giovedì 31 ottobre 2013

IL MISTERO DEL POLIGONO

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GAS PANIK

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MEDINI MURATO VIVO

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MAGISTRATURA CRIMINALE

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martedì 29 ottobre 2013

BUON VIAGGIO, CAPITANO !


Di :  Filippo Giannini


…e si scagliarono eroicamente contro una salma……….


   Ho più volte scritto che l’inumana rappresaglia delle Cave Ardeatine (e le altre rappresaglie) sono marcate: NAZI-COMUNISTE. E provo a spiegarmi.

   Attenti! Puntate… Mirate… Fuoco…Feuer (tedesco)…Feu (francese)… Fuego (spagnolo)…Vatra (croato)… Eld (svedese)… Požar (polacco)… Φουκω (greco)… Φүҝо (russo)… ecc. ecc. Questo per indicare che i plotoni di esecuzione esistevano ed esistono ancora in ogni parte del mondo. E di cosa era accusato Erich Priebke? Di aver fatto parte di un plotone di esecuzione. Poteva Priebke, quale militare dell’esercito germanico rifiutarsi di far parte del plotone? Certamente! Ma sarebbe stato immediatamente fucilato. A questo punto vorrei rivolgere una domanda sia ai giudici che lo hanno condannato, sia ad uno qualsiasi degli “eroi” che sono insorti contro di lui, anche dopo la sua morte: lei, signor giudice, e voi “eroi”, al suo posto, cosa avreste fattto? A questo punto è indispensabile un chiarimento: non stimo affatto il povero cristo che è costretto a far parte di un plotone di esecuzione, ma non mi si può vietare di stimare Erick Priebke che, anche di fronte ad una palese ingiustizia subita, ha saputo mantenere un fiero atteggiamento di coerenza; per saperne di più si legga il suo testamento spirituale.

   Ed ora, solo per capire a che grado di infamia siamo stati precipitati, facciamo un po’ di storia.

   È noto e accettato anche dagli eroi, che la rappresaglia compiuta alle Cave Ardeatine fu una conseguenza per l’attentato compiuto dagli eroici partigiani a Via Rasella. Iniziamo con il considerare: chi erano i partigiani?

   Per prima cosa una puntualizzazione: contrariamente a come si vuol far credere, Roma non fu mai “città aperta” perché se la proposta venne accettata dal comando germanico, fu rifiutata dagli “angeli del bene”, infatti questi continuarono a volare vomitando bombe sulla “Citta’ Eterna”.
Anche se poco più che bambino ricordo perfettamente che la popolazione romana, come altrove, anche se stanca della guerra non nutriva astio né verso i tedeschi né verso i fascisti. Questo stato di cose non era gradito ai vertici del Cln i quali, dopo aver constatato che gli attentati messi in atto nei mesi precedenti, pur avendo causato morti e feriti fra i soldati italiani e tedeschi, non avevano determinato rappresaglie di massa degne di nota, decisero di predisporre un attentato di così grandi proporzioni da rendere inevitabile una adeguata rappresaglia. A tale scopo fu scelta la data del 23 marzo 1944, e non a caso: infatti quel giorno coincideva con l’anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento.

Pertini, Bauer e Amendola, il vertice, cioé, del Cln, inizialmente fissarono come obiettivo la manifestazione dei fascisti che era in programma; ma questa idea fu scartata perché, giustamente, qualsiasi fosse stato il danno arrecato ai fascisti, questi mai avrebbero risposto con una rappresaglia di grandi dimensioni come era nei desiderata del Cln. La mira fu allora spostata sui tedeschi i quali, proprio per la loro ottusità teutonica, caddero nella diabolica trappola. Quindi, per essere più chiari, si può affermare che alle Cave Ardeatine fu una mano tedesca a premere il grilletto, ma le cartucce furono caricate dalle mani dei vertici del Cln.

Il resto è più o meno noto, ma sono poco noti (ovviamente) gli sforzi fatti da Mussolini e dai piu’  alti vertici del suo governo per dissuadere i tedeschi dall’effettuare la rappresaglia. È pure poco noto che Amendola, dopo l’attentarto, si incontrò con De Gasperi dal quale ricevette le congratulazioni per “il grande botto”. Ma c’e’ qualche altra cosa da aggiungere per rendere il fatto (se possible) ancora più disgustoso: ancora oggi qualcuno accusa Bentivegna, la Capponi e gli altri “eroi” dell’impresa di Via Rasella per non essersi presentati e salvare così la vita ai 330 (335) ostaggi. Non avrebbero potuto (anche se lo avessero voluto) perché, consegnandosi avrebbero vanificato quanto i capi del Cln avevano progettato, cioé ottenere quella grande carneficina sulla quale l’antifascismo faceva grande affidamento.

Quindi tutto rientra nella norma: gli stalinisti, che della politica demoniaca sono maestri, da quel “grande botto” tutt’ora ricavano le loro fortune avendo accanto anche, come complice, quel partito che dovrebbe ispirarsi alla pietà cristiana.

   Il notissimo Giorgio Bocca, fascista e antifascista, nel suo Storia dell’Italia partigiana ha scritto, fra l’altro: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Anche il democristiano Benigno Zaccagnini non è da meno di Gioorgio Bocca; infatti ha scritto: <La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista, e quindi si giustificava>. O ancora: il giornalista Luciano Moia (“Il Giornale” del 1° settembre 1993) ha osservato che <una risposta nazifascista dura e impietosa alle provocazioni armate dei cecchini era proprio quello che si auguravano i capi del Pci i quali ben sapevano che la spirale del sangue, una volta innescata, è inarrestabile (…). Gli attacchi dei partigiani avevano proprio lo scopo di provocare rappresaglie>. Risulta difficile non intervenire e far osservare che è facile scrivere “suscitare spirito di rivolta” o che “si suscitava maggiore spirito di rivolta…”, quando gli autori di questi atti di eroismo si nascondevano magari nei conventi, come accadeva, e facevano coinvolgere nelle rappresaglie dei cittadini che erano assolutamente innocenti. E fra questo, osservo, che anche quei militari ai quali era imposto di far parte dei plotoni di esecuzione, erano vittime di quelle sciagurate azioni.

   A seguito di queste “azioni di guerra”, il Maresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, lanciò, il 1° agosto 1944, un manifesto con il quale avvertiva che qualora quelle “azioni” fossero continuate di aver <impartito alle proprie truppe i seguenti ordini:

1)      iniziare nella forma più energica l’azione contro le bande armate di ribelli, contro i sabotatori …
2)      costituire una percentuale di ostaggi in quelle località dove risultano esistere bande armate e passare per le armi i detti ostaggi tutte le volte che nelle località stesse si verificassero atti di sabotaggio>. 

        Kesselring, nel compilare il sopraccitato ultimatum, si riferiva alle Convenzioni Internazionali firmate da quasi tutti i Paesi; tra questi la Germania e l’Italia. Dal volume “Diritto Internazionale” alla voce “Combattenti” fra l’altro si legge: <Sulla base delle Convenzioni de L’Aja del 1899 e del 1907 sulla guerra terrestre (…) si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti. Nella prima rientrano i militari delle Forze Armate regolari di uno Stato belligerante, purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra (…).
   Gli illegittimi combattenti vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura. Lo stesso dicasi per i “sabotatori”>.

   Sempre dal “Diritto Internazionale”, voce “Rappresaglia”: <La rappresaglia si qualifica innanzitutto come “atto legittimo” (…). La rappresaglia condotta obiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. La rappresaglia è, fondamentalmente una “sanzione”, cioè una reazione all’atto illecito e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito (,,,), Poiché la rappresaglia si pone come “risposta” ad un atto illecito, per essere legittima deve obbedire a queste condizioni: vi deve essere stata lesione di un diritto o di un interesse giuridico dello Stato autore e deve essere mancata la riparazione (…). Non può mai violare le leggi umanitarie, cioè fondamentali ed elementari esigenze di umanità (…). La scelta delle misure da infliggere spetta allo Stato offeso. Questo, però, prima di passare all’azione, deve assicurarsi che l’offensore non voglia o non possa riparare il danno (…). Compiuto inutilmente questi passi, potrà applicare le misure che meglio crederà, uniformando però la sua condotta alle condizioni di legittimità che abbiamo sopra esposte (…). La rappresaglia è, cioé, un atto di violenza isolato nel tempo e nello spazio, avente lo scopo di imporre il rispetto del diritto in relazione ad una violazione subita, sì che possa cessare appena riparata l’offesa. La nostra legge di guerra, approvata con R.D.8-VII-1938 n. 1415, regola poi la materia delle ritorsioni e delle rappresaglie in tempo di guerra con gli art: 8-9-10”.

   È bene a questo punto ricordare che nel 1983, l’allora Presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini, uno dei responsabili delle cercate rappresaglie, in occasione del trentottesimo anniversario dell’eccidio avvenuto a Pedescala per opera dei tedeschi, sempre a seguito di un attentato compiuto dai partigiani, si recò, dicevamo in quella cittadina per consegnare la consueta medaglia che però venne sdegnosamente rifiutata con la seguente motivazione: <Sparavano, poi sparirono. Rifugiandosi sui monti, dopo averci aizzato contro la rabbia dei tedeschi, ci lasciarono inermi a subire le conseguenze della loro sconsiderata azione. Per tre interminabili giorni guardarono le case e le persone bruciare sotto di loro, ma non si mossero. Con quale coraggio oggi proclamano di avere difeso i nostri morti e pretendono di ricevere una medaglia davanti al monumento che ricorda il loro sacrificio?>.

   Per completare quanto scritto ed evidenziare ancora più di quale mostruosità giuridica ci si sia macchiati con la persecuzione a danno di un centenario, vogliamo ricordare che tutti i partecipanti al secondo conflitto mondiale si avvalsero di quanto attestato nelle Convezioni di guerra allora esistenti; solo pochi esempi: gli inglesi nel paragrafo 454 del British Manual of Military Law, oppure gli americani al paragrafo 358 dei Rules of Land Warfire, attestati che prevedevano il diritto di rappresaglia. A Berlino, l’Armata Rossa che la occupava minacciò la fucilazione di ostaggi nel rapporto di 50 a 1. Il testo del comunicato era il seguente: <Chiunque effettui un attentato contro gli appartenenti alle truppe di occupazione o commette attentati per motivi di inimicizia politica, provocherà la morte di 50 ostaggi> (Testo pubblicato sul quotidiano Verordnugsblatt di Berlinio del 1° luglio 1945). Abbiamo sotto gli occhi un documento che riguarda un manifesto rivolto alla popolazione tedesca della città di Tuttlingen con il quale il 1° maggio 1945 il comando militare francese annunciava: <Avis a la Popolation!> tradotto avvertiva che <per ogni soldato francese ucciso dai cecchini o partigiani tedeschi sarebbero stati fucilati 50 (cinquanta) ostaggi>. In merito il signor Benedetto Anselmi osserva: <Nel 1957 questo manifesto era esposto nel museo  storico della città di Tuttlingen (Baden Wuerttemberg), ma nel 1998, dopo che un giornalista interessato al caso Priebke lo aveva fotografato, venne rimosso>.

   Se facciamo la proporzione fra le minacce di fucilazione di ostaggi fra gli angeli del bene (gli alleati) e i crudeli nazisti, non possiamo non osservare che questi ultimi erano, almeno, più umani.
   Se tutto ciò è vero, perché tanto accanimento contro Priebke? La risposta è ovvia: Priebke faceva parte di coloro che avevano perso la guerra…

   Per i fatti dello scempio avvenuto il 24 marzo 1944 alle Cave Ardeatine fu intentato un processo a carico di Herbert Kappler (di cui sarebbe semi-comico parlare della sua fuga dall’ospedale Celio di Roma; ma lo spazio stringe e dobbiamo evitare di addentrarci più di tanto), Tenente Colonnello delle SS tedesche e comandante della polizia di sicurezza della città di Roma. A dicembre 1945 il procuratore militare di Roma promuoveva azione penale contro “Kappler e altri”. Fra gli “altri” c’era anche il capitano Erich Priebke. Kappler, stando alla sentenza operò “in concorso con circa cinquanta militari tedeschi a lui inferiori in grado e da lui dipendenti”. Nel leggere la “Sentenza n. 631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, in data 20.07.1948, anche un profano di legge comprende immediatamente che si è voluto colpire e indicare un colpevole, non il VERO COLPEVOLE , cioè chi fu la causa dell’eccidio alle Cave Ardeatine. Nella Prefazione di detta sentenza si legge chiaramente: <(…). Dalle ormai note vicende giudiziarie del Capitano nazista Erich Priebke, implicato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine in Roma (…)>. IMPLICATO, come esecutore di un ordine, non il BOIA, come certi eroi lo hanno accusato. Ma la sentenza non può ignorare altri fatti, come ad esempio riconoscere: <Stabilito che l’attentato di Via Rasella costituì un atto illegittimo di guerra (…)> e: <(…). Deriva che in conseguenza dell’atto illegittimo di Via Rasella, lo Stato occupante aveva il diritto di agire in via di rappresaglia>.

   Allora, brevemente. Perché fu condannato Herbert Kappler? Nella confusione del momento a seguito dell’attentato e della ricerca delle  vittime sacrificali, furono uccisi 5 ostaggi in più. Leggendo gli atti della sentenza risulta che Kappler fu condannato all’ergastolo per questa dolorosa circostanza: cinque vittime in più furono sacrificate alla falce e martello, ma gli esecutori furono i nazisti, vestiti di stupidità teutonica. Ecco di seguito la parte della sentenza: <Difatti, è risultato pienamente provato che 330 persone furono uccise in conseguenza all’attentato di Via Rasella, mentre le altre cinque furono fucilate per errore (…)>.

   Prima di terminare, ma ci sarebbe tanto da aggiungere, non possiamo non ricordare quanto avvenne nel corso del processo e dopo nel caso del criminale di guerra Erich Priebke. Proviamo a ricordarlo, avvalendoci di quanto ha scritto il signor  G.F.S..

   L’Italia non ha mai saputo un bel niente di Priebke, fintanto che lo scoop di un giornalista americano non ha rivelato la sua residenza a San Carlos de Bariloche in Argentina. Il governo italiano, da quel momento, ha cominciato a sprecare i soldi dei contribuenti, cedendo alle pressioni e inginocchiandosi davanti ad una nota lobby che impartì l’ordine di chiederne l’estradizione al governo argentino per poi estradarlo in Italia e processarlo, sempre a nostre spese. Un processo dal quale Priebke fu assolto, ma la nota lobby, dopo la lettura della sentenza, sequestrò il tribunale con dentro giudici, magistrati, avvocati e carabinieri. Un atto criminale che se fosse stato eseguito da cittadini non membri di questa lobby, sarebbero stati arrestati e incarcearti. L’allora ministro della Giustizia, un certo Flick, si inventò un ri-arresto di Priebke e alla fine l’agnello fu sacrificato ed ottenne l’ergastolo.

   Per quanto riguarda la lobby citata osserviamo che si fa riferimento alla Judenaktion avvenuta a Roma il 16 ottobre 1943, cioè la deportazione degli ebrei romani dal ghetto. Non si dimentichi che questo avvenne grazie alla caduta  del Fascismo (sostituito dal cosiddetto Governo del Sud di Badoglio). Mussolini, fintanto che fu al potere, non consegnò mai nessun ebreo ai tedeschi, nonostante le loro insistenze e pressioni. Anzi, gli ebrei provenienti  dai territori occupati  dalle truppe germaniche venivano a decine di migliaia in Italia o salvati, per ordine di Mussolini, dalle truppe italiane, in un momento in cui in Italia vigevano le leggi razziali. Su questi fatti c’è una esaurientissima documentazione sui nostri volumi Uno schermo protettore e Mussolini, il fascismo e gli ebrei.

   Prima di concludere, alcuni particolari non di secondaria importanza. Se il diritto di rappresaglia, come abbiamo visto era consentito nel corso del Secondo conflitto mondiale, oggi pochi sanno – o fanno finta di non sapere – che <l’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949 (attenzione alla data, nda), in deroga a quanto prima era consentito dall’articolo 50 dei Regolamenti dell’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto>. Per maggiore chiarezza: quegli eserciti che si avvalsero (certamente disumano) del diritto di rappresaglia, quando questo era consentito dalle Leggi di Guerra, nel dopoguerra  vengono perseguiti e condannati. Si vada a vedere quel che è accaduto, o tuttora accade, in Corea, in Vietnam, in Cecenia, in Afghanistan, in Irak da parte degli americani o dei sovietici, senza dimenticare le rappresaglie che quasi giornalmente gli israeliani compiono contro i civili palestinesi, ripetiamo azioni tassativamente proibite dal lontano 1949!

   Torniamo per un attimo a quel 23 marzo 1944, cioè all’attentato di Via Rasella. Questo, contrariamente a quanto si vuol far credere, non fu compiuto a danno delle SS, ma contro militari altoatesini, quindi cittadini italiani, i quali prima dell’8 settembre avevano indossato divise italiane con tanto di stellette e dopo quella fausta data vennero incorporati dai tedeschi nella compagnia Bozen. È bene rammentare che a seguito dell’eroica azione non morirono trentatre tedeschi, ma a questi vanno aggiunti altri nove che si spensero nelle quarant’otto ore successive a causa delle ferite riportate. Ma, anche se la storiografia ufficiale non lo ricorda, a seguito dell’eroica azione, perirono anche alcuni civili; i loro nomi vengono ancora oggi celati, di certo possiamo ricordare: Fiammetta Baglioni, di 66 anni, Pasquale Di Marco di 34 anni e il piccolo Piero Zuccheretti di 13 anni che era talmente vicino al luogo dell’esplosione che fu, in pratica, maciullato.

   Quando un giornalista chiese agli attentatori  perché non si fossero presentati e salvare così la vita a 335 infelici, questi risposero: <Se ogni partigiano si fosse consegnato dopo ogni azione, la guerra sarebbe finita in pochi giorni. E poi nessuno ha la vocazione al suicidio>. Più che giusto, no?

   NON DOVEVANO PRESENTARSI, perché se lo avessero fatto addio Cave Ardeatine, addio lacrimuccia  versata dal Presidente più amato dagli italiani e dai suoi predecessori e successori, quando senza ritegno alcuno vanno ad offendere con la loro presenza, una volta di più, le vittime da loro volute, che riposano nel Sacrario senza pace e senza Giustizia.

   Riteniamo giusto riportare quanto attesta lo storico Pierangelo Maurizio a pag. 98 del suo Via Rasella cinquant’anni di menzogne ( I nomi citati sono gli autori dell’attentato): <(…). Il 23 marzo ’50 alcuni di loro (degli attentatori) furono premiati. Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei e Mario Fiorentini con la medaglia d’argento al valor militare, medaglia d’oro per Carla Capponi. Le proposte per i riconoscimenti non erano state avanzate dal ministro della Difesa. Si era trattato di una proposta “politica”, presentata e avallata con un proprio decreto dall’allora presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, lo stesso che poco dopo l’attentato si era incontrato con Giorgio Amendola, mostrando – secondo la ricostruzione dell’esponente comunista – “un ammirato stupore”. Alcuni parenti delle vittime delle Ardeatine trascinarono nel tribunale civile gli attentatori, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carlo Salinari e Carla Capponi, oltre ai membri della giunta militare del Cln: Riccardo Bauer, Sandro Pertini, Giorgio Amendola. Ma i giudici – appunto civili – del tribunale di Roma con sentenza del 26 maggio ’50, un mese e mezzo dopo che De Gasperi aveva decorato i gappisti, stabilirono che si era trattato di “un atto legittimo di guerra” (?), e quindi “né gli esecutori né gli organizzatori possono rispondere civilmente dell’eccidio disposto a titolo di rappresaglia dal comando germanico” (…)>.

   Signori lettori: stabilite Voi… Quindi nessuna meraviglia su coloro che saranno gli ispiratori degli eroi che poi si sarebbero scagliati coraggiosamente contro la salma dell’ormai centenario Erich Priebke, fatto avvenuto nel corso del suo funerale a ottobre del 2013.

   (In)giustizia è fatta! A Via Rasella è morta la Giustizia ed è seppellita alle Cave Ardeatine!
  

lunedì 28 ottobre 2013

EDIZIONI DELLA LANTERNA




CHI E' IL "COHEN" CHE MINACCIA DI MORTE MIRKO VIOLA ?


Di : Edoardo Longo

Voglio ringraziare il sito revisionista OLODOGMA che ha dato ampio risalto alla notizia diffusa da noi circa le minacce di morte a  Mirko Viola che elementi  ebraici gli hanno addirittura  arrogantemente fatto pervenire in carcere, nella indifferenza delle istituzioni carcerarie stesse. [1]
Qui sotto segnaliamo il link che ne ha parlato, dal quale apprendiamo anche che Mirko Viola ha già ricevuto in passato pesanti minacce di morte, sempre da parte ebraica, che sono state propalate su internet senza che la polizia postale si attivasse a ricercarne l’ autore !
Pubblichiamo una di queste numerose minacce di morte segnalate da Olodogma , le altre le potete trovare su quel sito. Tutte a firma di un certo cohen, che continua a minacciare di morte e di torture Mirko Viola, impunemente,  senza che la solerte  magistratura italiana  si attivi.
Evidentemente  la principale occupazione della polizia postale è la  collezione di francobolli e non la ricerca di pericolosi criminali che minacciano la vita delle persone e attentano alla sicurezza e all’ ordine pubblico.
Evidentemente, al minaccioso e sanguinario Cohen che ha profferito pubblicamente minacce di morte e auspici di tortura all’ inerme Mirko Viola, si estenda la ombra protettiva della kippah di Pacifici e nessuno indaga…
Eppure, ad avviso del sottoscritto, per esperienza professionale, non ci vorrebbe molto a intuire che dietro  ai vari messaggi minatori si nasconde la stessa “ nobile “ mano…..
Che ci sia un cohen anche dietro la lettera minatoria ricevuta in carcere da Mirko, è evidente. Che  si tratti dello stesso spudorato e criminale cohen è alquanto probabile. Ma   dovrebbero dircelo gli inquirenti, che hanno i mezzi per scoprirlo in 5 minuti…… ma si sa, in I-TA-LYA la giustizia non è eguale per tutti…..
A giorni la querela, integrata degli elementi investigativi offertici dagli attenti amici di Olodogma[2], sarà depositata.

FONTE :



[1] A giorni pubblicheremo anche la lettera integrale con cui Mirko Viola ci ha informati di questi, trasmettendoci la lettera minatoria.
[2] Agli amici di Olodogma, vorrei solo svolgere una raccomandazione, da cattolico  : come leggo sul vostro sito, peraltro molto coraggioso e insostituibile, voi rifiutate le radici cristiane dell’ Occidente : sbagliate, mi consentirete di dirlo, perché è solo attraverso queste radici che l’ Occidente ha potuto respingere tutte le barbarie che sono giunte dall’ Oriente . Ricordare il motto cristiano  sulle ultime  insegne vincitrici dell’  Impero romano ? “ IN HOC SIGNO VINCES”. “ Con questo segno vincerai”. Allora come ora, come sempre.

venerdì 25 ottobre 2013

SOLIDARIETA' ATTIVA A MIRKO VIOLA

SOLIDARIETA'ATTIVA A MIRKO VIOLA[1] : Invito i Lettori di questo blog a lasciare un commento di solidarietà a Mirko Viola, recluso illegalmente e vittima addirittura in carcere delle minacce di morte provenienti da membri della comunità ebraica che lo ha incarcerato solo per le sue idee in materia di storia contemporanea, inaugurando così la dittatura del Pensiero Unico, anche in Italia, paese ormai  allo sbando e alla deriva anche in ambito giudiziario. Il lungo sonno della ragione e della civiltà genera mostri, come l’ attuale repubblica italiana delle manette.
I commenti saranno tutti pubblicati sul blog DISSONANZE e poi in una seconda edizione del libro di Viola " lettere dal carcere" ( [2] ) .
E' un atto di solidarietà umana e di civiltà. Evitiamo di ricadere nella barbarie tipica di individui come  Pacifici e i suoi fans !  I commenti , che saranno pubblicati rigorosamente anonimi salvo espressa richiesta contraria, vanno inviati in calce al post di cui vi segnalo il link : 



[1] Nella foto ritratto assieme al figlio  Ettore, di pochi mesi.
[2] Che invitiamo tutti ad acquistare, come gesto concreto di solidarietà al prigioniero politico . Il link della pagina ufficiale del libro è il seguente : http://www.lulu.com/shop/mirko-viola/lettere-dal-carcere/paperback/product-21166846.html

giovedì 24 ottobre 2013

DENUNCIATA LA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI BOLZANO PER ILLEGALITA' CONTRO LA LIBERTA' DEL PENSIERO

COMUNICATO STAMPA DELLA DIFESA DEL DOTT . ALFRED OLSEN TITOLARE DEL SITO " HOLY WAR" – 04.11.2013

In data 24 ottobre 2013 il sig. Alfred Olsen, titolare del sito Holy war ha depositato, per il tramite del proprio difensore, atto formale di denuncia querela avanti alla procura della repubblica di Trieste nei confronti della procura della repubblica di Bolzano che, su comando della comunità ebraica, ha aperto una inchiesta penale liberticida nei confronti del sito, liberamente presente in rete in tutti i continenti fin dal 2000.
Nell’ atto di querela si chiede anche di investigare sui rapporti fra la procura della repubblica e la dirigenza romana della comunità ebraica di stanza in Italia.
L’ atto di querela tocca i punti nevralgici del collasso della legalità in Italia per colpa della stessa magistratura.

L' atto di querela integrale può essere letto cliccando 



Questi punti sono  la scientifica elusione di ogni norma a tutela dei diritti dell’ indagato da parte delle procure ( che hanno di fatto annullato ogni cardine dello Stato di legalità, inaugurando una terrea stagione di stato di polizia  e di repressione per mano giudiziaria di ogni libertà di espressione ) , la contiguità poco limpida fra certi  uffici di procura e poteri forti che spingono alla repressione del dissenso politico [1], le modalità di repressione del dissenso politico su internet attraverso la violazione delle norme italiane in materia di sequestro preventivo , delle norme internazionali sulla libertà di pensiero , giungendo fino al punto di oscurare in Italia siti internet che nel resto del mondo sono lecitissimi e, così facendo, evitando di svolgere rogatorie internazionali che verrebbero respinte dappertutto, poichè il diritto democratico di libertà di pensiero impedisce l’ accoglimento nel resto del globo  delle richieste censorie della dittatura italica “ in nome di Sion”.
In sostanza, dalla lettura dell’ atto di querela emerge un quadro di grave pregiudizio in Italia per le elementari libertà di pensiero e di critica politica, al punto che la nostra repubblica delle manette dà dei punti in ambito di repressione giudiziaria del dissenso , anche alla repubblica comunista di Cina.

Avvocato Edoardo Longo


PRECEDENTI COMUNICATI STAMPA DELLA DIFESA DEL SIG. ALFRED OLSEN :



[1] Ricordiamo che il pubblico ministero del “ caso Holy war” ha esplicitato nelle sue ordinanze che l’ azione repressiva verso il sito deriva dall’ aver criticato il governo Monti, i suoi esponenti di punta legati alla lobby ebraica e al clan della commissione trilaterale e della massoneria ebraica del B.nai – Brith e il presidente della repubblica Napolitano. Il tutto, in chiara evidenza per disarticolare legittime e democratiche critiche politiche  utilizzando il comodo pretesto giudiziario della “ lotta all’ antisemitismo”…

mercoledì 23 ottobre 2013

COME CANI DI PAGLIA PER I SACRIFICI AGLI DEI




Di : Edoardo Longo

In data di ieri ho ricevuto da Mirko Viola, in carcere a Milano, i due documenti che vedete riprodotti qui sopra[1].
Si tratta di una pesante minaccia di morte anonima ( e relativa busta con dati per la identificazione del colpevole ) che è giunta in carcere a Mirko Viola e – attenzione – risulta essere stata inviata il giorno 26 settembre, che non è una data qualsiasi ma… è il giorno successivo alla intervista rilasciata da Riccardo Pacifici, il minaccioso capataz della comunità giudaica di stanza in Italia , al telegiornale, con cui il personaggio – con quell’  aria tronfia e soddisfatta   che gli è tipica  – dimostrava compiacimento estremo perché Mirko Viola era stato gettato in carcere di sicurezza per .. avergli inviato una cartolina con un motto latino che a lui – digiuno evidentemente della lingua di  Virgilio [2]-  era apparsa come una minaccia, ovviamente  “razzista ed antisemita” ….
Ecco l’ effetto della “ licenza di uccidere “ che viene concessa al ben noto capo  ebraico  : è ’ più che evidente che il pericolo all’ ordine pubblico e alla civile convivenza viene da parte ebraica e non da altre parti.
Glissiamo sul fatto che , almeno, Mirko Viola la sua cartolina l’ ha firmata con nome e cognome, mentre il suo vile e minaccioso corrispondente, fan indiscutibile delle imprese eroiche del Pacifici, non ha avuto neanche questo coraggio, nascondendosi dietro la kippah dei suoi compari….
E’ difficile credere ad una coincidenza, vero ? La data, poi, come ci scrive Mirko, è stata attestata fuori di ogni dubbio dal rapporto trasmesso al Magistrato dal comando del carcere di San Vittore.
Tutto a posto, quindi perché la giustizia sta facendo il suo corso ?
Ma neanche per idea, se uno guarda con attenzione le cose… Benchè il reato di minacce di morte – da prendere anche con molta serietà, visto la aggressività e la violenza di cui la comunità giudaica in Italia dà prova ogni giorno – sia considerato dalla legge di noi gojim molto grave e sia perseguibile d’ ufficio, Il comando del carcere si è ben guardato dal procedere d’ imperio con denuncia, come avrebbe avuto obbligo di fare,  in considerazione che la minaccia era stata portata entro le mura del carcere .

Come faccio ad affermare questo ? Semplice : se fosse stata fatta una denuncia , la lettera minatoria sarebbe stata trasmessa alla magistratura, come d’ obbligo, essendo il corpo del reato…Il corpo del reato, quindi, non sta dove dovrebbe, cioè sulla scrivania di un magistrato  che ben potrebbe, se lo volesse, attivare una indagine negli ambienti più violenti del mondo ebraico…
No : il corpo del reato sta sulla mia scrivania. E nessuno indagherà. Mica si può correre il rischio di scoprire il colpevole, vero ? Magari di arrestare un ebreo ? Quando mai ! Sarebbe razzismo, antisemitismo, violazione della memoria ebraica, contestazione dei Sacri Numeri dell’ Olocausto !
Ebbene. Se non l’ ha fatta il direttore del carcere, come avrebbe dovuto in quanto pubblico ufficiale, la querela la farò io, e trasmetterò così alla magistratura la  squallida cartolina con cui una persona  molto coraggiosa e nobile  ha minacciato, con mano anonima, un detenuto colpevole solo di pensare in modo diverso da lui .
Lo devo a Mirko e alla mia coscienza, cui ripugna ogni illegalità e ogni arroganza dei potenti. Anche se so già che nessun magistrato indagherà : non siamo cittadini, ma solo cani di paglia per sacrifici agli dei. E al “ popolo eletto”….



[1] La lunga lettera di Mirko, che accompagnava il reperto, verrà pubblicata fra qualche giorno, con il suo consenso.
[2] E’ evidente che lui è figlio di ben altri “ maggiori” ,e non certo di quelli di noi spregevoli gojm italici…. Nessuno certo vuole togliergli l’ onore della sua discendenza …

martedì 22 ottobre 2013

HANNO PARTORITO UN MOSTRO GIURIDICO

di : Marcello Veneziani

Non ce ne stiamo accorgendo ma la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei manovali del Parlamento sta stravolgendo lo Stato di diritto.
Non ce ne stiamo accorgendo ma, nel giro di poche settimane, la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei volenterosi manovali del Parlamento, sta stravolgendo lo Stato di diritto e il senso della giustizia col plauso dei media.
Viene introdotto il reato di omofobia, nasce cioè un reato dedicato in esclusiva; viene introdotto il femminicidio, cioè viene stabilito che c'è un omicidio più omicidio degli altri; viene negato il reato di immigrazione clandestina e dunque la cittadinanza non ha più valore; viene introdotto il reato di negazionismo, valido solo per la shoah.
Vengono così stravolti i principi su cui si fonda ogni civiltà giuridica: l'universalità della norma che deve valere per tutti, il principio più volte sbandierato e poi di fatto calpestato, della legge uguale per tutti; viene punito col carcere il reato d'opinione, e colpendo solo certe opinioni; viene sancita la discriminazione di genere, a tutela di alcune minoranze; è vanificata l'opera del giudice nell'individuare eventuali aggravanti nei reati giudicati perché vengono indicate a priori quelle rilevanti e dunque sono suggerite pure quelle irrilevanti.
Usano l'eccezione per colpire la norma, piegano le leggi a campagne ideologico-emotive e le rendono variabili. Sfasciano la giustizia col plauso dei giustizialisti, uccidono la libertà e l'uguaglianza, il diritto e la tolleranza nel nome della libertà e dell'uguaglianza, del diritto e della tolleranza.
Un mostro. E se provi a dirlo, il mostro sei tu, a suon di legge.

FONTE :



venerdì 18 ottobre 2013

OLOCAUSTI DIMENTICATI/ GORLA , 20 OTTOBRE, 1944 : ANGELI E DEMONI

Documentazione raccolta dal : Centro studi Giuseppe Federici

La strage di Gorla raccontata attraverso le pagine del Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù.

20 Ottobre 1944
I bambini della Scuola Elementare “Francesco Crispi”, colti di sorpresa sulla rampa delle scale da una bomba sganciata dai bombardieri alleati mentre cercavano di scendere nei rifugi, furono orrendamente straziati. Quell’episodio - Anno Domini 1944 - scrisse delle pagine tragiche che ancora oggi feriscono il borgo intero colpito nella sua intimità più esposta e innocente. Furono sette giorni di una lunga, interminabile Via Crucis recitata accanto ai corpi straziati delle vittime innocenti, scanditi dai singhiozzi e dal silenzio rispettoso di un borgo, incredulo e sconsolato.

“Una pagina dolorosissima”
“Scrivo una pagina dolorosissima nella storia della parrocchia. Giornata limpidissima serena, d’autunno in brevi istanti fu tramutata in una giornata di lutto e di pianto e di desolazione. Alle 11.15 suonò il piccolo allarme, non se ne fa caso, e pochi minuti dopo il grande allarme. Squadriglie di numerosi quadrimotori inglesi e americani vengono rapidamente da Sesto S. Giovanni, lanciando sul rione bombe a tappeto innumerevoli. In pochi minuti, molti fabbricati della parrocchia son ridotti ad un cumulo di rovine. Davanti alla gradinata della chiesa è caduta una bomba che fortunatamente ha fatto cadere solo i vetri della parte Ovest e squassata la bussola della porta d’entrata nonché i vetri della casa parrocchiale e dell’oratorio maschile. Esco dal recinto dell’oratorio, spettacolo più raccapricciante si presenta al mio sguardo. Mamme che disperate corrono alla vicina scuola dove una bomba caduta sul fabbricato e precisamente nella tromba delle scale seppellisce più di 200 tra bambini ed insegnanti sotto le macerie. Si inizia l’opera di salvataggio ma tranne i primi e non più d’una decina che vengono estratti ancor vivi, tutti escono deformi cadaveri maciullati a cui si amministra dai Sacerdoti della parrocchia e da quelle limitrofe l’Estrema Unzione e l’assoluzione sotto condizione. Alle 15 giunge sua Eminenza l’’Arcivescovo a consolare le mamme e rendersi edotto dell’orribile catastrofe. Il Parroco in quel momento è assente per un funerale in parrocchia. Si rimane sulle macerie fino a tarda ora della sera, mentre i vigili del fuoco lavorano tutta notte ad estrarre i corpi delle vittime.”


L’incursione aerea del 20 ottobre 1944
L’incursione aerea del 20 ottobre 1944 era già stata programmata dal febbraio del 1944 dal Comando della 15° Air Force degli Stati Uniti d’America che individuava negli stabilimenti milanesi del nord est un obiettivo strategico da colpire. “Due gruppi arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono regolarmente il bombardamento; il gruppo che doveva attaccare la Breda era composto da 35 aerei. Gli aerei procedevano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Gli aerei procedevano senza scorta di caccia e, del resto, non ce n'era bisogno: la reazione contraerei era prevista nulla, come in effetti fu; non apparvero aerei nemici. I bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portavano ciascuno 10 bombe da 500 libbre”.

L'operato del 451° Group
“Gli aerei si presentarono dopo una navigazione regolare e in formazione stretta e assunsero rotta verso la Breda ma a questo punto tutto cominciò ad andare storto. Le bombe del "group leader", aereo di testa della prima ondata, vennero sganciate prima per un corto circuito dell'interruttore di lancio. Il "deputy leader" sull'aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei lo fecero e le bombe caddero sparpagliate sulle campagne circostanti: solo alcuni arrivarono a sganciare le bombe sul bersaglio, o vicino, perché molte caddero sullo stabilimento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti. La seconda ondata d'attacco era rimasta distanziata: assunta la rotta d'attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15° sulla destra. Quando il "leader" della formazione s'accorse dell'errore era troppo tardi e tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per liberarsi subito del carico, sganciarono le bombe immediatamente a sud est del bersaglio e presero la rotta del ritorno. Il comando criticò ampiamente l'operato del 451° Group, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. Non risulta però nessuna eco da parte degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.”

“Quella mattina”
“Quella mattina il piccolo allarme, come risulta dai documenti della Prefettura, suonò alle 11.14, quando i bombardieri erano arrivati da poco nel cielo della Lombardia, e quello grande alle 11.24; le bombe vennero sganciate alle 11.27 e cominciarono a cadere al suolo alle 11.29. Già da questi tempi risulta, in ogni caso, una certa ristrettezza per porsi in salvo: solo 15 minuti quando avrebbero dovuto essere circa il doppio; sono pochi per lasciare tutto quello che si sta facendo e correre in rifugio, soprattutto se ci sono difficoltà logistiche, per una scuola con centinaia di alunni, poi, è un'impresa praticamente impossibile.”

Una bomba s'infilò nella tromba delle scale
A Gorla la Scuola Elementare “Francesco Crispi” aveva due turni per la presenza di molti bambini del quartiere; in quella mattina tersa e luminosa erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio andavano a scuola nel pomeriggio per cui all'ora dell'attacco non erano a scuola. Pochi gli assenti o perché malati o perché, vista la bella giornata, avevano deciso di marinare la scuola. Al momento del piccolo allarme quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari perché scendessero nel rifugio; altre cercarono di informarsi prima per sapere se si trattava del grande o del piccolo allarme. Quando alle 11.24 suonò la sirena per la seconda volta i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio, altri si trovavano ancora sulle scale; in quel momento gli aerei erano già in vista. A questo punto alcuni bambini più svelti di altri decisero di fuggire dalla scuola per raggiungere casa. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al piano terreno. Per tutti gli altri il destino fu diverso: una bomba s'infilò nella tromba delle scale e scoppiò provocando il crollo dell'edificio, delle scale e anche del rifugio facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie. Anche parecchi genitori che al momento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli perirono nel crollo.

La dimensione della tragedia
Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e soffocante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tragedia e diedero l'allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone lo sforzo maggiore dei soccorsi fu concentrato sulla scuola elementare dove incominciarono ad accorrere i padri e le madri dei ragazzi. La Prefettura di Milano fu informata quasi subito dell'avvenimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono i militi dell'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuoco, gli operai delle fabbriche circostanti (molti erano i padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara a tutti la dimensione della tragedia. Dalle macerie venivano estratti quasi soltanto dei morti; molto attivo in quei momenti fu un giovane sacerdote, Don Ferdinando Frattino che con il suo deciso intervento negli scavi contribuì a salvare molti bambini: gli scolari morti furono 194 più tutte le maestre, la direttrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze spesso drammatiche e commoventi dei bambini, ora divenuti adulti, che a qualsiasi titolo riuscirono a sopravvivere.

Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 21 ottobre 1944
“Il Prevosto celebra alle ore 6 in Chiesa una S. Messa di suffragio tra le lacrime e i singhiozzi; raccomanda a tutti di pregare per le vittime dell’incursione. Si reca poi alla scuola dove allineati si trovano altri bambini estratti nelle prime ore del mattino. Alle ore 9 si reca in Episcopio a rendere edotto l’Arcivescovo del lavoro fatto dai vigili durante la notte del 20 e il mattino del 21. Chiede di celebrare un ufficio solenne alla domenica e ne ottiene il permesso. Intanto chiede l’aiuto dei muratori per riparare il tetto della casa, dell’oratorio e della chiesa perché dal mattino piove incessantemente. I cadaveri vengono portati per mancanza di locali nella vecchia chiesina in modo da poter essere riconosciuti. I militi dell’Unpa li portano poi ai diversi obitori. Si lavora così per tutta la giornata”.

Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 22 ottobre 1944
“Le campane a lenti rintocchi suonano l’Ave Maria annunciando alla popolazione l’Ufficio solenne che si celebrerà alla S. Messa delle 7.30. Alle 6 la 1° Mesa è celebrata dal Coadiutore. Il Prevosto sale sul pulpito ma incapace di parlare per la viva commozione che lo opprime si accontenta di dare solo alcuni avvisi che interessano la popolazione ed annuncia l’Ufficio solenne che si celebrerà alle ore 7.30 a suffragio delle vittime. Al Vangelo sale sul pulpito ma il pianto gli stronca la parola. La Chiesa è gremita di fedeli oppressi della più viva costernazione, non si sentono che singhiozzi e pianti. Il Prevosto intanto dispone per i primi funerali le cui salme devono arrivare in parrocchia alle ore 16. Dopo le esequie in Chiesa vengono accompagnate dal Clero fino al termine della Via Finzi ed il Coadiutore le accompagna al Cimitero di Greco. Di ritorno la casa parrocchiale è invasa di gente che chiedono i funerali delle vittime in parrocchia.”

Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 23 ottobre 1944
“Alle ore 9.30 una macchina del Podestà si reca a Gorla a prendere il Prevosto per recarsi in Podesteria. E’ presente anche il Vicario Generale Monsignor Bernareggi. Domenico, in rappresentanza di S. Eminenza. Dopo una lunga discussione si decide di trasportare dagli obitori le salme a scaglioni di 25 per turno in modo che per il mercoledì sera tutte le salme siano sepolte. Intanto continuano i funerali in forma privata delle salme di quelle famiglie che ne hanno ottenuto il permesso. Dalla domenica 22 fino alla domenica 5 novembre nei locali dell’oratorio maschile viene allestita una mensa comunale per la distribuzione dei cibi cotti a tutta la popolazione priva di acqua e luce.”

Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 24 ottobre 1944
“Martedì tra la commozione generale arrivano sopra tre camions con rimorchio addobbati a lutto e con mazzi di fiori del Comune di Milano le prime trenta salme di bambini e di adulti. Vengono collocate in chiesa sopra le panche allineate attorno alle quali si stringono addolorati i parenti delle vittime. Il Prevosto circondato dal Clero inizia la funzione liturgica e ad una ad una benedice le salme. Terminata la cerimonia nel cortile dell’oratorio si ordina il corteo preceduto da un picchetto armato. Il Prevosto accompagnato dal vice Podestà recitando preghiere percorre il tratto di strada da Gorla al cimitero di Greco e benedice le salme mentre scendono nella fossa. E così per tutti i turni, l’ultimo turno è al mercoledì alle ore 14 continuano poi i funerali in forma privata fino al sabato delle ultime estratte dalle macerie. Si da sepoltura a circa 300 vittime.”


Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 26 ottobre 1944
“Il Prevosto prende parte all’ufficiatura solenne di suffragio indetto dal Comune in Duomo e quivi prende accordi per l’ufficiatura del giorno successivo a Gorla.”

Liber Chronicus della Parrocchia di S. Teresa del Bambin Gesù. 27 ottobre1944
“Alle ore 8 incominciano a giungere corone di fiori mandati dal comune che vengono collocate ai piedi della balaustra. Arrivano le autorità civili. Il Podestà Signor Giuseppe Spinelli ed il vice Podestà Marzetti e Gamba. Il Commissario Federale Sig. Costa. Il Vice Prefetto ed altre autorità. Celebra Monsignor Dotta della Metropolitana rappresenta S. Eminenza Monsignor Giuseppe Pecore. La chiesa è gremita di fedeli che assistono e seguono il rito con profondo raccoglimento e colla viva commozione. Terminata la cerimonia si raccolgono in casa parrocchiale ed il Podestà ed il Federale consegnano al Prevosto lire 10.000 ciascuno per i primi bisognosi sinistrati.”