inizia l’udienza per la costruzione del muro di sicurezza nella Valle di Cremisan e la domanda delle famiglie di proteggere le loro terre, alla Corte Suprema di Israele.
La nostra profonda preoccupazione, come abbiamo più volte ribadito, riguarda particolarmente la consolidazione degli insediamenti che tendono a soffocare Betlemme e Gerusalemme. Questo particolare tratto del percorso è un microcosmo della tragica situazione in Terra Santa e incoraggia il risentimento e la diffidenza, rendendo la possibilità di una soluzione necessaria sempre meno probabile.
Le nostre preghiere vanno al popolo di Beit Jala che cerca giustizia. Le offriamo anche per tutti coloro che cercano una pace giusta in Terra Santa. (seguono le firme).

FONTE :

Il destino di Cremisan ancora in sospeso
GERUSALEMME – La Corte Suprema israeliana di Giustizia ha esaminato mercoledì 29 Gennaio 2014 il ricorso depositato dalle famiglie della valle di Cremisan, che rischiano di vedersi confiscate le loro terre per consentire l’estensione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania. Il verdetto sarà pronunciato tra un mese.
L’aula delle udienze della Corte Suprema di Giustizia israeliana era piena mercoledì 29 gennaio per assistere a quello che probabilmente sarà l’ultimo ricorso in tribunale per evitare la costruzione del Muro di separazione nella Valle di Cremisan. Questa valle situata a Beit Jala é una terra agricola che permette di far vivere una cinquantina di famiglie cristiane. Un progetto dell’esercito israeliano prevede di erigervi il Muro, anche se questa valle si trova in Cisgiordania e sia lontana dalla Linea Verde, confine riconosciuto a livello internazionale dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Molti diplomatici si sono recati all’udienza: dei membri di vari consolati di Gerusalemme, dei diplomatici di Ramallah, i sindaci di Beit Jala e di Betlemme, dei rappresentanti della Chiesa cattolica e soprattutto le famiglie che rischiano di essere colpite dalla costruzione del Muro. I tre giudici della Corte si sono soffermati, durante l’audizione di tre ore, ad ascoltare entrambe le parti, le famiglie e l’esercito. Mons. Shomali, vicario patriarcale per la Palestina, ha partecipato all’udienza ed è stato piacevolmente sorpreso dalla « qualità d’ascolto dei giudici e l’attenzione portata alla difesa delle famiglie ».
Tuttavia, quest’ atmosfera serena, puo darsi non sia annunciatrice di un verdetto favorevole che sarà pronunciato tra un mese. « Il mio lato scettico mi fa pensare che non ci sarà nessuna decisione a favore della popolazione di Cremisan perché la sicurezza di Israele è sacra, avverte Mons. Shomali, ma il mio cuore rifiuta la rassegnazione e mi ricorda che c’è sempre una speranza. Perché noi preghiamo molto e abbiamo fornito una buona difesa ».
In attesa del verdetto previsto tra un mese, gli abitanti di Cremisan dispongono di una nuova tregua, breve, ma forse definitiva se la Corte Suprema decide di accordare a queste famiglie il diritto di vivere sulle loro terre e di rimanervi.
Pierre Loup de Raucourt

giovedì 30 gennaio 2014

STUDIO LEGALE LONGO / CASO FRANCESCHI : RICUSATA LA MAGISTRATURA DELLA REPUBBLICA ITALIANA

STUDIO LEGALE LONGO :

SHOAH E FINE DELLA FEDE CRISTIANA IN OCCIDENTE


Di Marcello Veneziani
La Shoah ha sfrattato il crocefisso. Auschwitz prende il posto del Golgota e il 27 gennaio sostituisce il Venerdì Santo, di Marcello Veneziani 

Perché un evento tragico di settant'anni fa, unico tra gli orrori, tiene banco in maniera così prolungata, unanime e pervasiva nei media e nelle rievocazioni? Perché col passare degli anni anziché sopirsi, si acuisce la memoria della Shoah, oggi più di trent'anni fa? Non intendo aprire polemiche, si tratta di domande vere.
Provo a rispondere senza fare alcuna valutazione. La Shoah sta prendendo il posto della crocifissione di Gesù Cristo. Ovvero è l'Evento Cruciale che segna il Lutto Incancellabile per l'Umanità, lo Spartiacque Unico dei tempi e l'avvento del Male Assoluto, con la Redenzione seguente.
Stavolta non è il Figlio di Dio a finire in Croce e sacrificarsi per noi, ma è un popolo a essere immolato, eletto o maledetto secondo le due versioni classiche, e a redimere l'uomo dal Male. Benché Assoluto, il Male stavolta è storico e non satanico. E prelude non alla Resurrezione ma alla Liberazione. Non l'ascesa dei risorti in cielo ma la liberazione degli insorti in terra. Non riesco a trovare altra spiegazione all'Enfasi Assoluta, Indiscutibile, Indelebile sulla Shoah.
Questo forse spiega il tacito, inesprimibile fastidio che sfiora quanti pure non c'entrano nulla coi negazionisti e coi razzisti né denunciano campagne di speculazione sull'olocausto: Cristo ieri messo in croce oggi messo tra parentesi. Con Lui si relativizza la fede, la civiltà cristiana. Al Suo posto c'è la Shoah, religione dell'umanità, Auschwitz prende il posto del Golgota e il 27 gennaio sostituisce il Venerdì Santo.

FONTE :

DITTATURA EUROCRATICA MONETARIA

lunedì 27 gennaio 2014

UN ALBERO DEL GIUSTO ANCHE PER LUI........

Di : Giuseppe Garibaldi


Truffa Inps, coinvolto l’Ospedale Israelitico di Roma


Cartelle cliniche truccate per rimborsi. Indagato il presidente dell'Inps


Antonio Mastrapasqua è nell'occhio del ciclone per il suo incarico di direttore generale dell'Ospedale Israelitico di Roma: secondo i carabinieri del Nas, la struttura ha falsificato migliaia di cartelle cliniche per gonfiare i rimborsi del Ssn

Il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, è indagato dalla Procura di Roma per il suo incarico di direttore generale dell'Ospedale Israelitico di Roma, sotto inchiesta per migliaia di cartelle cliniche falsificate per gonfiare i rimborsi del Ssn: illeciti per un totale di 85 milioni di euro, secondo quanto rivela la Repubblica. Al vaglio anche la cessione all'Inps di crediti inesigibili, escamotage servito a sanare i conti della struttura.

L'indagine è partita da una denuncia dei Nas di Roma del 16 settembre 2013, nella quale i carabinieri ricostruiscono la sospetta truffa: migliaia di semplici interventi ambulatoriali nel reparto di Odontoiatria si sono trasformati, nelle cartelle cliniche, in "operazioni invasive e con notevole carico assistenziale effettuate in ortopedia". Nella relazione dei carabinieri si contano 12.164 cartelle cliniche falsificate, con richieste non dovute di rimborso alla Regione Lazio (poiché la struttura non è accreditata per gli interventi odontoiatrici, ma solo per quelli ortopedici) per 13,8 milioni di euro.

Il primo filone dell'indagine, racconta il quotidiano, si è chiuso a ottobre con la richiesta di rinvio a giudizio di dieci tra medici e dirigenti, ma qui il nome di Mastrapasqua non compare. Dopo il sequestro delle cartelle cliniche da parte del Nas, però, è partito un secondo filone, nel quale il presidente dell'Inps è stato denunciato per truffa, falso ideologico e abuso d'ufficio assieme al direttore sanitario della struttura, Giovanni Spinelli, e dell'ex direttore regionale de settore "Programmazione e risorse della Sanità", Ferdinando Romano.

Il quale, sostengono i carabinieri, invece di sospendere l'accreditamento provvisorio dell'Ospedale Israelitico, "sottoscriveva con Mastrapasqua un protocollo d'intesa dove si accordavano sulle modalità di espletamento dei controlli, in violazione alla normativa regionale", favorendo "un ingiusto vantaggio patrimoniale all'ospedale per 71,3 milioni di euro".

La notizia, per il vero, era già nell’ aria.[1]

Mastrapasqua è già stato ascoltato dai magistrati che coordinano l'inchiesta, e ha respinto tutte le accuse.

Potete vedere nella foto, il suo volto sorridente e fiducioso nella magistratura e nella comunità ebraica di cui è esponente , mentre esce dall’ interrogatorio.

Il presidente della comunità ebraica, di cui Mastropasqua è un nome di punta, ha dichiarato : “ si tratta di una losca congiura antisemita. Mastropasqua è un grandissimo israelita  e pratica con rara devozione i precetti della sua religione. Abbiamo la massima fiducia nella magistratura italiana e che in particolare sappia colpire gli occulti strateghi antisemiti che muovono questa ingiusta indagine che è volta solo a screditare l’ Olocausto. Sospetto la oscura mano del Ku Klux Klan, del forum di Stromfronte dei palestinesi.  Chiederemo subito che venga varata una nuova legge anti-negazionista. La bestia nazista non passerà.”

Noi  abbiamo alcun dubbio sulla fedeltà di Mastropasqua ai precetti religiosi israeliti. Non ne avevamo neanche quando, per primi e su questo blog, abbiamo manifestato qualche perplessità sul modo con cui questo ospedale per ebrei ricchi riusciva a svettare sui vari ospedali puzzolenti destinati a noi miserabili goym nel memorabile post “ chi regge il cappio dei sudditi italiani” :



Siamo stati profeti !

Ci chiediamo soltanto, noi, poveri goym, animali da soma indegni di un così grande uomo, che abbiano lordato  al rango di indagato , se Mastropasqua abbia manifestato le stesse vocazioni anche durante la direzione dell’ INPS e di EQUITALIA, di cui è il direttore….

E, come abbiamo già scritto,[2] saremmo lieti che la magistratura si interessasse all’ operato di Mastropasqua anche quale dirigente di questi due enti , “ i più amati dagli Italiani”….

Fosse mai che ………  c’è del marcio in sinagoga ? ma guai a sospettarlo ! Vorrebbe dire essere loschi antisemiti…..

Piena solidarietà, invece, al popolo italiano che, fra i tanti parassiti che nutre con il proprio sangue, può esser lieto di annoverare anche i dirigenti e i fruitori del grande tempio dell’ umanità che è l’ ospedale israelitico di Roma….




FONTE :









 

giovedì 23 gennaio 2014

UN LAGER CHIAMATO GAZA


Documentazione raccolta da : Centro Studi Federici

Segnaliamo due articoli relativi alla drammatica situazione in cui è costretta a vivere la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. A Gaza la parrocchia latina della Sacra Famiglia è il punto di riferimento della piccola comunità cattolica.

Striscia di Gaza, un dicembre infame
(Milano) - Alluvioni, tagli all’energia elettrica, mancanza di carburante. Nel quinto anniversario dell’inizio dell’operazione militare israeliana Piombo Fuso, la Striscia di Gaza vive una delle sue peggiori crisi umanitarie. Difficile chiamare emergenza una situazione ormai strutturale, ma i livelli raggiunti sono inimmaginabili.
La vigilia di Natale a Gaza è tornato il buio: Israele ha chiuso il valico di Kerem Shalom, in risposta all’uccisione di un operaio che stava effettuando delle riparazioni al muro di separazione, danneggiato dalle intense piogge della prima decade di dicembre. E dopo aver bombardato con jet F16 Khan Younis, a Sud della Striscia, uccidendo un uomo e una bimba di 4 anni, le autorità israeliane hanno chiuso il valico da cui passano beni di prima necessità. Tra questi il carburante, senza il quale l’unica centrale elettrica di Gaza non può funzionare.
Così, il milione e 700 mila residenti palestinesi da settimane devono fare i conti con il razionamento dell’elettricità: ogni quartiere usufruisce di 4 o 5 ore di energia al giorno. Si fa a turno, organizzando le normali attività quotidiane in base al funzionamento o meno di un interruttore di corrente.
La carenza di energia elettrica ha reso la Striscia più invivibile: gli ospedali lavorano a stento, le sale operatorie possono essere utilizzate solo a determinati orari e i reparti di terapia intensiva sono quasi del tutto bloccati. Colpito anche il sistema di raccolta delle acque: le pompe elettriche non riescono ad assorbire l’acqua che ha invaso le strade dopo la tempesta che ha vessato la Striscia questo mese. Quattro giorni di piogge intense hanno lasciato dietro di sé 10mila sfollati: in alcuni punti l’acqua ha raggiunto i due metri d’altezza, costringendo intere famiglie a cercare rifugio nelle scuole dell’Unrwa - l’agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi - e nelle stazioni di polizia.
La carenza di carburante per alimentare la centrale elettrica e i generatori privati è ormai cronica: ad impedire i regolari approvvigionamenti sono sia le autorità israeliane che quelle egiziane. Dal 3 luglio scorso, giorno del colpo di Stato che ha deposto il presidente islamista Mohamed Morsi, Il Cairo è impegnato in una dura campagna punitiva contro Hamas, governo de facto della Striscia, accusato dall’Egitto di aver sostenuto militarmente e politicamente il regime dei Fratelli Musulmani. Oltre mille gallerie scavate sotto la linea di confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto sono state distrutte impedendo così l’ingresso clandestino di beni di prima necessità, carburante incluso.
Ebaa Rezeq, giovane attivista gazawi di Gaza Youth Breaks Out, ci racconta gli effetti che il blocco della Striscia – ormai cinta d’assedio dal 2007, quando gli uomini di Hamas assunsero, armi in pugno, il controllo del territorio, mettendo fuori gioco i dirigenti di Fatah – sta provocando sulla popolazione palestinese. Alle restrizioni quotidiane segue un trauma psicologico che azzera speranze e creatività.
«Non riesco a ricordare quando è stata l’ultima volta che non mi sono preoccupata dell’elettricità – ci spiega Ebaa –. A dicembre abbiamo avuto a disposizione solo 4 o 5 ore di corrente al giorno. Non che cambi molto: sono anni che dobbiamo fare i conti con tagli e black out, otto ore di elettricità e otto senza. Continuamente. Devi pianificare la tua vita quotidiana e il tuo lavoro in base alla corrente elettrica. Fare una doccia, scrivere al computer, organizzare un incontro di lavoro. Tutto va avanti così da anni ormai».
«La conseguenza è chiara: a livello psicologico la popolazione ha perso la creatività, la voglia di attivarsi, di manifestare la propria opinione. Siamo troppo presi, ogni giorno, a pensare a come risolvere i problemi basilari, a cercare di soddisfare bisogni fondamentali che nel 2013 in gran parte del mondo sono dati per scontato. Quando incontro i miei amici, passiamo metà del tempo a parlare di elettricità e carburante, o a chiedere se il confine è aperto o chiuso, se oggi avremo o no acqua calda. Energie e tempo necessari ad una lotta di base finiscono così assorbiti da altri pensieri, i più immediati».
Se non godi di diritti fondamentali e la tua principale occupazione è garantire alla tua famiglia beni di prima necessità, difficilmente avrai ancora tempo e forza per lottare, per esprimerti: «Ci hanno reso schiavi – continua Ebaa –. Non riusciamo più a pensare fuori dalla scatola, a organizzare una strategia politica popolare, a combattere contro l’occupazione militare e contro il nostro stesso governo, Hamas, che pare quasi crogiolarsi in una tale situazione. Emergenza costante a Gaza significa finanziamenti dall’esterno, soprattutto da Paesi arabi come Turchia e Qatar, e quindi “stabilità”: Hamas è in grado di mantenere la propria autorità e proteggere i propri interessi, senza far nulla per la popolazione gazawi».
Fuori, per le strade e i villaggi di Gaza, la tempesta dicembrina ha lasciato dietro di sé sfollati, morti e feriti, case distrutte, campi allagati e impraticabili, infrastrutture al collasso. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento nelle questioni umanitarie (Ocha), il 10 per cento delle serre e degli appezzamenti agricoli è rimasto seriamente danneggiato. Gli esperti dell’Onu vedono nero e dicono che nel 2020 Gaza non sarà più un luogo abitabile, soprattutto a causa della mancanza di acqua potabile e non inquinata. Oggi il 95 per cento della falda acquifera lungo la costa è contaminata: non può essere bevuta né utilizzata per l’agricoltura. Gli impianti di depurazione sono quasi del tutto inefficaci, vecchi e privati di una manutenzione regolare a causa dell’impossibilità di far entrare nella Striscia materiali da costruzione.
Dopo l’operazione Piombo Fuso – cominciata il 27 dicembre 2008 e terminata il 10 gennaio 2009 – durante la quale morirono 1.400 civili palestinesi, si calcola che ogni giorno finiscano in mare 60-90 milioni di litri di acque reflue non trattate.
«Capite? Ci stanno togliendo tutto, lentamente, direttamente e indirettamente», conclude Ebaa. «Anche i libri, ormai, sono quasi introvabili, qui a Gaza. Stiamo lentamente dimenticando cosa significhi sperare e sognare».

Terra Santa: appello di pace dei vescovi di Nord America, Europa e Sud Africa
Si è conclusa oggi a Gerusalemme con un appello di pace la visita del gruppo di coordinamento delle conferenze episcopali a sostegno della Chiesa Cattolica e dei cristiani nella Terra Santa. (…) L’iniziativa si svolge dal 1998 ogni anno nel mese di gennaio. "Siamo venuti in Terra Santa per pregare e sostenere la comunità cristiana e la causa della pace. A Gaza abbiamo visto la profonda povertà del popolo e la presenza coraggiosa delle piccole e vulnerabili comunità cristiane.
Gaza - affermano i vescovi - è un disastro causato dall'uomo, uno scandalo scioccante, un'ingiustizia che chiede a gran voce alla comunità umana una risoluzione". I presuli chiedono ai leader politici a migliorare la situazione umanitaria della popolazione di Gaza, assicurando l'accesso alle necessità di base per una vita dignitosa, possibilità di sviluppo economico e libertà di movimento.
"Nella situazione apparentemente senza speranza di Gaza, abbiamo incontrato persone di speranza. Siamo stati incoraggiati dalla nostra visita a piccole comunità cristiane, che giorno dopo giorno, attraverso molte istituzioni, raggiungono con compassione i più poveri tra i poveri, musulmani e cristiani. Continuiamo a pregare - dicono i vescovi - per sostenere i sacerdoti, i religiosi e i laici che lavorano a Gaza. Essi esercitano un ministero di presenza, si prendono cura dei bambini disabili e degli anziani, e educano i giovani. La loro testimonianza di fede, speranza e amore ci ha dato speranza. Questa è precisamente la speranza necessaria in questo momento per portare la pace, una pace che può essere costruita solo sulla giustizia e l'equità per entrambi i popoli. Palestinesi e israeliani hanno disperatamente bisogno di questa pace", scrivono i vescovi.
"Ad esempio, nella valle di Cremisan il tracciato della barriera di sicurezza minaccia la terra agricola posseduta da generazioni da 58 famiglie cristiane. I colloqui di pace in corso arrivano in un momento critico. Ora è il tempo di assicurare che siano soddisfatte le aspirazioni di giustizia di entrambe le parti". (…)

martedì 21 gennaio 2014

EQUITALIA / L' OPPRESSIONE FISCALE DAI SOVIET ALL' ITALIA



di: Anonimo Pontino.

Il viceconsole d’Italia a Kharkhov, Sergio Gradenigo, nel suo rapporto al ministero degli Esteri (Nr.diProt. 262/73), descrive uno dei metodi con cui il regime staliniano espropria i piccoli coltivatori diretti per imporre la collettivizzazione delle terre. È un metodo tributario:
«Per ogni gallina che i contadini allevano, devono pagare 3,50 rubli al mese d’imposta al governo, oppure fornire 30 uova. Ho chiesto (ai dirigenti del Partito, ndr) come si poteva pretendere che una gallina faccia un uovo al giorno, e che margine resta al contadino se deve dare tutto il profitto allo Stato. Mi è stato risposto che per ogni gallina dichiarata si deve logicamente ritenere che ce ne siano due non dichiarate.
«...Alla porta di un contadino indipendente si presenta una commissione composta di tre elementi; due sono armati di grossi bastoni o di piedi di porco di ferro, il terzo è un membro della GPU. Si chiede al contadino se è in regola con il pagamento delle imposte. Gli si domanda la ricevuta o un documento attestante che ha pagato o versato ciò che è tenuto a dare. Dopo gli si fa notare che queste contribuzioni in denaro o in natura sono state quintuplicate e che perciò deve immediatamente versare quattro volte l’importo che ha già dato, a meno che non preferisca far parte del kolkoz del villaggio. Se rifiuta, entrano in azione i due compari. Cominciano a fracassare la stufa e il camino, poi le finestre, le porte, i mobili e tutto ciò che possono. Segue la confisca di tutto quel che è ancora confiscabile, ossia la vacca e il cavallo.
Per ogni vacca si esige una contribuzione allo stato di cinque litri di latte al giorno dietro compenso di 20 kopeki al litro. Dato che una vacca dà in media 10 litri al giorno, il proprietario potrebbe trarre un profitto di un rublo per i primi cinque litri, e di 12-15 rubli per gli altri cinque. Ma dato che doveva tenerne 2 per sè, una bestia poteva renderli al massimo 10 rubli al giorno. E oggi con 10 rubli al giorno non si dà da mangiare a una vacca, perché il foraggio costa di più. Inoltre il capitale investito può, dall’oggi al domani, essere espropriato…».
Nr. di Prot. 17/9 Kharkov, 6 gennaio 1933: «… Bisogna aggiungere un commercio sempre più importante di carne umana. I piccoli sarebbero ridotti a carne per salsicce, i grandi da carne per taglio. Due casi del genere sono stati ufficialmente confermati fino ad oggi.
«I contadini (si parla naturalmente solo di kulaki) sono accusati oggi, nelle sedute del PC, di accumulare il denaro, e per conseguenza della rarefazione della moneta.
…Da qualche tempo la Banca di Stato incassa ogni tre e quattro ore tutto il denaro che le casse dei negozi e spacci accumulano con la vendita al pubblico. La automobili della GPU incaricate del servizio fanno di continuo la navetta rilasciando solo delle ricevute; ricevute con cui le botteghe non possono, beninteso, riapprovvigionarsi di nuove merci. »
Non è geniale questa idea di andare a riscuotere il denaro dalle imprese ogni 3-4 ore, rilasciando ricevute non spendibili? Mi domando cosa aspetti Equitalia ad adottare il sistema?

giovedì 16 gennaio 2014

CASO FRANCESCHI / RAI TRE " UNA CENSURA IN PRETURA"

La censura del regime e il silenzio dei sindacati dei giornalisti!
Rai Tre "Una Censura in Pretura"
Padova, 15 gennaio 2014, aula M del Tribunale Penale, udienza sul caso Luciano Franceschi. Dalle 9 alle 9,30 una troupe della RAI composta da una ventina di persone si organizza con 3 telecamere e strumenti vari per riprendere il processo Luciano Franceschi.
Completati i lavori, alle 9.30, prima dell'inizio dell'udienza, i tecnici e i giornalisti, in fretta e furia come ladri, rimettono via il materiale e come ladri spariscono prima dell'entrata dei giudici in aula.
Perché questa precipitosa e indecorosa fuga?
Sembra che il collegio giudicante avesse revocato il permesso alla ripresa televisiva.
Perché questo improvviso ripensamento?
Perché la stampa tace su questo episodio di smaccata censura?
Perché il processo a Luciano Franceschi deve restare segreto?
Ciò che meraviglia soprattutto è il silenzio dell'ordine o dei sindacati dei giornalisti sulla vicenda. Eppure non si è trattato di un episodio marginale ma di un fatto piuttosto vistoso che ha coinvolto un forte numero di addetti alla cronaca.
Silenzi e complicità di regime!

Albert Gardin
(338 8167955) - gardinalbert@gmail.com  

ISRAELE / RADIAZIONI, OVVERO GLI OLOCAUSTI DI ERODE



Documentazione raccolta da: Anonimo Pontino.


Nel 1951 il dottor Chaim Sheba, direttore generale del ministero della Sanità Israeliano, fece un viaggio in America. Ne tornò con sette macchine a raggi X fornite dall’esercito USA. Queste macchine furono usate per irradiare un enorme numero di bambini ebrei sefarditi – si dice fino a centomila – quasi tutti provenienti dal Marocco, le cui famiglie erano state convinte a fare «il ritorno» in Israele. A ciascuno di questi bambini fu somministrata 35 mila volte la dose massima consentita di radiazioni, concentrate sulla testa.
Il governo americano pagò al governo israeliano 300 mila lire israeliane l’anno, non si sa per quanti anni. Si pensi che  l’intero bilancio del Ministero della Sanità israeliano ammontava allora a 60 mila di quelle lire.
Israele ottenne anche elementi tecnici del know-how necessario per avviare il proprio programma militare nucleare. L’iniziatore di tale programma era stato Shimon Peres, uomo di pace per tutti i media. Allora, Peres era direttore generale del ministero israeliano della Difesa.
Per ingannare i genitori, fu detto loro che le irradiazioni servivano per curare un parassita cutaneo, la tricofizia dello scalpo. I bambini furono caricati su pullman per «gite scolastiche». Almeno 6 mila di quei bambini morirono subito dopo le somministrazioni; molti altri sono morti nel corso degli anni per tumori. Alcuni sono ancora vivi, ormai anziani, e sofferenti di gravi disturbi, dall’Alzheimer alla cefalea cronica, dall’epilessia alla psicosi.
L’episodio è stato l’oggetto di un documentario, «100000 Radiations»,  prodotto nel 2003 dalla Dimona Productions Ltd. (Dimona è il luogo delle installazioni atomiche giudaiche), registi Asher Khamias e David Balrosen, produttore Dudi Bergman. Il 14 agosto 2004 l’ha persino trasmesso la tv israeliana Canale 10.
Una infermiera che aveva partecipato all’operazione: «Ce li portavano (i bambini) in file e file. Anzitutto, gli rasavano la testa e la ungevano con un gel che bruciava. Poi gli mettevano una palla fra le gambe e gli dicevano di non lasciarla cadere, così non si potevano muovere. Io indossavo il grembiule al piombo, ma per loro non c’erano indumenti protettivi. Mi era stato detto che era un trattamento per la tricofizia. Avessi saputo il pericolo che quei bambini affrontavano, mai avrei cooperato, mai!».
Parla anche un ebreo di nome Davi Deri, che si ricorda di quando era bambino: «Ero in classe e vennero delle persone per portarci in un giro scolastico. Fecero l’appello, ci chiesero i nostri nomi. Ai bambini askhenazi dissero di tornare al loro banco. Solo i bambini di pelle scura furono portati nel bus».
Nel documentario, si chiarisce oltre ogni dubbio che l’esperimento genocida fu cosciente e deliberato. Vi si mostra il documento medico che indicava, nel 1952, le precauzioni da prendere per i raggi X. La dose massima da somministrare a un bambino vi era indicata in 0,5 rad. Il pericolo delle radiazioni era noto da 40 anni.
Tuttavia, sul genocidio dei bambini sefarditi compiuto dal santo regno di Sion mancano tutti i documenti per risalire con precisione ai responsabili.
A Canale Dieci, nel dibattito che è seguito al documentario, il portavoce del ministero della Sanità Boaz Lev ha ammesso: «Quasi tutti i documenti (sulla vicenda) sono stati bruciati».
La cosa fu ripetuta, a quanto pare, su 4500 bambini, per lo più figli di immigrati ebrei dallo Yemen. Anni dopo fu perfino creato un movimento per quei bambini yemeniti, fondato dal rabbino Uzi Meshulam. Costui asseriva che i 4500 bambini, rapiti alle famiglie, erano stati mandati in America dove erano morti in esperimenti. Rabbi Meshulam fu messo in prigione; ne è uscito in stato vegetativo, da cui non si è più ripreso.
Eliezer Kaplan, come ministro delle finanze, si suppone abbia gestito i notevoli profitti dell’operazione: oggi un famoso ospedale israeliano è dedicato al suo nome immortale. Come anche Chaim Sheba, il sionista che diresse in quegli anni la «Ringoworm Incorporated», la ditta creata ufficialmente per combattere la tricofizia del cuoio capelluto (una piaga dell’epoca, dovuta alla scarsa igiene degli ebrei sefarditi). Yosef  Burg, ministro della Sanità, ebbe certamente un ruolo in questa operazione di «igiene preventiva»; del resto, rabbi Meshulam, prima di perdere la ragione nelle galere ebraiche, accusava Burg di essere il mandante del rapimento e della scomparsa dei 4500 bambini yemeniti.

Fonte :
Dossier 100.000 Radiations andato in onda in Israele il 14 agosto 2004, alle 21, su Channel Ten, per la Dimona Productions. Partecipavano testimoni, esperti del Ministero della Sanità, vittime. Reperibile anche nel sito del più liberal dei giornali israeliani:  www.haaretz.com/hasen/spages/458044.html.

GLI ITALIANI MUOIONO DI FAME E QUESTO E' BELLO GRASSO E PASCIUTO..

mercoledì 15 gennaio 2014

CASO FRANCESCHI/ L' ALTA CORTE DI GIUSTIZIA VENETA PRONTA AD AFFRONTARE ALTRI PROCESSI ALTERNATIVI ALLA MALAGIUSTIZIA DEL SISTEMA-ITALIA

Ringraziamo i giovani giornalisti che hanno seguito il processo dell'Alta Corte di Giustizia Veneta sul caso Franceschi/BCC di Campodarsego. Non siamo d'accordo con i contenuti degli articoli ma riconosciamo alla stampa il diritto di raccontare liberamente la cronaca dei fatti; ma è subito opportuno precisare che noi rispondiamo di quello che affermiamo e non di quello che altri possano aver capito. Nei due articoli ci sono alcuni punti che meritano di essere chiariti:
1) il tribunale non era "venetista" ma istituzionale veneto, espressione della riorganizzazione delle istituzioni venete;
2) non c'è stato un processo "singolare", quello veneto, e uno "vero", quello italiano. C'è invece una giustizia veneta smantellata dallo Stato occupante, l'Italia, che dobbiamo e vogliamo rimettere in piedi perché amministri la giustizia con i criteri consoni alla storia e alla cultura veneta che non corrispondono affatto con quelli italiani.
Rotto finalmente il ghiaccio, l'Alta Corte di Giustizia Veneta dovrà mettersi al servizio delle numerose domande di giustizia che provengono dalla società veneta e a cui l'Italia non potrà mai dare risposte soddisfacenti e giuste.
Mercoledì mattina,15 gennaio 2014, alle ore 8.30, esponenti delle libere istituzioni venete presenteranno alla stampa padovana la sentenza dell'Alta Corte di Giustizia Veneta, davanti al Tribunale di Padova.
La Corte di Giustizia Veneta ha solo iniziato la sua attività, gli impegni non mancheranno. La società veneta deve assumere nelle proprie mani la cosa pubblica, sottraendola alla gestione dello Stato occupante. L'indipendenza non pioverà dal cielo ma sarà il frutto della nostra determinazione e mobilitazione. Il processo celebrato oggi è un buon segnale.
Venezia 13.01.2014
Albert Gardin (Presidente del Governo Veneto)
(338 8167955) - gardinalbert@gmail.com

CASO FRANCESCHI / AGGIORNAMENTO

Caso Franceschi: l'udienza rinviata al 14 febbraio, ore 9, causa sciopero della Camera Penale
L'udienza sul caso Franceschi/Banca Credito Cooperativo davanti al Tribunale italiano di Padova è stata sospesa e rinviata al 14 febbraio prossimo a causa dello sciopero dei penalisti a cui il difensore di Franceschi, avv. Edoardo Longo, ha aderito.
Albert Gardin, Presidente del Governo Veneto

lunedì 13 gennaio 2014

CASO FRANCESCHI / L' ALTA CORTE VENETA DI GIUSTIZIA MOTIVA LA SUA ASSOLUZIONE

Di : Albert Gardin

Uno degli spunti interessanti emersi dalla discussione dell'Alta Corte è l'osservazione che il Gambarotto si è assunto una grossa responsabilità scagliandosi contro il Franceschi nel tentativo di disarmarlo. I colpi non sarebbero partiti per volontà di Franceschi ma per effetto del tira e molla imposto dall'azione del Gambarotto.
La controparte di Franceschi non era la persona di Gambarotto ma la direzione dell'istituto bancario. Ci fosse stata un'altra autorità bancaria al posto di Gambarotto, Franceschi avrebbe tentato di arrivare ad un "accordo" con questa. Dunque il Gambarotto non era l'interlocutore personale e per questo egli doveva restare al suo posto, trattenere dialetticamente il Franceschi, "subire" la sua azione per evitare il peggio.
L'impresa di Gambarotto è stata personale e non di un dirigente che rappresenta una collettività, si è "difeso" come se avesse dovuto difendere del "suo". Questa azione sconsiderata ha causato il peggio, è stata come un tentativo di spegnere un principio d'incendio con un secchio di benzina. Se il Gambarotto non avesse reagito in quella maniera, la questione sarebbe passata nella competenza del personale preposto (polizia, carabinieri o guardie giurate). Un Direttore non fa lo sceriffo.
Paradossalmente la situazione si è trasformata in tragedia per l'avventatezza del Gambarotto.
Ora Franceschi è accusato di "tentato omicidio" ma siamo certi che le responsabilità del Franceschi non fossero questa. Sono altre. Se gli spari sono partiti per effetto della colluttazione le responsabilità del Franceschi non possono essere quelle del tentativo di omicidio.
Gambarotto potrebbe essere accusato tecnicamente di comportamento incauto, "irresponsabile".
Queste sono osservazioni tecniche, per definire in modo più corretto e morale la posizione del Franceschi.
La nostra sentenza, pur nella sua scarnezza, ha voluto dire questo. Non è stato un processo promosso da un partito ma da un'istituzione repubblicana che pretende di rappresentare lo spirito equilibrato della civiltà veneta.


Albert Gardin ( presidente del Governo Veneto)
(338 8167955) - gardinalbert@gmail.com
 

CASO FRANCESCHI / L' ALTA CORTE VENETA DI GIUSTIZIA ASSOLVE LUCIANO FRANCESCHI

Finché un veneto impugnerà la bandiera di San Marco, la Patria Veneta continuerà a vivere!

Qui sotto la sentenza emessa dall'Alta Corte di Giustizia Veneta sul caso Franceschi.
“Sentenza dell'Alta Corte di Giustizia Veneta sulla vicenda Franceschi/BancaCredito Cooperativo. -
In seguito alla richiesta del cittadino veneto Luciano Franceschi di valutare la vicenda accaduta a Campodarsego l'11.02.2014 che lo hanno avuto come sfortunato protagonista, l'Alta Corte di Giustizia Veneta, dopo una serena e approfondita disanima dei fatti, dichiara l'assoluta insussistenza dell'accusa di "tentato omicidio" rivoltagli dalle istituzioni italiane. Dalla lettura dei fatti risulta evidente come il Franceschi non avesse alcuna intenzione di arrecare danno a Piero Gambarotto o ad altri funzionari, ma di imporre il rispetto dei diritti delle imprese venete da parte del sistema bancario italiano.”
Spresiano 12.01.2014

Il processo sul caso Franceschi che abbiamo celebrato ieri (12 gennaio 2014) a Spresiano, mi ha gasato molto. Abbiamo dato prova di avere un alto senso istituzionale e una volontà di vincere. La nostra "guerra" non si vincerà con le armi ma con la forza della ragione e del diritto. Il processo di ieri ha dimostrato indubbiamente che siamo sulla buona strada. Particolare importante: il processo si svolgeva a "porte aperte".
Avanti!!!!!
Venezia 13.01.2014
Albert Gardin (Presidente del Governo Veneto)


APPELLO SOLIDALE A FAVORE DI  LUCIANO FRANCESCHI :
 

sabato 11 gennaio 2014

ALCUNI PERCHE' SUL 25 LUGLIO E LA CADUTA DEL FASCISMO


Di :  Filippo Giannini

25 luglio 1943, le logge massoniche-liberalcapitaliste in quegli anni, anche se fortemente domate, ancora resistevano negli ambienti industriali e vicini alla Corona. Riprendiamo alcune pagine del mio volume “Il sangue e l’oro” per proporre ai lettori un fatto poco noto o, comunque, trascurato per spiegare certi avvenimenti accaduti in quei giorni.

   Il 21 aprile 1943 Vittorio Emanuele III aveva ricevuto alcuni uomini politici che lo sollecitavano ad allontanare il Capo del Governo. La cosa era stata segnalata a Mussolini il quale rispose che era a conoscenza di questo incontro, ma che fidava nella lealtà del Re: <lealtà>, aveva sottolineato <di cui non era lecito dubitare>.
   Due giorni prima il Duce aveva nominato Tullio Cianetti ministro delle Corporazioni.

   Cianetti, quando nell’agosto 1939 apprese dell’accordo Ribbentrop-Molotov, reagì con soddisfazione. Infatti aveva scritto:  <consideravo il sovietismo, il nazionalsocialismo ed il fascismo molto più vicini e simili di quanto non lo fossero nei confronti delle grandi democrazie plutocratiche>. 

     Proprio per queste idee Tullio Cianetti era considerato negli ambienti di Corte <elemento troppo spinto e pericoloso>. Ma, almeno in parte, le  idee di Cianetti erano condivise anche da Mussolini: che egli fosse anticomunista è fuori discussione, ma non era antisovietico.

   Ad accreditare questa tesi è sufficiente ricordare gli insistenti tentativi di Mussolini per indurre, nel corso della guerra, Hitler a trovare il mezzo per giungere ad una pace separata con l’URSS e rivolgere così tutti gli sforzi contro i reali nemici del fascismo: le democrazie plutocratiche.

   Ma torniamo al <più rosso dei neri> o al <comunista del Littorio>, come era chiamato Cianetti in un certo ambiente.

   La stesura di questa sezione di capitolo è suggerita da un esame del libro di “Memorie” del Ministro delle Corporazioni, che nella Prefazione avverte: <Queste pagine non sono state scritte per piacere a qualcuno. Le ho scritte nelle carceri della Repubblica Sociale Italiana: i capitoli essenziali mentre attendevo il processo nelle carceri di Verona; gli altri secondari, subito dopo le tragiche giornate di Castelvecchio>.   

   Mussolini, che trascorreva in casa un periodo di convalescenza, ricevette Cianetti a Villa Torlonia in un pomeriggio degli ultimi di maggio 1943. Il colloquio durò più di due ore. Il Duce appariva stanco e dimagrito, Cianetti avrebbe voluto parlargli brevemente, ma Mussolini gli disse: <Non vi preoccupate e ditemi con schiettezza tutto quello che avete intenzione di espormi>.

   Cianetti: <Duce, desidero innanzi tutto fare una premessa, dichiarandovi che io credo al corporativismo forse come al vangelo di Nostro Signore>.

   Mussolini: <Perché dite questo?>

   Cianetti: <Perché ce ne è bisogno>.

   Mussolini: <Anch’io credo al corporativismo (…). Avete un progetto?>.

   Cianetti: < Si parla molto di concentrazioni industriali e lo si fa senza rendersi conto della portata di un così vasto problema. La concentrazione delle industrie presuppone quella del capitale e quando questo ha raggiunto un certo stadio si slitta con più facilità verso i monopoli, nei confronti dei quali desidero manifestarvi, fin da questo momento, la mia più netta avversione>.

   Mussolini si dice d’accordo e invita Cianetti a continuare.

   Cianetti: <Desidero prospettarvi qualche cosa di più importante in merito agli sviluppi della politica sociale. In questi ultimi anni il Regime, per effetto della guerra, ha dovuto deviare da alcune linee maestre. La quasi carenza corporativa e l’enorme accrescimento dei complessi industriali hanno alterato, a danno dei lavoratori, un equilibrio che potrebbe compromettere l’attuazione definitiva del corporativismo (…). Ricordo che qualche anno fa voi mi diceste che, finché vivrete, non sarebbero sorti più complessi industriali dell’entità della FIAT e della Montecatini; purtroppo quel pericolo che volevate scongiurare esiste e si potrebbe dire che è già in atto. Vi chiedo pertanto che si dia valore e sostanza ad un principio già enunciato e cioè: quando i complessi industriali superano un certo limite, perdono il loro carattere privatistico ed assumono un aspetto pubblico e conseguentemente collettivo>.

   Il Duce, nel corso dell’esposizione, aveva continuamente fatto cenno di condividere il punto di vista del suo interlocutore. <E allora?> chiese.

   Cianetti: <Allora non c’è che un rimedio: stroncare la tendenza al monopolio e socializzare le aziende più importanti>.

   Mussolini: <Voi pensate che siamo maturi per la socializzazione?>.

   Cianetti: <Penso che siamo in notevole ritardo, Duce. La socializzazione è cosa troppo seria perché si possa attuare di colpo (…). Siamo al quarto anno di guerra e le guerre accelerano fatalmente i tempi dell’evoluzione sociale. Avremo reazioni violente da parte di alcuni capitalisti, ma questi signori si devono convincere che oggi non si sfugge più al dilemma: o corporativismo o collettivismo>.

   In pratica il Duce accetta in toto il programma di Cianetti, poi disse: <E’ importantissimo: potremmo presentarlo al Consiglio dei Ministri nel mese di ottobre>.

   Ma Cianetti osserva: <No, Duce, mi permetto di insistere sull’urgenza del provvedimento, data la inevitabile perdita di tempo alla quale ho accennato. Vi propongo, quindi, di non andare oltre il mese di luglio o agosto>.
   Mussolini: <Sta bene, parlate con il Ministro della Giustizia e superate con lui gli ostacoli formali>.

   Uscendo da Villa Torlonia Cianetti sapeva <di andare incontro a difficoltà non comuni>.

   Interessante è leggere le motivazioni con le quali Alfredo De Marsico, Ministro della Giustizia, bocciò il progetto di Mussolini e Cianetti (“Memorie”, pag. 385):

   De Marsico: <Tu, caro Cianetti, con questa legge mi calpesti e mi devasti addirittura tutto il diritto tradizionale>.

   Cianetti: <Non  lo metto in dubbio, ma osservo soltanto che il diritto non può congelare la vita e l’evoluzione degli uomini; o serve ad entrambe o sarà spazzato quando si rivelerà un ostacolo al progresso sociale>.
   De Marsico: <Ma io non posso ignorarlo, questo diritto, e tanto meno infirmarlo>.

   Cianetti: <Chi pretende questo? Io ti chiedo soltanto di trovare le formule che siano atte alla preparazione di un clima giuridico che possa accogliere le innovazioni sociali che propongo. Tu non puoi chiuderti nel sancta santorum del tuo tempio, ignorando un fermento sociale che va incanalato>.

   De Marsico: <D’accordo, ma mentre tu sei la fiumana che avanza, io non posso essere che la diga che frena>.
   Cianetti: <Scusa se ti interrompo, caro De Marsico, ma il paragone non regge. Ammesso che io rappresenti la fiumana, non ti pare che sia poco saggia l’esistenza di una diga? La fiumana deve andare al mare; opporle una diga vuol dire provocare inondazioni e disastri. Alla fiumana si preparano il letto, gli argini e le piccole serre a cascata per regolarne il corso verso il mare; è proprio quello che io ti chiedo. Non parliamo, quindi, di dighe, ma predisponiamoci a costruire gli argini>.

   Ci siamo soffermati a lungo sulle memorie di Cianetti perché siamo convinti che la “congiura di Corte e militare”, già in programma per rovesciare il Governo fascista, fu accelerata nell’invitare Cianetti a <parlare con il Ministro della Giustizia>, che vedremo in prima linea la notte del 24/25 luglio. Uomo della destra liberale, legatissimo alla Dinastia della quale rappresentava, oltretutto, gli interessi, De Marsico oppose il più deciso rifiuto anche all’esame del provvedimento, minacciando addirittura le dimissioni.

   Il Duce, data la situazione militare difficilissima, cercò di evitare che a quella si aggiungesse anche una crisi ministeriale. Sicché fu costretto a soprassedere; ma, come ricorda Cianetti, lo rassicurò garantendogli che il provvedimento sarebbe comunque stato varato, <ma non prima del mese di ottobre>.

   Scrive a conclusione di questa vicenda Santorre Salvioli (“StoriaVerità”, N° 16) e del quale condividiamo l’opinione: <Non è da escludere che, riferito dal De Marsico ai vertici del Quirinale e dell’organizzazione capitalistica, la intenzione svoltista di Mussolini sia stata fra le cause scatenanti del Colpo di Stato del 25 luglio, posto paradossalmente in essere  con l’ausilio involontario – non determinante -  di Tullio Cianetti e del suo gruppo>.

   Tullio Cianetti, quasi al termine della sua vita osserva:

<Come è avvenuto nel passato, si continuerà a truffare il mondo in nome della libertà e della democrazia di cui sarebbero depositari perenni – non si sa perché – i responsabili principali delle più grandi ingiustizie e schiavitù> Le sottolineature sono di FG).

   Il colloquio con Cianetti in quel lontano giugno 1943, probabilmente va letto nella consapevolezza di Mussolini che la guerra per l’Asse era fortemente compromessa, e il suo animo di vecchio socialista gli imponeva di lasciare l’Italia, anche se sconfitta militarmente, socializzata, cioè vincitrice sul piano delle innovazioni sociali. La stessa operazione verrà riproposta l’anno successivo. Cianetti al termine della guerra, nel 1947, si trasferì in Mozambico dove morì nel 1976.



NOTA DELLA LANTERNA :

leggasi anche lo sconvolgente libro di menorie di Luigi Cabrini, segretario e portavoce di Giovanni Preziosi :