mercoledì 19 settembre 2018

FIUME, CITTA' DI VITA

VII - DA RAPALLO AL NATALE DI SANGUE.



Nella foto: artigianali barricate cercano di opporsi al Regio Esercito

Nell’estate del ’20, però, mentre la situazione a Fiume restava sostanzialmente statica, con preoccupanti segnali di peggioramento sul fronte della vita quotidiana (un principio di peste, la scarsezza dei viveri che suggerisce di inviare, a turno e per brevi periodi, i bambini in Italia, ospiti di famiglie segnalate dai fasci), nel resto del Paese qualcosa cambiava: il 16 giugno torna al Governo Giolitti, il “boia labbrone”, il “bandito di Dronero”, e, tra i primi punti all’ordine del giorno del suo impegno, mette proprio la soluzione della questione fiumana.

Iniziano così le trattative con il Governo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che sfociano negli incontri alla villa Spinola di Rapallo, dove, finalmente, il 12 novembre viene sottoscritto un Trattato.

Sulla base del documento, nasce lo Stato Libero di Fiume, delimitato dai confini della città e de distretto di Fiume, con un’ulteriore striscia di territorio che ne garantisce la continuità territoriale con il Regno d’Italia….non è l’annessione che alcuni sognavano, ma è, probabilmente –come afferma realisticamente Mussolini- il miglio risultato possibile in quella fase (e, infatti, il 27 gennaio del ’24 il Governo fascista chiuderà la questione, annettendo la città e facendone un capoluogo di provincia dello Stato nazionale).

D’Annunzio, dal canto suo, non accetta il Trattato, quasi non rendendosi conto della situazione di isolamento nel quale ormai si trova…il 30 novembre respinge il primo ultimatum inviatogli da Caviglia che comanda le truppe italiane che circondano la città, il 1° dicembre dichiara guerra al Regno d’Italia, il 20 dicembre ignora il secondo e definitivo ultimatum.

E così si arriva al pomeriggio del 24 dicembre, quando scatta l’attacco contro la città….tutto si esaurisce in meno di cinque giorni…troppo impari le forze contrapposte, con il fronte dannunziano indebolito anche dalle divisioni interne, tal che il 29 il poeta cede i poteri al Consiglio di Fiume che autorizza Horst Venturi e Riccardo Gigante a firmare l’accordo per l’esodo dei legionari.

I caduti sono una ventina per parte…ai suoi si rivolge D’Annunzio nell’ ultima adunata in piazza Dante, il 2 gennaio del ’21, in previsione della partenza dei treni che riportano i legionari in Italia…le sue parole sono commosse, ma di pace: “Gli antichi, quando bruciavano i cadaveri, appiccavano il fuoco al rogo “facie aversa”, con la faccia rivolta all’indietro. Così voi, legionari, dovete celebrare questo rito funebre “facie aversa”, volgendo cioè lo spirito non più alla lotta, ma alle opere di pace”.

Il poeta, a sua volta, lascerà Fiume il 18 gennaio: la festa della rivoluzione è finita, ma è destinata a durare nell’immaginario di intere generazioni.

Giacinto Reale



NAZIONE SOVRANA

Un nuovo libro dello storico Daniele Proietti.

Qui viene esaminato un fatto storico taciuto : come la Germania nazionalsocialista riuscì a sconfiggere la dittatura del " debito pubblico", che già  allora cercava di soggiogare le nazioni, ottenendo l' indipendenza economica tedesca  e un benessere sociale senza confronti nel mondo occidentale. In pochi anni.

Il libro è arricchito da due scritti che completano questa analisi : " come la Germania sconfisse la grande depressione" ( di Mark Weber ) e " Hitler e i banchieri ebrei" di Anonimo Pontino ,  che spiega il segreto della vincente moneta tedesca : non suddita dei  parametri finanziari internazionali ed usurai  , ma una moneta legata al valore - lavoro della nazione. In questo contesto venne pure arrestato il finanziere Rothschild.

Una pagina di storia misconosciuta ma di estrema attualità. Una lettura per chi non ha paraocchi ideologici.

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Edizioni della Lanterna


PAOLO ORANO : " GLI EBREI IN ITALIA"

Prima riedizione italiana del dopoguerra del classico di Paolo Orano, dal titolo "Gli Ebrei in Italia" , edito nel 1936. Uno studio attento sulla specificità ebraica rispetto alla identità culturale italiana, anche oggi validissimo ed attualissimo, soprattutto per una ricostruzione storica onesta circa i rapporti fra ebraismo e italianità fra le due guerre : una ricostruzione storica oggi inibita a causa della interdizione allo studio causata dal totem demonizzante della questione delle “ leggi razziali”, in nome della cui pubblica deprecazione  oggi è vietata una ricerca storica che si discosti dalla vulgata dogmatica imposta dalle vestali ebraiche del Pensiero Unico totalizzante.

La litania salmodiante dell' "orrore delle leggi razziali fasciste" , oltre a triturare le pazienze del popolo italiano con le sue interminabili e ossessive commemorazioni, blocca sul nascere ogni libera ricerca storica non appecoronata mediante la  minaccia di denunce penali e di ostracismo culturale e personale con l' accusa di "antisemitismo",  fino alla sfinimento. Così nasce una dittatura...

In attesa di intellettuali coraggiosi e non conformisti, leggiamo almeno
documenti storico- culturali come questo. 

Il libro di Orano ebbe grande successo nell'Italia fascista.

A differenza della scuola del razzismo italiano di tipo biologistico ,  che ricalcavano l'anti ebraismo  razziale germanico, Orano è portavoce dell'antiebraismo  nazionale fascista che meglio rappresenta i sentimenti del regime verso la questione ebraica.

Per Orano, il problema ebraico non è legato a una diversità razziale, ma al fatto che il buon fascista mette gli interessi dell’ Italia  innanzi tutto e qualunque deviazione - sionismo, religione, chiusura nella cultura del ghetto - possono essere un pericolo per la nazione. Quindi l'integrazione è possibile, anzi necessaria. Esistono solo buoni fascisti, tutto il resto ( diversità razziali, religiose, etniche ,etc…) non è importante se si fa il proprio dovere di patrioti :  una lettura raccomandata per chi vuole capire i veri  rapporti del regime verso gli ebrei.

Il testo illustra anche il tentativo fallito dell' Italia mussoliniana di amalgamare l' ebraismo nella italianità .

Tentativo fallito, perchè il mondo ebraico preferì coltivare ostinatamente  la propria appartenenza all' ebraismo transazionale e il proprio chiuso esclusivismo razziale e religioso.

Il testo è impreziosito da illustrazioni d' epoca.

In appendice, un saggio sul libro " Il coltello di Shylock",  che costò  al suo autore  una dura repressione giudiziaria  : ebraismo ieri ed oggi : l' esclusivismo ebraico divenuto totalitarismo liberticida nel dopoguerra.


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FIUME, CITTA' DI VITA

VI - ANNETTERE L’ITALIA A FIUME.



Nella foto: uomini dell’Esercito fiumano, il primo a destra, con la barba, è Tomaso Beltrani, primo comandante de “La Disperata”.


La partenza degli elementi “legalitari” lascia libero campo ai “politici”, tra i quali, in primo piano il già citato Alceste De Ambris…a lui si deve la prima stesura della “Carta del Carnaro”, che riprende temi propri del sindacalismo rivoluzionario prebellico, espressi in forma “immaginifica” dallo stesso D’Annunzio.

Tutto ciò mentre i contatti avviati con il Partito Socialista per una “marcia all’interno”, supportata da uomini ed armi provenienti da Fiume, si arenano, per l’ostilità di Serrati, invano contrastato dalla disponibilità mostrata da Bombacci e, in campo anarchico, dall’indiscusso leader di Molinella, Malatesta.

Fallisce così il tentativo di “annettere l’Italia a Fiume”, come dicono i più entusiasti, e il 12 agosto del ’20 D’Annunzio proclama la Reggenza italiana del Carnaro: “Domando alla città di vita un atto di vita. Fondiamo in Fiume d’Italia, nella Marca Orientale d’Italia, lo Stato Libero del Carnaro”…a seguire, l’8 settembre viene promulgata la “Carta”, presentata al popolo di Fiume otto giorni prima, nel Teatro Fenice: “Noi siamo per creare una voce di libertà, una voce di bellezza e una forma di bellezza sopra il mondo immemore delle cose alte e delle cose eterne, sopra il decrepito mondo destinato a crollare e disfarsi inesorabilmente”.

il 12 settembre viene presentato il nuovo vessillo di Fiume, e subito dopo, con un atto di rottura, viene riconosciuta ufficialmente l’Unione Sovietica di Lenin.

Per esplicita volontà del Comandante l’esperienza fiumana prova, nel contempo, a proiettarsi anche in ambito internazionale…nasce così l’dea di una “Lega dei popoli oppressi”, invano osteggiata dallo stesso Consiglio nazionale cittadino, che la giudica dispersiva rispetto all’obiettivo primario da conseguire, e cioè il ricongiungimento all’Italia.

Sono Guido Keller e Leone Kochnitzky a lavorare al progetto, che poi sfocerà nella “Lega di Fiume”, destinata a vita breve per mancanza di fondi (“il nerbo della guerra” come li chiama il poeta, con un riferimento a Machiavelli) e anche per dissensi sugli obiettivi da perseguire: di “sinistra” secondo gli ideatori e organizzatori (contatti con la nuova Russia, con l’Ungheria di Bela Khun, con i popoli in rivolta in tutte le parti del mondo, Balcani, Egitto, Irlanda, Montenegro, etc), semplicemente propagandistici e strumentali secondo molti dei partecipanti.

A completare il quadro, il 27 novembre vien pubblicato il nuovo “Regolamento dell’Esercito fiumano”….anche di esso e del suo contenuto “rivoluzionario” si dirà dopo….qui basti notare che giunge troppo tardi: quindici giorni prima è stato firmato il Trattato di Rapallo, e solo tre giorni dopo Caviglia lancerà il suo ultimatum alla città….le cose mettono male per la città olocausta.



Giacinto Reale 


lunedì 17 settembre 2018

CREPUSCOLO DI SANGUE

“I corpi dei sedici martiri di Dongo vennero caricati sull’autocarro. In una sosta presso Azzano vennero caricati anche i corpi di Mussolini e della Petacci. Poi le macchine ripartirono a tutta velocità verso Milano, per lo scempio di piazzale Loreto. Ricordo che quella sera… da dietro le imposte socchiuse vidi passare…il lugubre corteo. Io non sapevo niente, naturalmente, ma quell’autocarro scuro, mastodontico, intutto simile a quei furgoni adibiti al trasporto delle carni macellate, mi produsse una sinistra impressione. Un brivido mi corse per tutto il corpo, come un triste presagio. Quando la radio annunciò che Mussolini e i suoi seguaci erano stati “giustiziati”, e i cadaveri trasportati a Milano, mi tornò alla mente il furgone. Crollai. Qualcosa in me si era brutalmente spezzata. … Da quel giorno, Dio mi perdoni, io non sono stato più capace che di odiare”.

( Pietro Caporilli, Crepuscolo di Sangue, Edizioni della Lanterna, 2018)


E’ il fulminante finale del libro che qui si segnala ...e non si dimentica

Giacinto Reale 




La caduta del Fascismo e la strenua resistenza degli ultimi combattenti italiani in uno struggente romanzo biografico di Pietro Caporilli, l' indimenticabile autore de " L' assedio dell' Alcazar".

Dalla liberazione di Mussolini, alla esperienza della RSI, attraverso le gesta degli ultimi arditi, fino all' epilogo della guerra civile a alla tragedia  finale di Dongo con la barbara uccisione di Mussolini.

Il " crepuscolo di sangue " della primavera del 1945 raccontato da uno che seguì Mussolini fino alla fine.

Dedicato dall' Autore ai giovani, di ieri e di oggi,  perchè conoscano la realtà, la verità e i valori di chi combattè per l' Italia e per Mussolini fino alla fine. Pagine struggenti e sempre attuali.


LINK UFFICIALE DEL LIBRO :


FIUME, CITTA' DI VITA

V - “FIUME E MOSCA SONO DUE RIVE LUMINOSE”




Nella foto: Mario Carli
In effetti, ad imprimere una svolta in senso radicale alla neonata esperienza di “autogestione”, è stato proprio Mussolini, che, in una lettera a D’Annunzio datata 25 settembre (dopo un precedente scambio non sempre “cordialissimo”), ha proposto:

- marcia su Trieste e contemporaneo sbarco di uomini e armi in Romagna e Marche, per una sollevazione repubblicana;

- dichiarazione di decadenza della monarchia e formazione di un Governo presieduto dal poeta e con una forte componente “militare”.

- elezioni per la Costituente.

Si tratta di progetti velleitari, stante l’ostilità del Partito socialista che rende difficile addirittura lo svolgimento della campagna elettorale dei fasci a Milano, loro roccaforte, dove diventa necessaria la presenza “in rinforzo” di circa 150 uomini, in gran parte inviati da D’Annunzio, senza i quali, come scrive sempre Mussolini “noi delle grandi città saremmo facilmente sommersi dall’ondata pussista”.

Mentre questa è la situazione nella penisola, la vita di Fiume è scandita dai discorsi di D’Annunzio (del 30 settembre quello famoso, nel quale affibbia a Nitti il soprannome di “Cagoia”), dalle prime iniziative degli “uscocchi” il piccolo nucleo di “arditissimi” ai quali è stato assegnato il compito di dirottare con la forza piroscafi con ricco carico, utile a sfamare –e armare- la città (il 4 ottobre tocca al “Persia”) e dall’attività del poeta, che il 14 novembre si reca a Zara dal Comandante Millo per testimoniargli la sua vicinanza e lasciare “di guardia” un paio di compagnie di suoi uomini.

Anche l’attività di “laboratorio politico” prosegue; Mario Carli, per esempio, sulla “Testa di ferro” del 15 febbraio del ’20 parlerà di “…bolscevismo russo animato da un potente soffio di misticismo….esperienza tragica, ma feconda di succhi vitali per l’avvenire degli altri popoli”, per poi concludere: “Tra Fiume e Mosca c’è forse un oceano di tenebre. Ma indiscutibilmente, Fiume e Mosca sono due rive luminose. Bisogna, al più presto, gettare un ponte tra queste due rive”.

E’ veramente troppo per monarchici e nazionalisti….dopo Giuriati lasceranno Fiume il Maggiore Reina, il comandante dei Granatieri (che forse troppo convinto non è stato mai) e a maggio dell’anno dopo partirà il Maggiore Vadalà, vero eroe di guerra, con i suoi Carabinieri e uno strascico di risse con Arditi che sfoceranno nel duello tra Carli e il Tenente aviatore Ernesto Cabruna, proveniente dai Carabinieri.



Giacinto Reale 

FIUME, CITTA' DI VITA

IV - DAL NAZIONALISMO ALLA CARTA DEL CARNARO.



Nella foto: Alceste De Ambris

Il primo periodo della presenza dannunziana a Fiume ha un’impronta sicuramente “nazionalista” e basta: il Capo di Gabinetto del Comandante, Giovanni Giuriati, vigila, e con lui i responsabili “militari”, il Maggiore Reina per i Granatieri e il Maggiore Vadalà per i Carabinieri.

Questi uomini sanno di essere responsabili di una “rottura” con il passato (e, nel caso dei militari, anche di una grave violazione disciplinare), ma vedono il loro operato come il naturale proseguimento della guerra vittoriosa e mutilata, e sono certi che prima o poi tutto si aggiusterà. Niente di più lontano dai loro pensieri dell’idea di una “marcia verso l’interno” o, addirittura, di un colpo di Stato repubblicano….per loro, come ha scritto Ledeen, si trattava esclusivamente della “messa in scena dell’ultimo, trionfale atto del dramma della prima guerra mondiale”.

La situazione cambia con il crescere del ruolo di Giuseppe Giulietti, il potente “padre padrone” della Federazione dei Lavoratori del mare….ruolo meritato, se non altro, per il fatto che è lui, con i suoi uomini a rendere possibili i sequestri delle navi che porteranno a Fiume viveri, armi, e anche soldi, quando , svuotate, vengono riscattate dagli armatori.

E’, comunque, con l’arrivo di Alceste De Ambris a Fiume che le cose cambiano: l’uomo, sindacalista “corridoniano”, interventista, aderente ai Fasci di combattimento, è un collaudato organizzatore e politico…a lui D’Annunzio affida l’incarico di Capo di Gabinetto, dopo la partenza di Giuriati, alla fine del 1919.

Il malessere del primo Capo di Gabinetto di D’Annunzio, già sottotraccia per quelle presenze “inquietanti” che si fanno sempre più frequenti in città (Marinetti, Vecchi, Carli) esplode allorchè il Comandante decide di annullare il plebiscito in corso di svolgimento per l’accettazione o meno del “modus vivendi” che Badoglio, nominato da NItti “commissario straordinario per la Venezia Giulia” ha proposto, nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi.

Tale “modus vivendi”, in sostanza, è interlocutorio, serve a prendere tempo, ma viene presentato alla popolazione in maniera positiva dall’ “autonomista” Zanella e dai suoi uomini, così che l’esito del plebiscito si preannuncia favorevole all’accettazione, osteggiata invece dal poeta.

E’ per questo che, al profilarsi di un esito per lui non gradito, egli, prendendo spunto da alcune violenze verificatesi durante le votazioni, sospende lo scrutinio e invalida il voto.

Giuriati, sempre favorevole ad una ricomposizione della frattura con lo Stato italiano, non approva la decisione, dà le dimissioni e si allontana dalla città.


Giacinto Reale 

venerdì 14 settembre 2018

FIUME, CITTA' DI VITA

III -  I “GIURATI DI RONCHI”.


Nella foto: i sette “giurati di Ronchi”

Il grande fermento provocato dall’improvvisa partenza, sentita come “ingiusta” dai Granatieri, non è però destinato a cessare: sette Ufficiali (Tenenti e Sottotenenti) ri riuniscono e firmano un giuramento, il cui testo dice: “In nome di tutti i morti per l’unità d’Italia, giuro di essere fedele alla causa santa di Fiume, e di non permettere mai, con tutti i mezzi, che si neghi a Fiume l’annessione completa e incondizionata all’Italia. Giuro di essere fedele al motto: “Fiume o morte !”

Iniziano così una serie di contatti con personalità che hanno manifestato vicinanza alla causa fiumana (Federzoni, Ricciotti Garibaldi, Mussolini), ma, alla fine, la risposta attesa arriva da D’Annunzio, in quel periodo a Venezia, alla Casa Rossa. Uno dei sette, il Tenente Riccardo Frassetto, si reca a Venezia, parla con il poeta, e concorda l’avvio di una spedizione per occupare la città per il giorno 11 settembre (anniversario della “beffa di Buccari”), poi spostato al 12 per un malore di D’Annunzio.

A Ronchi, però, mancano gli automezzi per trasportare gli uomini: il Capitano responsabile del parco veicoli di Palmanova, che ha in un primo tempo dato la sua disponibilità, a patto di ricevere un “falso” ordine scritto, si tira indietro….lo raggiungono, di gran carriera, alcuni Ufficiali “ribelli”, e, sotto la minaccia delle armi, il Capitano degli Arditi Ercole Miani (o, forse, lo stesso Guido Keller) lo costringe a ritornare sulla sua decisione.

I mezzi partono, raggiungono Ronchi, caricano gli uomini e si avviano verso il confine, preceduti dalla Fiat rossa scoperta, sulla quale ha preso posto il poeta. Lungo la strada si uniscono al gruppo altri uomini e Reparti acquartierati in zona, tra i quali, particolarmente apprezzati, alcuni Arditi e Bersaglieri con quattro autoblindo.

E’ così che i quattrocento iniziali diventano quasi duemila, finchè si fa loro incontro lo stesso generale Pittaluga, comandante del presidio interalleato di Fiume. Con un “colpo di teatro” (che sarà poi ripreso in più di un occasione da squadristi “in difficoltà” con le Forze dell’ordine), D’Annunzio gli mostra il petto medagliato dicendo. “Generale, ella ha due mire: la medaglia d’oro o la placca da mutilato. Dia l’ordine di sparare”.

La trovata ottiene l’effetto voluto: gli apprestamenti di blocco vengono tolti, e gli uomini, con lo stesso Pittaluga in testa, si uniscono alla colonna….alle ore 11,00 del 12 settembre D’Annunzio entra a Fiume, accolto dall’esultanza di tutta la popolazione. Sui muri, passando, si legge ancora la scritta di qualche giorno prima: “Granatieri di Sardegna, non ci abbandonate !”



Giacinto Reale 



FIUME CITTA' DI VITA

II - “SUONAVA IL CAMPANON….”


Nella foto: i Granatieri sfilano in città

Vista la situazione di stallo, Orlando e Sonnino il 24 aprile del 1919 abbandonano la Conferenza della pace, e tornano a Roma, dove vengono accolti da grandi manifestazioni di simpatia, patrocinate da fascisti, ex interventisti e Arditi. Ciò nonostante, alla fine di giugno, Orlando si dimette, e viene sostituito da Nitti, che si attesta da subito su una linea “rinunciataria”.

E’ così che, alla seduta dell’11 luglio, Marinetti e Vecchi si presentano alla Camera, prendono posto nelle tribune, e, mentre il poeta urla: “A nome dei fasci di combattimento, a nome dei futuristi, a nome degli intellettuali di tutta Italia, io vi urlo, con tutta la forza dei miei polmoni: Abbasso Nitti ! Morte al giolittismo”, l’ex Capitano degli Arditi, va più sul generale: “In nome degli Arditi d’Italia, vi dichiaro che a noi, veri combattenti, voi fate schifo, schifo, schifo. Vi dico ciò che pensa di voi il fante della trincea. Egli non vi considera i rappresentanti della Nazione. Egli vi considera il vomito della Nazione.”

A Fiume, intanto, proseguono gli incidenti tra i militari della varie nazioni, finchè la Conferenza di Parigi decide l’allontanamento dei Granatieri, che si sono dimostrati particolarmente irrequieti.

E’ così che il 25 agosto, i soldati italiani lasciano la città, tra le imponenti manifestazioni di cordoglio della popolazione: "...il ritiro dei granatieri di Sardegna era accompagnato da parossistiche dimostrazioni di folla, vestita di bianco rosso e verde, con le donne che si gettavano in ginocchio dinanzi ai partenti supplicandoli di non lasciarle nelle mani dei croati e i bambini che si aggrappavano alle loro gambe e li afferravano per le mani."

La partenza dei militari appare il tradimento delle speranze di ricongiungimento all’Italia, che hanno preso corpo proprio nel plebiscito del 30 ottobre del 1918, allorchè, con l’approssimarsi della fine del conflitto, i fiumani si sono espressi per l’annessione.

In prima fila, a piangere e protestare, le donne, come ricorda una canzone:

“Il venticinque agosto / È successa un porcheria
I baldi Granatieri / Da Fiume andaron via
Al suon del campanon.
Alla mattina all’alba / Suonavan le campane
Partivan i Granatieri / Piangevan le fiumane
Don don don / Al suon del campanon”.

Il reggimento, comunque, va a sistemarsi non molto lontano, anche se al di qua del confine, in una località destinata a diventare famosa: Ronchi.



Giacinto Reale 

FIUME, CITTA' DI VITA

I - PREMESSA


Fiume, anni ’20

Qualche informazione preliminare, necessaria per inquadrare il “fatto”, evitando approssimativi e fuorvianti riferimenti storico-politici. Dunque, vediamo:

la partecipazione dell’Italia al conflitto mondiale viene regolata dal cosiddetto “Patto di Londra” che, se prevede in dettaglio quel che succederebbe –a guerra vittoriosa- sulla corona alpina del Veneto settentrionale, nulla dice di città e porti dalmati, dove pure forte è la presenza italiana e la nostra “tradizione” (a cominciare dalla lingua) viva e sentita.

 il Governo italiano, una volta terminata la guerra, resosi probabilmente conto dell’errore commesso in fase preliminare, pensa bene di inviare, già il 19 novembre del 1918, l’Ammiraglio Millo a Zara, con il roboante incarico di “Governatore della Dalmazia”, e accompagnato, ad ogni buon fine, da alcune navi e contingenti di Marina;

- alcune navi (il 4 novembre) e un reggimento di Granatieri (il 17) vengono contemporaneamente inviati a Fiume, dove arrivano anche un reggimento coloniale indocinese (al servizio della Francia), alcune navi inglesi e alcune decine di soldati americani;

-la convivenza tra le diverse truppe si fa ben presto difficile: gli italiani, che si sentono appoggiati (e quasi “istigati”) dalla popolazione locale, in più di un’occasione si azzuffano con i loro ex alleati (riuscendo –sia detto per inciso- sempre vincitori, se non altro per il fatto che i Granatieri, prestanti, alti almeno 1,80 e reduci di guerra, rappresentano la “crema” del nostro Esercito);

- a Parigi, intanto, la risoluzione diplomatica della vicenda, si mette male per l’Italia: Orlando e Sonnino (che sono succeduti a Salandra e Sonnino, incauti firmatari del suddetto “Patto di Londra”) non riescono a far prevalere le loro ragioni, e, anzi, si comportano secondo i peggiori stereotipi accreditati dagli alleati di ieri diventati avversari di oggi. Orlando, per esempio, crede di poter forzare la mano con il ricorso alla melodrammatica risorsa del pianto,beccandosi il salace commento di Clemenceau che, malato di prostata, se ne esce con un: “Ah, si je pouvais pisser comme celui la pleure”.

- la situazione si aggrava quando il Presidente americano Wilson che, non ha –evidentemente- firmato il patto di Londra, ne mette in dubbio l’efficacia, appellandosi, piuttosto al “diritto alla’autodeterminazione” dei popoli che però, chissà perché, non vuole applicato agli italiani di Dalmazia, nella sua pretesa di appoggiare il nuovo Stato jugoslavo (serbo, croato e sloveno).


Giacinto Reale




martedì 11 settembre 2018

COMITATO PRO CENTENARIO


Un gruppo di studio che sarà attivo per tutto il quadriennio 2018-2022.

Si è costituito a Roma, l’8 Settembre 2018, il Comitato Pro Centenario, un gruppo di studio che seguirà gli eventi che cadranno nel prossimo quadriennio 2018-2022, dalla Battaglia di Vittorio Veneto alla Marcia su Roma.

Lo scopo del Comitato è quello di riunire e coordinare, su tutto il territorio nazionale, le varie manifestazioni culturali legate ad una serie di centenari di importanza storica per la nostra Nazione. Il gruppo promuoverà una corretta interpretazione dei fatti, perché i vari centenari non siano ostaggio di associazioni politicizzate intente a speculare sugli eventi, distorcendo la realtà storica. Sarà altresì curata la ripubblicazione di alcuni volumi sullo squadrismo oggi introvabili. A tal proposito è già attiva una pagina facebook per i contatti del caso (“Comitato Pro Centenario”) e, nei prossimi giorni, sarà indetta nella Capitale una riunione tra i soggetti aderenti.

La prima manifestazione è prevista a Novembre in Veneto, per ricordare la vittoria nella Battaglia di Vittorio Veneto. Seguiranno, poi, tre importanti iniziative a Milano: il centenario della fondazione dell’Associazione degli Arditi d’Italia (Gennaio); quello della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento (Marzo); e quello della Battaglia di Via dei Mercanti (Aprile).

Hanno già dato la loro adesione al Comitato, tra gli altri: 

Gabriele Adinolfi, Giovanni Bartolone, Marco Battara, Norberto Bergna, Francesco Bianco, Achille Biele, Carlo Alberto Biggini, Valerio Borghese, Pietro Cappellari, Marco Cimmino, Stelvio Dal Piaz, Serafino Di Luia, Ignazio Di Minica, Cesare Ferri, Stefano Fiorito, Gianni Fraschetti, Carlo e Claudio Giulietti, Guido Giraudo, Lino Guaglianone, Giuseppe Incardona, Italo Linzalone, Edoardo Longo, Francesco Mancinelli, Leone Mazzeo, Mario Merlino, Maurizio Murelli, Orsola Mussolini, Franco Nerozzi, Walter Pilo, Claudio Pitti, Piero Puschiavo, Giacomo Quattrociocchi, Giacinto Reale, Luca Leonello Rimbotti, Maurizio Rossi, Adriano Segatori, Rodolfo Sideri, Pierpaolo Silvestri, Marina Simeone, Carlo Viale, Paolo Zanetov e Valerio Zinetti.


CAMPOMARZIO19


SEGNALIAMO I LIBRI DELLA LANTERNA SULLA " STORIA DIMENTICATA" E IN TEMA CON L' ATTIVITA' DEL COMITATO :



lunedì 10 settembre 2018

MALINCONICA CONFESSIONE


Vincenzo Costa, nelle sue memorie (attendibili “con precauzione”, come tutta la memorialistica) scrive di questa confessione di Mussolini:

“Non avrei voluto ripresentarmi sulla scena politica nazionale, se non fossi stato convinto che io solo sarei riuscito ad attenuare il rigore dei Tedeschi che ormai consideravano “traditori” tutti gli Italiani. Il tradimento commesso dal Re contro il popolo italiano, il tradimento del Maresciallo Badoglio sono stati la rovina, l’infamia d’Italia....Ho voluto fare di una pecora un leone...Ma è rimasta una pecora belante...Vedete: io sono il bue nazionale, che sotto il pungolo della Nazione, tirerà l’aratro sino all’ultimo...e poi...pagherò per tutti”.

(Vincenzo Costa, L’ultimo federale, Bologna 1997)

Quel “il bue nazionale” nasconde un’amarezza unica....


( documentazione raccolta dal ricercatore storico Giacinto Reale )


SULLA FIGURA DI BENITO MUSSOLINI, SEGNALIAMO :


RAPPRESAGLIE " DEMOCRATICHE"...


La battaglia per la liberazione di Firenze inizia praticamente il 3 agosto del ‘44, con la ritirata delle truppe germaniche….l’azione dei partigiani e degli alleati è però ostacolata, oltre il previsto, dall’attività dei “franchi tiratori” fascisti, appostati su tetti e terrazzi….è per questo che, ancora 13 giorni dopo, il 16 agosto, il Comando della Divisione partigiana “Potente” dirama un documento nel quale è scritto:

“D’ora in avanti si procederà ad azioni di rappresaglia contro fascisti repubblicani (prigionieri ndr) da considerarsi complici morali. Si fa osservare la sostanziale differenza di un simile provvedimento dalla odiose rappresaglie usate dai reazionari nazifascisti nei confronti della popolazione civile: qui non si tratterebbe di popolazione civile né di familiari, bensì di fascisti già colpevoli come tali e suscettibili di provvedimenti, solo che invece di pene detentive o di sequestri, etc, si applicherebbe la pena capitale in ragione di 10 fascisti per ogni persona, civile o partigiano, che cada sotto l’azione dei franchi tiratori, e cinque per ogni ferito grave”.

Ora, a prescindere da fatto che, per esempio alle Ardeatine, nella più nota delle rappresaglie tedesche le vittime non erano “popolazione civile o familiari”, ma detenuti reclusi a Regina Coeli, ciò che colpisce è quell’agghiacciante affermazione: “fascisti, già colpevoli come tali”….per non dire della “ipotesi “B”: “cinque fucilati per ogni ferito grave”….chissà quali saranno stai i parametri per valutare la “gravità” delle ferite….


( documentazione raccolta dal ricercatore storico Giacinto Reale )


PER APPROFONDIRE : I LIBRI SULLA “ STORIA DA RICORDARE “ :